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 2007  aprile 03 Martedì calendario

Che il più celebrato scultore e architetto dell’età barocca, Gian Lorenzo Bernini, fosse solito a colpi di teatro nelle sue architetture (celebri i cannocchiali illusionistici), nelle sue sculture (dalle colonne «salomoniche» del baldacchino di San Pietro alla magica luce dell’Estasi di Santa Teresa) e anche negli apparati che predisponeva per feste e liturgie delle corti europee e della Camera Apostolica era noto

Che il più celebrato scultore e architetto dell’età barocca, Gian Lorenzo Bernini, fosse solito a colpi di teatro nelle sue architetture (celebri i cannocchiali illusionistici), nelle sue sculture (dalle colonne «salomoniche» del baldacchino di San Pietro alla magica luce dell’Estasi di Santa Teresa) e anche negli apparati che predisponeva per feste e liturgie delle corti europee e della Camera Apostolica era noto. Qualcosa, grazie allo studioso Cesare D’Onofrio, pure si conosceva della sua attività che oggi definiremmo teatrale. Un’attività che non deve stupire: a quel tempo, infatti, gli architetti di corte avevano anche il compito di allestire apparati e opere per intrattenimenti (più o meno goliardici) e Bernini, in particolare, interpretò i ruoli oggi distinti tra quelli di scenografo, regista, librettista e, persino, attore. Ora, per la prima volta, grazie al ritrovamento di frammenti inediti presso la Biblioteca Nazionale di Parigi (Bernini lavorò in Francia disegnando progetti per il Louvre) e a una successiva collazione e integrazione su basi filologiche, siamo in grado di leggere, diciamo, in un «libretto», una sua commedia. Si tratta di una «comedia ridiculosa» intitolata «La verità discoperta dal tempo». Il lavoro di ricostruzione di questa drammaturgia in due tempi, databile al 1644, si deve allo studioso Alberto Perrini e viene ora pubblicata da Rubbettino. Il cavalier Bernini, a partire dal 1633, compose una ventina di canovacci di commedie, alcune per i papi Urbano VIII e Innocenzo X. La compagnia di recita era composta dal fratello Luigi e da vari assistenti di bottega, tra i quali il pittore Guido Ubaldo Abbatini, specializzato nel ruolo di Zanni o Arlecchino. Queste «comedie» venivano allestite nella Fonderia Vaticana, al Collegio Romano o nei palazzi di nobili e cardinali. Com’erano e quando venivano messe in scena? Bernini le predisponeva soprattutto per il carnevale, i testi erano dei semplici canovacci sui quali si recitava a soggetto (come nella tradizione della Commedia dell’Arte) e si avvalevano di fantasmagorici effetti scenotecnici (lune che scomparivano, finti cavalieri, inondazioni, fuochi) come ben testimonia il viaggiatore francese Fréart de Chantelou che le vide e, come attesta una lettera di Fulvio Testi: «Erano cose da far morire dalle risa». Ne scrisse una su una finta inondazione causata dal Tevere, in una mise in scena se stesso, in un’altra derise i Borgia. Erano commedie piene di doppi sensi e qualche volgarità, che la corte papale apprezzava evitando, però, che se ne venisse a conoscenza perché «avrebbero senza dubbio dato scandalo», afferma Alberto Perrini. Per questo motivo non si sono trovati dei veri e propri testi delle commedie: sarebbe stato infatti assai sconveniente dover concedere l’imprimatur con licenza de’ superiori a quei lavori. Quei superiori, sottolinea però Perrini, erano quegli stessi «cardinali e alti prelati che si prendevano gusto di assistere in privato a quelle piccanti e divertenti rappresentazioni in un clima di ammiccante complicità». Veniamo all’opera ritrovata e composta. La «comedia ridiculosa» è la storia di un amore contrastato tra personaggi in maschera (Arlecchino, Traffichino, Brighella...) che si conclude con delle nozze, e nella quale il Bernini cerca di esorcizzare la propria malasorte. Lui si mette in scena come Graziano, un artista geniale (il più geniale); c’è poi sua figlia Angelica che ama Cinzio, e una serva, Rosetta, che viene interpretata da Costanza Bonarelli, moglie di un collaboratore di bottega del Bernini e sua amante. La parte del cattivo in commedia è quella di Alidoro, raffigurato da Bernini nelle vesti di un suo celebre avversario: il pittore Salvator Rosa. Perché scrisse questa commedia dove si mette in scena come una sorta di nuovo Michelangelo? Perché nel 1644 era morto il suo protettore, il papa filofrancese Urbano VIII, e gli era successo il filospagnolo Innocenzo X Pamphilj; e con esso lo scultore era finito in disgrazia. Nella commedia, Graziano fa la parte del genio incompreso in disgrazia al quale il tempo darà ragione. Da qui il titolo: «La verità discoperta dal tempo», che è anche il titolo che in quel nerissimo 1644 Bernini diede a una sua scultura (oggi alla Galleria Borghese) dove la Verità figura nuda, cioè «discoperta». La verità discoperta doveva essere la conferma del suo valore di artista. Il papa non s’intenerì. Anzi, la commedia non andò a buon fine e tempo dopo Bernini divenne addirittura un «reietto» condannato a pagare tremila scudi con confisca del patrimonio per aver commesso un errore di calcolo sulla stabilità della torre campanaria di San Pietro (che venne infatti demolita). Solo nel 1647 il cavalier Bernini riguadagnò la stima del papa. Come? Con le commedie o con la scultura? Niente di tutto questo. Entrò nelle grazie amorose della venale donna Olimpia Pamphilj, che era però cognata e consigliera del papa. Una commedia nella commedia, insomma. L’artista CANOVACCIO ] Gian Lorenzo Bernini (1598 - 1680) fu pittore, scultore, architetto e commediografo. ] La commedia «La verità discoperta dal tempo» è ora pubblicata, a cura di Alberto Perrini (Rubbettino, pp.206 e 16)