Panorama 05/04/2007, pag.150 Sandra Petrignani, 5 aprile 2007
Lalique gioielli in trionfo. Panorama 5 aprile 2007. A Parigi quattrocento bijoux creati dal genio che faceva impazzire le donne d’Europa
Lalique gioielli in trionfo. Panorama 5 aprile 2007. A Parigi quattrocento bijoux creati dal genio che faceva impazzire le donne d’Europa. E che fu definito «il maestro del vetro e del fuoco». «Il Rodin delle trasparenze» lo definì Colette, la scrittrice che attraversò la Belle époque con la stessa leggerezza e la stessa fantasia dei preziosi oggetti che lui creava. Lui, detto anche «maestro del vetro e del fuoco», era René Lalique, l’inventore della moderna gioielleria a cui il parigino Palais du Luxembourg dedica in questi giorni, e fino al 29 luglio, un’irresistibile mostra. S’intitola Bijoux d’exception 1890-1912 perché espone circa 400 pezzi fra i più prestigiosi del periodo aureo di Lalique, quando Parigi impazziva per lui e nessuna delle dame in vista poteva fare a meno di possedere una collana, una spilla, un paio di orecchini, una lampada con il suo marchio. Fu la rivoluzione delle tre F: femme, flore, faune. L’epoca Lalique segnò la fine del classicismo nella gioielleria, così come avveniva nella grande arte contemporanea, l’Art nouveau. I suoi bijoux si animarono di visi di donne dai lunghi capelli intrecciati a fiori di smalto, ninfe nude s’attorcigliarono a serpenti, draghi, pesci, insetti, scarabei. Un inno alla bellezza e alla gioia di vivere, un trionfo di colori e pietre, preziose e no. Lalique decretò la fine della «gerarchia fra le pietre» come fra i metalli, uno smeraldo vale un opale per il suo immaginario e l’ottone può sostituire degnamente l’oro nei casi in cui la fantasia pretende un riflesso meno scintillante, una nota malinconica od opaca. Povere perle di fiume, dondolando al fondo d’un pendente di sua creazione valgono la perla prodotta dal cuore dell’ostrica. Vuole la leggenda che la prima idea della sua futura professione si fece strada nel piccolo Lalique quando regalando un fiore e una ghirlanda di margherite alla madre la vide infilarsi il fiore dietro l’orecchio per fargli piacere e adornarsi la testa con la ghirlanda. Un giorno René avrebbe disegnato un diadema di fiori di perle per la preziosa testa di Sarah Bernhardt, che recitava il ruolo di Melisenda in La principessa lontana di Edmond Rostand nel 1895. Il diadema è uno dei pezzi forti della mostra parigina. Troneggia in una teca nera all’interno di una sala tutta nera (anche la moquette), come l’ha voluta lo scenografo della manifestazione Hubert Le Gall (lo stesso che aveva curato l’allestimento della Mélancolie al Grand Palais l’anno scorso) per evocare, spiega, «il nero sensuale all’interno di un cofanetto portagioielli, uno scrigno». Il diadema di Sarah Bernhardt monta gigli a dimensione naturale di perle finte e strass con pistilli in vetro giallo, similtopazio, su un’impalcatura di vile metallo. La grande tragica del teatro francese e il re della nuova bigiotteria s’incontrarono nel 1894 presentati da un amico comune. Cominciò così la collaborazione che permise a Lalique di sfogare la sua passione per l’epoca bizantina nelle creazioni teatrali destinate alla celebre attrice (per esempio per la Gismonda di Victorien Sardou) e la diva, che gli divenne amica e che amava sfoggiare i suoi gioielli anche in privato, fu la testimonial ideale e ne portò in giro il nome, attraverso le mirabolanti acconciature di scena, nei teatri di mezzo mondo, dall’Europa al Brasile, agli Stati Uniti. Avevano buon gioco allora i detrattori di Lalique a definire la sua arte «gioielleria per travestiti, antimoderna, teatrale», scandalosa oltretutto, con tutti quei nudi femminili appuntati sul corpo delle stesse donne. Un oltraggio per i benpensanti, per chi odiava gli eccessi di quella frivolissima «epoca frou-frou». Ma Lalique non era solo esagerazione urlata. La sua magia stava in un equilibrio di forme mai sperimentato prima, un’armonia di colori che sapeva rubare vivacità e sobrietà alla natura, sperimentare e ricomporre, osare l’inaudito e imporlo immediatamente come nuovo canone. Quanti meravigliosi anelli, collane, pettini scolpiti e istoriati lo provano. Girocollo di finissime perle dalle fantasiose chiusure, con motivi ricorrenti: cigni, pavoni, pipistrelli, un inconsueto bestiario notturno, onirico. E poi scatole opalescenti, bicchieri, bottiglie, vetro colorato che si gonfia e sboccia nella stretta floreale dell’argento, nelle venature di una foglia d’oro o nelle ali di una farfalla di smalto. facile immaginare le intellettuali eccentriche, eredi dell’appena scomparsa George Sand (1876), lesbiche anoressiche, seduttrici insaziabili, poetesse, attrici, spie, anima sensuale della capitale francese, donne cui Charles Baudelaire aveva insegnato in versi a presentarsi vestite solo di «gioielli sonori» e Théodore de Banville a «sciogliere i capelli», che decretarono il successo del giovane gioielliere piovuto a Parigi dalla provincia. Le incantava coi suoi disegni e inventava per loro un’arte portabile e nuova, scostumata ed elegantissima. Si chiamavano Natalie Clifford Barney, Colette, Renée Vivien, Violet Trefusis, Caroline Otéro, Isadora Duncan, Mata Hari. Ascoltavano la musica innovativa di Claude Debussy, leggevano Marcel Proust, danzavano vestite di sete e di veli Le cygne di Camille Sainte-Saëns, Au bord de l’eau di Gabriel Fauré, l’Etude en forme de Habanera di Maurice Ravel. Si erano liberate del busto come dei legami tradizionali, erano fedeli solo a se stesse, innamorate della propria immagine e di un’idea epica del femminile. Se mai ci fu l’uomo giusto al momento giusto, questo fu Lalique, nato per immortalare nell’arte minore di un gioiello donne che volevano trasformare la loro vita in un’opera d’arte inimitabile e preziosa. Quando René nasce, nel 1860 ad Ay (nella Champagne-Ardenne, nord-est francese), lo scienziato Jean-Henri Fabre sta per fondare l’entomologia, trionfa la floreale Art nouveau e il gusto si va addolcendo, tanto che Hector Guimard, artista simbolista e modernista, nel 1900 inghirlanderà di sinuose liane in ferro battutto le entrate del metro parigino. l’anno del trionfo definitivo di Lalique, che all’Exposition universelle supera persino il fondatore stesso dell’Art nouveau, Emile Gallé. ormai considerato il Benvenuto Cellini francese, i suoi cigni e i suoi pavoni sono sinonimo di raffinatezza, di modernità. Ha quarant’anni ed è il re di Parigi, le donne lo adorano e lui le adora. Ne ha fatta di strada, e rapidamente, da quando bambino di campagna studiava la minuscola vita degli insetti con la faccia nell’erba e guardava da sotto in su l’agitarsi delle foglie sugli alberi, l’intrecciarsi dei rami. Persino la morte prematura del padre, quando lui ha solo 16 anni, si risolve in una fortuna: deve affrettarsi a lavorare e così diventa apprendista a Parigi presso un gioielliere amico di famiglia, Louis Aucoc. Intanto segue i corsi di arte decorativa e va a specializzarsi in Inghilterra. Nel 1882, ventiduenne, tornato in Francia, riprende a disegnare gioielli per Aucoc e altri colleghi illustri. Intanto si sposa, ha una figlia, Georgette, che morirà a 24 anni. pronto a mettersi in proprio. il 1887. Le parigine lo hanno già scoperto. Non è bello, con quei baffoni che gli nascondono mezza faccia, ma è un uomo pieno di fascino, di gusto, di cultura. Ha occhi acuti, penetranti; è mondano, galante. Frequenta il bel mondo, i teatri, le sale da concerto. Soprattutto capisce le donne. Le sogna fatate, misteriose, alate. Le circonda di fiori e di animali talismano, di dolcezza un po’ crudele, un po’ folle, di esotismo sensuale importato dal Giappone, che va molto di moda. Non le costringe a rovinarsi per acquistare diamanti e pietre di grande valore. I suoi materiali sono svariati, nuovi, spesso poveri: ottone, corno, avorio, smalti, pietre di luna, perle di fiume, vetro. Si fa sedurre facilmente. Ma la sua musa, quella che riproduce in tanti profili e silhouette, su spille, pendenti, bottiglie (sarà François Coty nel 1908 a chiedergli di creare flaconi artistici per i suoi profumi, e così i contenitori costeranno per la prima volta più del contenuto) la sua ispiratrice, e poi seconda moglie, si chiama Augustine-Alice Ledru, tipica bellezza preraffaellita, figlia e sorella di scultori, conosciuta nello studio di Auguste Rodin, suo intimo amico. Gli è vicina negli anni d’oro, quelli documentati dalla mostra, gli dà due figli, Suzanne e Marc. Lo sposa nel 1902, dopo la morte della prima moglie, e morirà presto anche lei, nel 1909, lasciandolo di nuovo vedovo e sulla soglia di una svolta artistica. Ormai i suoi brevetti sono saccheggiati dall’industria, l’Art nouveau è approdata alla produzione in serie, si involgarisce, scade nelle leziosità che le saranno poi regolarmente rimproverate. Un autentico Lalique diventa merce sempre più rara, più costosa e prestigiosa. Come il gioiello disegnato per la moglie del presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson, in visita a Parigi nel 1919 per la Conferenza sulla pace. Lalique ormai si è votato all’architettura, è più che mai maestro del vetro e del fuoco, scolpisce per primo grandi vetrate, crea cancellate dall’elegante ampia merlettatura. Per la signora Wilson torna al suo mondo animale, volatile. Crea Le colombe della pace. la consacrazione mondiale. C’era stata una guerra disumana che aveva distrutto per sempre il lieve sogno della Belle époque. I suoi lutti personali si erano confusi con il dolore generale. Non aveva mai smesso, però, di essere aperto e generoso. Racconta Colette che durante quella guerra non si trovavano più le biglie per far giocare i bambini. Lei allora, per far piacere alla figlioletta, Bel-Gazou, scrisse a Lalique domandandogliene ragione. Non ebbe risposta, ma dopo poche settimane si vide recapitare 100 biglie create dall’artista apposta per lei ed erano talmente belle, «rosa, rosse, opalescenti, blu come la fiamma che le ha viste nascere, verdi come l’uva, e come l’acqua e l’assenzio argentee» che non le diede mai alla figlia. Se le tenne per sé, pezzi della sua collezione di cristalli, che ancora oggi si può ammirare nel Museo Colette di Saint-Sauveur, sua città di nascita. Lalique morì dopo un’altra guerra smisurata, nel 1945, senza conoscere decadenza e al fianco di una terza compagna molto più giovane, Marie Anère. Sandra Petrignani