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 2007  aprile 03 Martedì calendario

HENCKEL VON DONNERSMARCK Florian Colonia (Germania) 2 maggio 1973. Regista • «Dicono che è nato con un cucchiaio d’oro in bocca e una camicia di seta incollata alla pelle

HENCKEL VON DONNERSMARCK Florian Colonia (Germania) 2 maggio 1973. Regista • «Dicono che è nato con un cucchiaio d’oro in bocca e una camicia di seta incollata alla pelle. È alto, bello, colto e con un nome importante: Florian Henckel von Donnersmarck, antica nobiltà della Slesia. Ha frequentato l’asilo a New York, le elementari a Berlino, il liceo a Bruxelles, l’Università a San Pietroburgo. Parla correntemente italiano, inglese, francese e russo, anzi, pensava che sarebbe diventato professore di russo, invece è diventato regista e ha vinto l’Oscar: a 33 anni, e con la sua opera prima. La svolta avviene [...] a Oxford, dove studia scienze politiche e filosofia. C’è un concorso che mette in palio uno stage dal regista inglese Richard Attenborough e lui lo vince scrivendo il miglior tema su un argomento che al momento gli è ancora estraneo, “Perché il film è il mio mezzo di comunicazione preferito”. Dopo due mesi sul set la decisione è presa. “Voglio diventare regista”, dice al padre. Accontentato: va a studiare all’Università del Film e della Televisione di Monaco. E nel primo semestre scrive una prima bozza di quella sceneggiatura che vale l’Oscar 2007 come miglior film straniero: La vita degli altri [...] storia di una coppia di artisti spiati dai servizi segreti della Ddr “e di un sistema di potere - dice oggi - che non rispetta la sfera privata delle persone, un po’ come è successo recentemente in Italia con lo scandalo Telecom. La storia delle intercettazioni non mi ha stupito: i capi della Telecom hanno utilizzato quella sorta di mantello invisibile che avevano a disposizione, una tentazione che verrebbe a molti. Come diceva Lord Acton, ‘il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto’” [...]. Il clima di paura e di sospetto Florian Henckel von Donnersmarck lo conosce bene: l’ha provato sulla sua pelle a otto anni, quando i genitori - nati a Est ma fuggiti a Ovest - l’hanno portato a trovare i parenti rimasti al di là del Muro. Ha sempre voluto girare un film su quel mondo e trova un produttore che glielo finanzia, il berlinese Peter Rommel. A due condizioni: contenere i costi entro un milione di euro e girare in Super16. Dopo tre anni di lavoro preparatorio e a dieci mesi dal primo ciak, è chiaro che il regista non riesce a rispettare i patti. I costi sforano di 370 mila euro il budget e lui non vuole girare in Super 16: “È un formato orrendo. Su questo punto sono inflessibile. Non voglio improvvisare. Voglio poter ripetere una scena anche sedici volte, se non mi convince”. Rommel non cede e gli dice di cercarsi un altro produttore. Lui ne trova due - vecchi compagni alla scuola di Monaco - che mettono insieme un milione e seicentomila euro. Comincia a girare, ma alla fine mancano ancora 170 mila euro e non sanno dove trovarli. Offrono il film ai distributori a condizioni vantaggiosissime, tutti declinano, sono convinti che una storia del genere non abbia mercato. Henckel von Donnersmarck sta pensando di giocare un’ultima carta - un prestito dalla famiglia - quando trova la porta giusta: quella di Wolfgang Braun, direttore di Buena Vista International-Germania. Il manager copre i debiti e rincuora il regista. Il film, gli dice, non sarà in perdita. Forse però nemmeno la sua vista lunga arrivava ai due milioni di spettatori che il fim ha avuto in Germania [...] Con i festival si ripete la storia dei distributori. La vita degli altri non riesce ad andare in concorso né alla Berlinale 2006 né al Festival di Cannes. Troverebbe posto nelle sezioni minori, ma Henckel von Donnersmarck non accetta ripieghi. Nelle sale tedesche ha subito un grandissimo successo. Dall’estero arrivano le prime richieste. E il regista ricomincia a sognare in grande. Va in America a presentare il film a tutti quelli che contano e ottiene una nomination. Poi, a sopresa per tutti ma non per lui - “Ho sempre avuto chiaro dove volevo arrivare” -, l’Oscar come miglior film straniero. [...]» (Marina Verna, “La Stampa” 3/4/2007).