Loretta Napoleoni, Corriere della Sera 3/4/2007, 3 aprile 2007
Abbiamo inviato un esercito di attentatori suicidi in tutte le città dell’Afghanistan» tuonava ieri l’ultimo comunicato del mullah Dadullah, il sequestratore di Mastrogiacomo, capo delle operazioni militari dei ricostituiti talebani
Abbiamo inviato un esercito di attentatori suicidi in tutte le città dell’Afghanistan» tuonava ieri l’ultimo comunicato del mullah Dadullah, il sequestratore di Mastrogiacomo, capo delle operazioni militari dei ricostituiti talebani. La sua dichiarazione ha fatto eco ad una inchiesta del New York Times che traccia la nuova struttura di al Qaeda in Afghanistan e nel mondo. A fiancheggiare la campagna di primavera dei talebani è un’organizzazione che, grazie all’innesto di nuove reclute, è più agile, più giovane e più elusiva che in passato. Addestrate in Cecenia, in Iraq e nei Balcani, le nuove leve di al Qaeda hanno imparato la jihad sul campo dove si sono sporcate le mani con il sangue dei nemici e con quello dei compagni di battaglia. Sono giovani tra i 25 ed i 30 anni, provengono dai Paesi del Nord Africa, dall’Iraq e dal Pachistan. Hanno nomi come Khalid Habib, marocchino esperto in esplosivi, e Abdul Hadi al-Iraqi, l’iracheno scelto da al Zawahiri per rimpiazzare al Zarqawi dopo la sua morte. Grandi assenti i sauditi, un tempo di casa nell’organizzazione (si pensi solo che 15 dei 19 dirottatori dell’11 settembre erano connazionali di Bin Laden), ma non perché, come ha dichiarato ieri il governo saudita, tra l’80 ed il 90 per cento dei seguaci di al Qaeda sul proprio territorio sono stati riabilitati, né perché è stata tagliata loro la testa. L’assenza dei sauditi è dovuta ad un fattore nuovo, che nessuno aveva previsto. A gestire l’organizzazione non è più Osama Bin Laden, relegato nella posizione di icona jihadista, ma il medico egiziano Ayman al Zawahiri. Già membro della Fratellanza Mussulmana, all’inizio degli Anni 80, al Zawahiri è stato imprigionato e ripetutamente torturato per l’assassinio di Sadat. In carcere ha imparato tante lezioni, di una in particolare ha fatto tesoro: sotto tortura pochi stanno zitti. Ecco perché ha imposto alle nuove leve una rigida compartimentazione. Penetrare una cellula è come finire in un vicolo cieco, se ne sono accorti la scorsa estate gli inglesi quando la cattura dei presunti membri dell’attentato ad Heathrow non ha portato a nessun ulteriore arresto. Punta di diamante delle nuove leve è l’attacco suicida, teorizzato negli Anni 90 dallo stesso al Zawahiri, avvallato da autorità religiose del salafismo radicale quali al Maqdrisi, collaudato e perfezionato sul campo da al Zarqawi. Come dimenticare che fu proprio al Zawahiri a convincere Bin Laden, sempre attentissimo ai dettami teologici della jihad, sulla legittimità dell’azione suicida, rigorosamente vietata dalla religione mussulmana? Senza quell’avallo molto probabilmente non ci sarebbe stato l’attacco alle due torri e il mullah Dadullah si sarebbe ritrovato senza la sua armata suicida. Cinghia di trasmissione tra il gotha di al Qaeda e la nebulosa del jihadismo mondiale, sono le nuove leve pachistane forgiate dalla leadership storica rifugiatasi alla caduta del regime talebano nella zona tribale pachistana. Questi giovani hanno abilmente sfruttato legami familiari e tribali con l’emigrazione in Gran Bretagna e sono diventati il ponte tra le nuove leve ubicate nel Pachistan e la Gran Bretagna, che ormai ha rimpiazzato l’America quale nemico lontano dei jihadisti. Le nuove leve conservano il sostegno strategico e logistico della vecchia al Qaeda, la protezione delle tribù islamiche pachistane e quella dell’Isi, i servizi segreti del Paese. Ma se il Pakistan è la base logistica, la vera forza delle nuove leve è la compartimentazione e la fittissima rete dell’emigrazione nord africana e pachistana in Europa, un filo di sangue con il quale contano di strangolare l’Occidente.