Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  aprile 04 Mercoledì calendario

L’insidiosa vertenza sui quindici marinai britannici catturati con i loro battelli nel Golfo Persico, in acque iraniane secondo i pasdaran, o irachene secondo i dati satellitari e i documenti della fregata «Cornwall», si prolunga dal 23 marzo, in attesa d’una «soluzione diplomatica»

L’insidiosa vertenza sui quindici marinai britannici catturati con i loro battelli nel Golfo Persico, in acque iraniane secondo i pasdaran, o irachene secondo i dati satellitari e i documenti della fregata «Cornwall», si prolunga dal 23 marzo, in attesa d’una «soluzione diplomatica». Teheran, suppone il Times, voleva ostaggi da usare nella controversia internazionale che investe i suoi progetti nucleari. O voleva sfidare le 45 navi schierate nel Golfo, con le portaerei «Ei- senhower» e «Stennis», per impedire che vengano minacciate a sorpresa le rotte petrolifere come ritorsione antioccidentale. La vicenda riconduce alle sanzioni, annunciate dall’Onu, contro il nazionalismo atomico di Teheran. Un voto all’unanimità del Consiglio di sicurezza sulla risoluzione 1747 ha intimato a Teheran la sospensione delle attività in corso per procurarsi uranio arricchito. Tempo sessanta giorni. Quell’uranio, com’è ben chiaro, sarebbe utilizzabile non tanto e non solo da centrali elettronucleari, considerando che l’Iran può già disporre dell’energia ricavabile per usi civili dalle sue riserve petrolifere, ma da piani e ambizioni militari. Nel caso d’una risposta negativa, come quelle del passato, blocco internazionale di beni, finanziamenti, prestiti. Ma il presidente Mahmoud Ahmadinejad non sembra incline a cedere: «Non ci fermiamo». Eppure, qual è la condizione della società che ormai da tempo governa con i suoi pasdaran? La disoccupazione sale, la sua popolarità scende. L’inflazione oscilla dal 20 al 25 per cento. E malgrado le sue promesse d’un più economico uso interno delle immense riserve di greggio, l’Iran tuttora non dispone di sufficienti raffinerie. Secondo l’Economist, deve importare il 60 per cento dei carburanti necessari alla domanda interna. L’inquietudine affiora nelle agitazioni di ceti sociali non trascurabili, o anche nel «malumore dei bazar». L’11 dicembre, all’Università dì Amir Kabir, una folla notevole ha contestato Ahmadinejad apertamente, benché pericolosamente, anche se ora è in corso una vasta «mobilitazione patriottica» degli studenti nel timore che siano acculturabili da Internet e dalle concezioni occidentali. Né si può dimenticare che le recenti elezioni amministrative hanno espresso, per la prima volta, risultati contrari ai suoi fedeli e agli ayatollah suoi tutori, non proprio tutti e secondo qualche indizio non senza riserve. Insorgono poi turbolenze di gruppi etnici riottosi, non solo con gli attentati nel Kuzestan e nel Sistan-Belucistan, ma con le rivendicazioni di curdi, azeri e armeni, da non sottovalutare considerando che solo il 51 per cento della popolazione risulta di stirpe propriamente iranica. In quale misura l’Iran può considerarsi stabile, o poco vulnerabile alle pressioni dell’Onu e all’isolamento internazionale? L’isolamento, certo, può anche favorire il regime dispotico e le sue repressioni. Anzi, è verosimile che l’esasperato e temerario nazionalismo di Ahmadinejad sia utile a imporre una coesione garantita con la legge marziale, riversando all’esterno le contraddizioni latenti o manifeste all’interno. Si tratta, in simili casi, d’un primario bisogno politico: «Il nemico». E’ il decisivo movente che spinge Ahmadinejad, con ogni probabilità, sulla strada pericolosa dell’avventurismo.