Mario Calabresi, La Repubblica 3/4/2007, 3 aprile 2007
dal nostro inviato «Penso sempre di conoscerti, ma non ti ho mai fatto una domanda nella mia vita, se non dove vivi o che numero di telefono hai
dal nostro inviato «Penso sempre di conoscerti, ma non ti ho mai fatto una domanda nella mia vita, se non dove vivi o che numero di telefono hai. Ma mi sei mancata con più forza e più a lungo di chiunque altra io abbia mai conosciuto». Chi scrive è Ernest Hemingway, l´oggetto del desiderio è Marlene Dietrich. Lo scrittore premio Nobel e la diva tedesca dell´Angelo azzurro si amano da lontano da ormai più di quindici anni, ma la passione tra loro non sembra perdere intensità: «Non ho mai pensato che tu sia una dea, né una puttana, né una stella del cinema: mi sei sempre mancata per quello che sei». La lettera, datata 13 luglio 1950 e spedita da Cuba, è una delle trenta scritte dall´autore di "Addio alle armi" che da ieri mattina si possono leggere alla Ernest Hemingway Collection, ospitata nella John F. Kennedy Presidential Library di Boston. Una scatola di missive spedite tra 1949 e il 1959, donate dalla figlia dell´attrice, Maria Riva, che vanno a ricongiungersi alle 31 scritte da lei, che già si potevano consultare da tempo. Lui la chiama "Crauto", che per un americano è come dire "crucco". Lei "Papa", il suo soprannome universale, che però la Dietrich usa quasi a voler sottolineare quei due soli anni di età che li separano. Lui scrive quasi sempre a macchina, lei a mano con una calligrafia decisa. A lui piace sorprenderla, sedurla, parlarle di quello che sta scrivendo. Lei si confida, gli racconta che non dorme, che prende le pillole, le parla della figlia, e della solitudine: «Hai ragione, io sono sola. Sono sempre sola, tranne quando mi prendo cura dei bambini o degli uomini». L´attacco più in stile Hemingway è certamente questo: «Mia cara Marlene, ti scrivo prestissimo stamattina, nell´ora in cui si svegliano i soldati, i marinai, la povera gente, per mandarti una letterina nel caso tu ti sentissi sola». Poi filosofeggia sull´amore, definendosi «il dottor Hemingstein». Questa lettera del 1950, scritta a macchina, è una tra le più curiose per la spaziatura bizzarra usata dallo scrittore, tanto larga da permettere inserimenti successivi a penna o ancora a macchina. Lui le scrive da Cuba, dall´Idaho, da Parigi, Venezia, Madrid, Malaga e Nairobi. Lei soprattutto da New York. A Natale nel 1953 è a Las Vegas, la carta colorata è dell´hotel Sahara: «Sono qui, dove mi sto un po´ prostituendo, ma lo faccio per i bambini: canto in un nightclub di questa favolosa città dell´azzardo, che mi sembra l´ultima Parigi-prima-della-guerra al mondo. Mi danno 30mila dollari alla settimana e non ho saputo dire di no. Sono vestita in stile Follies Bergers, ma naturalmente non (sottolineato) sono nuda». Nelle lettere c´è intesa, complicità, ma si trova sempre un particolare che segnala che fu un amore non consumato, un amore impossibile, irrealizzabile. Il tutto mescolato con intimità e un linguaggio spavaldo. Colpisce il fatto che Mary Welsh, la quarta moglie dello scrittore, fosse costantemente presente nei loro discorsi. Il 26 settembre 1949 Ernest scrive da Finca Vigia, la tenuta dove viveva non lontano dall´Havana a Cuba. Scrive a macchina, la carta è leggerissima: «Come stai Figlia? Sono veramente geloso che tu sia diventata nonna e che io non lo sia. Ma ho detto a Bumby (è il soprannome del suo primo figlio John, ndr) di gettare via l´armatura e darsi da fare per rimediare. Mary e io ti amiamo molto e ci manchi sempre. Sarebbe magnifico stare insieme di nuovo e avere la possibilità di parlare. Magari potrei presentarmi da te con un paio di bottiglie di Brut di prima mattina e tu potresti aiutarmi a fare la barba». Nel post scriptum le promette un «sacco di splendidi pettegolezzi, qualcuno probabilmente anche vero», poi gioca a fare il geloso e le ricorda la promessa di non passare mai le sue lettere «a quell´uomo, Remarque», lo scrittore Eric Maria Remarque, con cui lei aveva avuto una relazione dopo l´attore francese Jean Gabin. Il premio Nobel e l´Angelo azzurro si erano incontrati la prima volta nel 1934 di ritorno da Berlino. Erano in navigazione sull´Atlantico verso l´America, a bordo dell´Ile de France. La scena, per come la raccontò Hemingway, era degna di una grande pellicola di quegli anni: «Una sera, mentre eravamo a cena nel salone, apparve in cima alle scale questo incredibile spettacolo in bianco. Fece una Pausa Drammatica, poi prese a scendere lentamente. Tutti avevano smesso di mangiare. Arrivò al tavolo dov´era stata invitata, gli uomini scattarono in piedi, ma lei si mise a contare: dodici. Si scusò, ma disse che era davvero superstiziosa e che non avrebbe di certo fatto la tredicesima. Si voltò per andarsene quando io colsi al volo la mia grande occasione, la raggiunsi e mi offrii di fare il quattordicesimo». Da quel momento non si persero più fino a quando lui morì nel 1961. Nel `44 erano di nuovo insieme a Parigi, all´Hotel Ritz. Lei si esibiva per le truppe alleate lui era il corrispondente di guerra per Collier´s. Fu Marlene, che la mattina si sedeva sul bordo della sua vasca da bagno e cantava mentre lui si radeva, ad incoraggiarlo a corteggiare la bionda Mary, anche lei giornalista che scriveva per Time. E per Natale, il suo regalo alla nuova coppia fu la sua camera con il letto matrimoniale, meglio dei due lettini della stanza di Mary. Proprio in dicembre, quindici anni dopo, lo scrittore le spedì un biglietto da Ketchum nell´Idaho, dalla casa dove si suiciderà. E´ l´ultimo messaggio che conosciamo. In copertina c´è una natività, all´interno poche parole aggiunte al messaggio augurale prestampato: «Augurandoti ogni fortuna e amore vecchio e nuovo». La firma è un timbro: Ernest and Mary Hemingway. L´ultima lettera di lei invece è un disperato biglietto del 16 aprile 1961, spedito dal suo appartamento al 993 di Park Avenue alla Mayo Clinic del Minnesota dove lui era ricoverato, sfinito dalla pressione alta e dalla depressione. La carta è azzurra e la scrittura nervosa: «Papa, che cos´è? Qualunque cosa sia non mi piace. Non conosco la geografia, così non so dove sei, ma io vorrei venire a trovarti, se tu mi vuoi. Per tutto giugno e luglio sarò a New York, devo prendermi cura degli altri bambini. Ti amo. Il tuo Kraut». Nella sua autobiografia, pubblicata nel 1984, Marlene pronunciò le parole definitive sul loro rapporto: «L´ho amato immediatamente e non ho mai smesso. L´ho amato platonicamente. Dico questo perché l´amore che sentivamo l´uno per l´altro è stato un amore eccezionale nel mondo in cui viviamo: un amore puro, assoluto. Un amore non attraversato da dubbi, un amore oltre l´orizzonte, oltre la tomba anche se so per certo che ciò non esiste. Tuttavia i nostri sentimenti amorosi durarono parecchi anni, anche quando non restavano più speranze per nessuno, né desideri, né voti da esaudire, quando Hemingway sentiva ormai soltanto una disperazione profonda, la stessa che provavo io nel pensare a lui. Era la mia Rocca di Gibilterra, adorava questo nome».