Victor Davis Hanson, L’arte occidentale della guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica, Mondadori, Milano 1989, 3 aprile 2007
Notizie tratte da Victor Davis Hanson L’arte occidentale della guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica Mondadori, Milano 1989 1
Notizie tratte da Victor Davis Hanson L’arte occidentale della guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica Mondadori, Milano 1989 1. A Leuttra, gli spartani che bevevano prima della battaglia (Senofonte) 2. Tucidide, colpito dalla tendenza generale degli opliti a spostarsi verso destra. 3. «Nel mondo della falange classica l’esercito era privo di qualsivoglia riserva, di coordinazione tra reparti speciali o di integrazione con la cavalleria, ed era anzi alla mercé delle voci, della superstizione, delle informazioni sbagliate e del panico in misura sconosciuta sui medesimi campi di battaglia, cosicché le forze relative delle parti non erano importanti, come chiariscono i resoconti storici della battaglia in Grecia» 4. La battaglia greca e la sua «funzione peculiare di istituzione sociale, di attività comune e integrale per i Greci, al pari dell’agricoltura o della religione» (Pritchett, The Greek State at War, 1971-79). 5. Scelta peculiare dei Greci di scontrarsi in un solo cozzo decisivo, anziché in una guerra lunga segnata da più combattimenti. 6. «Il tormento della battaglia oplite. Non molti tipi di scontri di fanteria in Occidente hanno richiesto lo stesso grado di coraggio e di sangue freddo, di fronte all’angoscia mentale e fisica, di questa forma originale di combattimento in cui gli opliti armati e corazzati avanzavano in formazione compatta senza possibilità di scampo». 7. I Greci andavano in battaglia «per gli uomini che avevano al fianco, davanti e dietro, per il fratello, il cugino, il padre e il figlio: mossi dal rispetto, talvolta dalla paura, per individui di condizione simile, essi crearono un codice d’onore e conferirono al massacro una certa dignità (se non piacere). Socrate, veterano della battaglia oplite, ricordò a quanti ascoltavano il suo ultimo discorso che quando un uomo aveva preso posto nella falange della sua città, doveva ”rimanere e affrontare il pericolo, senza [calcolare] la morte o altri mali più che il disonore”» (Platone, Apologia 16D). 8. Anni 1200-800 a.C., battaglie come duelli personali tra ricchi cavalieri. Il soldato era a cavallo, smontava e lanciava l’asta. 800-400 a.C.: era degli opliti. Armati di corazza, scudo rotondo e lancia preferiscono avanzare in formazione compatta e colpire il nemico frontalmente, ora avanzando ora ritirandosi. 9. Scudo. «Il braccio sinistro di questo nuovo guerriero reggeva unos cudo rotondo di legno del diametro di circa un metro, l’hoplon, di concezione tanto radicalmente diversa dal suo antenato in cuoio che proprio da esso prese nome il nuovo fante, l’oplite. Questi, con l’aiuto di una cinghia in cui passava l’avambraccio e di una presa per la mano, riusciva a sopportare il grosso peso di quello strano scudo, parando i colpi di lancia con il slo braccio sinistro e a volte appoggiandone il bordo superiore sulla spalla sinistra per risparmiare le forse. In questo modo riusciova a proteggersi il fianco sinistro e al contempo, se la formazione veniva mantenuta, a offrire una certa protezione al fianco destro dell’uomo che gli stava a sinistra nella fila». 10. Lo scudo era alto più della metà di un uomo. Ciononostante non poteva coprire tutto il corpo, come poi lo scudo rettangolare romano o prima quello integrale dei guerrieri greci del passato. 11. « chiaro che si ottiene un successo migliore nekl parare i colpi e replicare con la lancia grazie all’incolonnamento degli uomini, di solito in formazioni di otto file, nelle quali essi trovavano protezione accostando i loro scudi di fronte, sui fianchi e di dietro, se si aveva cura di controbilanciare la naturale tendenza a spostarsi verso destra dovuta al fatto che ciascuno tendeva a riparare il proprio fianco destro scoperto con lo scudo del vicino». Dalla quarta fila in poi, non partecipavano alla battaglia, ma si limitavano a spingere e a impedire che le prime file retrocedessero. Se però la formazione veniva scompaginata, era naturalmente la rotta. 12. Senofonte nota che «tutti i soldati su cui si nutriva qualche dubbio stavano al centro della falange, circondati davanti e dietro dai combattenti più validi, ”acciocché siano e guidati da quelli e spinti da questi altri”» (Memorabilia). 13. Funzione politica della falange: «Sicuramente all’inizio del VII secolo la riforma oplite attirò un numero crescente di contadini, i quali non sopportavano l’idea che a chiunque fosse lecito calpestare i loro piccoli appezzamenti di terra (un contadino oplite di solito possedeva fuori dalle mura cittadine terre che si estendevano per 5-10 acri; un acro equivale a poco più di 4000 mq). ragionevole pensare che la solidarietà e ciò che più conta il successo della loro esperienza bellica nella falange - una formazione che al pari delle colonne napoleoniche incoraggiava i legami di cameratismo, se non il fervore rivoluzionario - riflettessero una fiducia crescente nella loro nuova funzione nel governo della città-stato greca, in quanto proprietari e produttori di cibo». 14. Che il terreno fosse piano (come in Beozia) e privo di ostacoli. 15. «L’attraversamento dei fossati dismembra la formazione» (Aristotele). 16. «Non è possibile opporsi in alcun modo a un attacco frontale della falange, finché essa conservi la forza che le è caratteristica» (Polibio). 17. «Per vincere, soprattutto quando aumentava la profondità e si riduceva il fronte della formazione, era necessario che i fianchi invulnerabili fossero protetti dalla cavalleria, dalle forze non inquadrate e soprattutto dal terreno accidentato. Neppure gli arcieri e i frombolieri nemici meglio addestrati costituivano una seria minaccia se gli opliti restavano su un terreno piatto e riuscivano ada avvicinarsi a loro rapidamente. Quando i fanti coprivano gli ultimi cento metri di terra di nessuno ed entravano nel raggio d’azione delle frecce e di altre antiche armi da lancio, che potevano colpirli alle braccia, alle gambe, al volto e al collo e a distanza più breve penetrare nella corazza, ”la finestra di vulnerabilità" non durava più di un minuto. Gli attacchi con armi da lancio non fermavano affatto lo slancio di questi uomini pesantemente corazzati [...] In breve per circa tre secoli (650-350) nessun esercito straniero, per quanto numericamente superiore, resistette alla carica della falange greca, come dimostrano chiaramente le battaglie di Maratona (490) e di Platea (479): un numero relativamente esiguo di Greci condotti con abilità e bene armati non incontrò grandi difficoltà ad aprirsi un varco tra le orde dei nemici non altrettanto armati né compatti che provenivano dall’Oriente». 18. Gli Spartani «erano gli unici soldati in Grecia che ritenevano necessario esercvitarsi per la battaglia (Aristotele, Politica 1338 b27) 19. Invece il dilettantismo tra gli altri greci era la regola. Tucidide, Senofonte, Diodoro, Polibio raccontano di cittadini inseriti nella falange dall’oggi al domani, vestiti solo della loro corazza e messi a spingere in mezzo alla formazione anche se totalmente privi di esperienza. Il caso dei cinquecento irregolari di Argo che gli Ateniesi durante l’invasione di Mileto (413). «I piccoli agricoltori indipendenti che combattevano come opliti avevano poco tempo e scarso desiderio di esercitarsi in continuazione. Però andavano in battaglia pieni di coraggio, e avevano uno spirito di cameratismo che coinvolgeva chi faceva parte della stessa classe e ambiente». 20. Per la semplicità della guerra erano escluso non solo le manovre o le diversion e di qualunque tipo (reputate anzi segno di viltà, come il tirar le frecce) ma era anche escluso che si combattesse di notte o che ci si mettesse ad assediare una fortificazione o una città. La vittoria ottenuta di notte era meno gloriosa. 21. Impossibilità di distruggere sul serio i raccolti avversari. Le viti potevano essere abbattute con l’ascia ma con gli antichi sistemi di coltivazione poteva esserci una pianta ogni metro quadro. Come immaginare soldati coperti di corazze che tagliano viti per ore e ore? E gli ulivi, con le notevoli dimensioni del tronco? Quanto all’incendiare i campi di grano e di orzo, avrebbe avuto senso farlo solo immediatamente prima del raccolto e questo avrebbe limitato troppo il periodo utile all’attacco. Tropo presto e il grano ancora verde non avrebbe potuto essere adoperato per integrare le proprie razioni. Troppo tardi (giugno o luglio) e il grano sarebbe già stato messo al sicuro. Ma «l’esercito degli opliti invasori, essi stessi contadini, aveva le proprie responsabilità in patria, e il tempo che impiegava nella distruzione del grano nemico veniva sottratto al lavoro necessario nei propri campi, proprio nel momento in cui era più prezioso». 22. «L’agitazione psicologica che colpiva l’influente classe dei proprietari fondiari opliti all’interno delle mura cittadine allorché vedevano il nemico aggirarsi sui campi aviti era di solito sufficiente a spingere la cittadinanza al combattimento [...] Ma se la battaglia era tanto presente tra le piccole città-stato della Grecia classica, come poteva la struttura sociale reistere anno dopo anno alle morti e alle distruzione e all’apparente enorme spreco del tempo e del lavoro collettivi in nome della difesa? La risposta va cercata ancora una volta nella semplicità della tattica e della strategia adottate dalla falange, un modo di combattere che non richiedeva massicci addestramenti in tempo di pace né una spesa pubblica per le armi e il vettovagliamento. Ancor più importante è il fatto che fino al volgere del V secolo non ci fu bisogno di finanziare campagne prolungate, durante le quali gli uomini marciavano per mesi e mesi combattendo una battaglia dopo l’altra. Solitamente il nemico si trovava molto vicino, al di là di una catena montuosa, al massimo a poche centinaia di chilometri di chilometri di distanza. Non appena giungeva l’invasore in primavera, tutta la guerra consisteva in una sola ora di aspro scontro tra opliti dilettanti consenzienti e coraggiosi, non in una serie di combattimenti tra uccisori prezzolati e addestrati. Le esigenze della triade dell’agricoltura greca - l’ulivo, la vite, il grano - non lasciavano più di un mese o due a questi piccoli agricoltori per combattere». 23. Panoplia. Ovvero il corredo dell’oplite: corazza di bronzo, scudo, elmo, gambali, lancia e spada. Pesante, scomoda e incredibilmente calda. Limitava i movimenti più semplici e rendeva penosa la vita agli uomini che la indossavano. Tra i 25 e i 35 chili. Il fante dell’antichità non pesava mai più di 70 chili (calcoli di Donlan e Thompson). L’oplite era alto in genere non più di 1,70. 23bis. La corsa con la corazza, introdotta ai Giochi Olimpici del 520, e la carica decisiva dei Greci a Maratona riflettono forse una mobilità nuova. 23tris. Prima rinuncia: la protezione per braccia, cosce e caviglie. 23quater. «Non c’è dubbio che il numero spaventoso di morti in battaglia nel periodo ellenistico rifletta la tendenza dei membri della falange ad abbandonare l’armatura». 24. Sparta e Atene non erano città normali. «Gli opliti spartani, poggiandosi su un’intera classe di schiavi rurali privi di diritti, gli iloti che lavoravano le loro terre, erano liberi di esercitarsi e di condurre campagne militari senza alcun obbligo di lavorare i campio di ritornare dopo la battaglia per il raccolto». Episodio di Agesilao (ripreso nel film 300) il generale spartano, che in risposta alle lamentele degli alleati che gli imputavano di aver portato pochi effettivi, chiede ai soldati di alzarsi in piedi man mano che nomina le professioni (vasai, fabbri, falegnami, muratori) e alla fine, essendo rimasti seduti solo gli Spartiati, conclude: «Vedete dunque che ho portato molti più soldati di voi» 25. Gli Ateniesi poi avendo già nel V secolo una maggioranza di artigiani, mercanti e piccoli uomini d’affari preferirono rinunciare alla battaglia elevando intanto le mura che proteggevano il Pireo e sviluppando poi un’economia che si fondava sul commercio marino. 26. Armatura in piastre tra 700 e 500. Poi equipaggiamento più leggero, spesso di materiale non metallico (i Diecimila di Senofonte). 27. Grazie ad Aristofane sappiamo che prima della battaglia potevano farsela addosso. In Pax 1175-76 ridicolizza il mantello stravagante e imbrattato di un comandante borioso. 28. Eschilo volle un epitaffio che non ricordasse le sue 70 tragedie, ma la sua vita da oplite: Questo tumulo ricopre Eschilo d’Euforione ateniese, morto a Gela produttrice di messi; il suo chiaro valore diranno, perché l’hanno veduto, il bosco di Maratona e il Medo dai lunghi capelli 29. Per avere un’idea della carneficina: Epaminonda morente a Mantinea con un troncone di lancia che gli spunta dal petto (Diodoro), lo Spartano sconosciuto che si trascina a quattro quattro zampe dopo essere stato colpito alle mani e ai piedi (Plutarco), Dionisio colpito ai genitali (Diodoro). 30. Sulle collina Kolonos delle Termopili sono state ritrovate punte di frecce di tipo orientale non lontano dai luoghi di Leonida e degli Spartani (almeno in base ai racconti di Erodoto e Diodoro). 31. Aristarco agli Ateniesi (in Erodoto): «La maniera di combattere dei Barbari si riduce all’arco e a una lancia corta... dunque facile sottometterli». 32. Si facevano portare le armi da schiavi, servitori a contratto o individui molto poveri (vedi Pritchett). Le armi erano troppo pesanti: le prendevano all’ultimo momento e tendevano a metterle per terra il più presto possibile. 33. La perdita dello scudo - che a un certo punto poteva pure essere buttato via dall’oplite spazientito - vergogna somma perché toglieva la protezione non solo a se stessi, ma anche al vicino di sinistra, mettendo quindi in pericolo la compattezza della falange. 34. «L’impugnatura dello scudo presentava per i combattenti qualche serio inconveniente: il movimento del corpo ne risentiva perché il braccio sinistro - che in molti è il meno abile e il più debole - doveva restare rigido, tenuto davanti al corpo all’altezza della cintola, con il gomito piegato e l’avambraccio dritto e parallelo al terreno, la mano serrata intorno all’impugnatura. Se l’oplite si chinava o scivolava, l’orlo inferiore dello scudo sfregava per terra, un evento tutt’altro che improbabiloe dato che chi lo reggeva era alto non più di un metro e 70». 35. Donlan e Thompson fecero fare qualche prova dal vero, facendo correre con lo scudo dei volontari. Risultò che peso e dimensioni dello scudo erano fattori critici. «Lo scudo dell’oplite che doveva pesare circa otto chilogrammi, poteva essere portato solo isometricamente e il considerevole dispendio di energia limita nettamente la distanza per la quale i soldati sono in grado di sostenere un grande sforzo». 36. plausibile che le armi durassero a lungo e si trasmettessero da padre in figlio perché la maggior parte degli opliti non faceva parte della prima linea e non doveva sottoporre il proprio armamentario al primo spaventevole cozzo in cui la punta di lancia puntava frontalmente contro la lo scudo, la corazza, l’elmo o i gambali. 37. L’elmo impediva di vedere e di sentire. Pesava due-tre chili. Le campagne militari si svolgevano sempre d’estate, essendo la temperatura intorno ai 35 gradi. 38. Il segno distintivo del militarismo erano i capelli lunghi (Sparta in tutte le epoche) e la barba. Era irragionevole (perché offrivi un’ampia presa al nemico nel corpo a corpo) ma era così. 39. Anticamente chiome di crini di cavallo sull’elmo, che risultarono spaventose per il piccolo Astianatte (Iliade, canto II). Serviva a far sembrare il piccolo oplite più alto e spaventevole. Però riduceva il campo visivo. 40. E forse fu proprio la fatica di combattere con la corazza sotto la calura estiva che nel 480 alle Termopili strappò allo spartano Dieneche, a cui i persiani avevano detto: scaglieremo tante frecce da oscurare il sole, la celebre replica: «Meglio, combatteremo all’ombra». I soldati siracusani a guardia delle mura che dopo aver atteso invano l’attacco andarono a rinfrescarsi all’ombra e proprio allora gli Ateniesi attaccarono (Tucidide); il generale romano Metullo Pio, che ritardò l’attacco tenendo i suoi all’ombra e quando il nemico, armato di tutto punto, cominciò a risentire gli effetti della calura, lanciò i suoi all’attacco. 41. D’altra parte, durante una grandinata, il generale Agesilao scoprì che l’armatura non proteggeva dal freddo e ordinò di accendere fuochi in modo che gli uomini potessero massaggiarsi con olio caldo. 42. La lancia greca: due metri, due e mezzo, maneggiata con la destra, in corniolo o frassino, diametro di due-tre cm, pesava un paio di chili. Prima l’oplite la teneva sotto mano e tentava di colpire l’inguine del nemico. Dopo lo scontro tentava di colpire dall’alto. Punta di ferro e dall’altra parte puntale di bronzo acuminato, molto utile nelle mische successive al primo cozzo (colpiva davanti e di dietro). 43. «Data la lunghezza del servizio militare, all’interno della falange un gran numero di opliti erano uomini di più di 30 anni, che al pari dei loro compagni dovevano portare armi e corazze per un peso totale pari a circa la metà di quello del loro corpo, senza alcuna concessione all’età». Ideale, per questo, che si trattasse di un solo scontro della durata di circa un’ora. In media due anni su tre andavano in battaglia. Quarantadue classi d’età coinvolte nel reclutamento. A partire da 18 anni, perciò 30 classi superiori ai 30 anni. Socrate, oplite a Delio (424) in età di 42 anni (Platone, Simposio). Demostene ultraquarantenne contro i Macedoni a Cheronea. I giovani per ler scaramucce (così a Sparta). Solone riteneva che il massimo di vigore si raggiungesse a 30 anni. « piuttosto sorprendente scoprire a un esame del censo dei cittadini dell’Atene classica, un numero tanto elevato di uomini che continuavano a combattere e morire in battaglia avendo passato i 40 e i 50 anni, sebbene i più fossero possidenti noti e influenti. Senza dubbio il morale altissimo che caratterizzava la falange nasceva anche dalla nozion implicita che tutti i cittadini, quale che fosse la loro condizione personale o sociale e anche l’età, erano innanzi tutto opliti per tutta la vita, con il dovere di combattere e morire senza eccezioni durante ogni estate della loro vita». Esempi: Menesseno, almeno 40 anni, ucciso nella battaglia di Olinto (429); Cefisofonte, più o meno 45, in servizio a Oreo, Schito e Bisanzio; Glauco, nominato generale a Samo a 50 anni e poi a Corcira; Pirilampe, caduto a Delio (424) in età di 56. Andocide il vecchio, in servizio a Samo a 60 anni; Fedro, figlio di Callia, quasi settantenne, combattè come soldato semplice contro Stira nel 323; Filopemene aveva 70 anni quando partecipò alla battaglia di Messenia e Agesilao era prossimo agli 80 quando combattè in Egitto: «Il re spartano Agesilao, il quale sopravvisse a innumerevoli battaglie, a diverse ferite e a un attacco quasi fatale di flebite, per poi morire anni dopo durante il ritorno da uhna campagna in Egitto nel 360 all’età di 84 anni e sfigurato per tutto il corpo da ferite» (Plutarco). Da ciò enorme coesione sociale. Alessandro Magno aveva una falange di "scudi d’argento" (al termine della carriera i più giovani avevano 70 anni). 44. «Il colore del vile si cambia in cento maniere» (Iliade). 45. «’Spavento e timore iniziali, che potevano propagarsi in tutta la falange nei momenti che precedevano la battaglia, si diffondevano con ogni probabilità a partire dalle prime file nelle quali i soldati fissavano per primi la massa nemica che stava loro di fronte. Tuttavia, non appena gli uomini delle file retrostanti avvertivano che davanti a loro c’era qualcosa che non andava, tendevano a darsi alla fuga, e se ciò accadeva era l’intera formazione a crollare. Le tensioni non potevano che essere aggravate dalla natura particolarmente formalizzata della guerra greca: la battaglia aveva luogo ”di comune accordo” e richiedeva che entrambi gli schieramenti si ritrovassero faccia a faccia, guardandosi - ovunque fossero - per minuti e anche per ore. Imboscate, attacchi a sorpresa e trinceramenti non erano opzioni viste con favore. Anzi, la terra di nessuno tra i due eserciti era volutamente nuda, di modo che entrambe le parti potessero avanzare senza impedimenti e perciò osservare chiaramente il nemico. Era ovvio che non c’erano alternative all’avanzare direttamente verso le lance spianate a pochi metri di distanza [...] ”La falange assunse in un baleno l’aspetto di un unico animale che, inferocito, si pone in guardia e rizza il pelo”» (Aristotele). 46. La paura. Cleonte, comandante degli ateniesi, che fugge al veder brillare le lambda sugli scudi degli spartani (Amfipoli, 422: in Eupoli). Gli spartani avanzavano lentamente e segnalavano al nemico il loro arrivo suonando i flauti. Farsi coraggio con la parola: «Quando ci si prepara a combattere, occorre prepararsi a parlare. Occorre capire che la parola contribuirà a salvare la situazione. In ogni momento è necessario preoccuparsi di far sapere agli altri che cosa sta succedendo» (S.L.A. Marshall, in uno studio sulla battaglia moderna). «Resto ognuno ben piantato al suolo mordendosi le labbra coi denti» (Tirteo). 47. «Secondo i Greci non erano in molti a poter resistere al loro modo di combattere, e perfino loro riconoscevano la necessità di lottare per vincere la paralisi, il tremore, l’incontinenza e il puro e semplice panico scatenato dalla battaglia. Non sorprende che gli autori greci che si occupano di tattica invitassero a schierare gli uomini migliori non solo in prima linea ma anche i retroguardia, affinché «i più deboli nel mezzo siano più spaventati da quello che dal nemico» (Senofonte). 48. Il comandante coraggioso combatte quindi ponendosi all’ala destra del suo schieramento, dove c’è la prima fila non protetta dagli scudi. Il generale pronto a morire (non solo Leonida), ma per esempio Anassibo (Senofonte). Il generale greco era insostituibile. Il comandante era poco più di un oplite che prendeva posizione vicino all’ala destra. Differenza con Serse alle Termopili. A Sparta in seicento anni non si è verificato un solo caso di generale sopravvissuto alla sconfitta dei suoi uomini (gli ateniesi dopo Cheronea nel 338 condannarono a morte Lisicle: «tu dopo quello che è successo osi vivere» in Diodoro). Ad Amfipoli (Sparta-Atene, 422) morirono entrambi i generali. 49. «Vieni a prenderle» (Leonida a Serse che intimava agli spartani di deporre le armi, Plutarco). 50. Importante la mancanza di specializzazione (pagina 133). Schierati nella falange per tribù, in modo che si conoscevano bene. «Il fratello si trova nella fila a fianco del fratello, l’amico a fianco dell’amico, l’amante a fianco dell’amante» (Onasandro). 51. «Inotre alcune testimonianze indicano come in tutta la Grecia le amicizie omosessuali fossero un fattore che contribuiva al morale della singola falange; a Sparta per esempio la separazione tra i sessi in tenera età, insieme con taluni atteggiamenti propri anche di altri Greci circa il ruolo delle donne, determinava relazioni palesemente omosessuali che ruotavano intorno alla vita familiare. Non v’è dubbio che questi solidi legami avessero modo di esplicarsi anche sul campo di battaglia e contribuiscono a spiegare l’eroismo degli Spartani, in particolare nelle sconfitte gloriose, dalle Termopili (480) a Leuttra (371), in cui quegli uomini preferirono l’annientamento all’onta della fuga. Tuttavia l’esempio supremo non riguarda i Dorici bensì Tebe, il cui battaglione sacro, composto da 150 coppie omosessuali combattè eroicamente per circa 50 anni nelle battaglie più disperate sostenute dalla città e fu annientato a Cheronea (338); Filippo rimase colpito dallo spettacolo del mucchio dei loro cadaveri, che giacevano a coppie» (Plutarco e Senofonte). 52. Pranzo ndi metà mattina. Bevevano (pag,. 140 e seguenti) 52. «I primi presagi della sconfitta non erano un arretramento, ma un mancato avanzamento [...] Procedevano nell’avanzata a 7-9 chilometri l’ora». Vedi Tucidide, battaglia di Mantinea. Flautisti schierati in mezzo per dare il ritmo. Non più di duecento metri. 53. Rumore terribile e puzza: «l’odore acre del sudore di migliaia di uomini che penavano sotto il sole, l’odore del sangue e degli intestini che scaturivano dalle ferite aperte e talvolta il puzzo degli escrementi dei soldati atterriti o appena uccisi. Ma forse il senso dell’olfatto era altrettanto intorpidito della vista o dell’udito». 54. Colpi all’inguine o nella parte superiore della coscia, zone non protette. L’inguine «dov’è molto doloroso Ares per i mortali infelici» (Omero). 55. Il vero contributo delle file retrostanti: «premere con il corpo» (Asclepiodoto). Tanto più profonda la colonna, tanto maggiore il suo impeto. 56. Come si presentava il campo di battaglia dopo in 215.