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 2007  aprile 03 Martedì calendario

D’AGATA Giuseppe

D’AGATA Giuseppe Bologna 1927, Bologna 29 marzo 2011. Scrittore • «Da parecchio tempo gli scrittori italiani ritenevano, e non senzaDE ragioni, che in narrativa alcune cose non si potessero più fare, se non nel ghetto della microeditoria: ad esempio privilegiare la scrittura rispetto alla “storia”, oppure avvalersi di strutture complesse, frantumate o “aperte” o circolari che fossero (“difficili”, insomma), o ancora mettersi a scrivere quello che si ha voglia di scrivere, senza minimamente far sacrifici al feticcio del mercato. Da parecchio tempo, in altri termini, gli scrittori italiani assistevano imbarazzati e compunti alla sepoltura del Novecento, vedendo schiudersi un Duemila che procedeva all’insegna di un Ottocento da appendice. Qualcuno, qua e là, beninteso ci provava, ma doveva presto battere in ritirata, soverchiato dai rifiuti editoriali o dalle vendite bassissime di un prodotto pubblicato di malavoglia, e destinato da subito al dimenticatoio. Ci voleva Giuseppe D´Agata, autore di lungo corso giunto ormai alla soglia degli ottant’anni, per dimostrare che lo sperimentalismo (già, proprio il nume tutelare della grande letteratura del Novecento) non solo è ancora possibile, ma è anche in grado di produrre cose egregie. Ha scritto un romanzo, breve e intenso, intitolato I passi sulla testa, fatto tutto di frasette brevi o brevissime, di nomi di scrittori e titoli di libri, di un concerto jazz tenuto nel 1938 alla Carnegie Hall e di poco altro, nonché punteggiato abbondantemente, ossessivamente, di onomatopee, tra le quali domina un TUM TUM di marinettiana memoria. [...] Giuseppe D’Agata è stato un grande facitore di “storie”, un raffinatissimo artigiano della fiction narrativa (basti ricordare Il medico della mutua, Il segno del comando, Memow). Ma è anche uno scrittore vero, che sa bene come la scrittura sia tutto, e non zero, e che sa scegliere, perché li ha tutti a disposizione, gli strumenti linguistici giusti per arrivare dove vuole arrivare. Ne fa fede, se ce ne fosse bisogno, il pathos autentico e profondo che la disarticolazione de I passi sulla testa riesce a generare, lo smarrimento che provoca, la catarsi che induce nella contemplazione di quella morte che è anche e soprattutto la morte di una letteratura, di una civiltà, di un mondo che proprio non meritavano di morire. [...]» (Stefano Giovanardi, “la Repubblica” 3/4/2007).