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 2007  aprile 03 Martedì calendario

MILANO

Tarek Aziz, l’ex primo ministro (cristiano) del regime di Saddam Hussein, ha testimoniato sotto giuramento che «il governatore della Lombardia Formigoni ha ricevuto assegnazioni di petrolio», fino a un anno prima della guerra, perché il governo di Bagdad «intendeva concedere il greggio alle persone considerate sue amiche», in quanto «tenevano un atteggiamento politicamente positivo nei confronti dell’Iraq». Roberto Formigoni, interpellato ieri attraverso il suo ufficio stampa, lo ha smentito su tutti i fronti: «Queste dichiarazioni sono false, infondate, indimostrate e indimostrabili».
Tarek Aziz era stato interrogato a Bagdad il primo marzo e il 16 agosto 2005 dagli ispettori dell’Onu che indagano sullo scandalo «Oil for food». L’inchiesta internazionale riguarda tangenti per 228 milioni di dollari che il governo di Saddam ha ricevuto da decine di aziende di tutto il mondo, dal 2000 al 2002, in cambio di contratti petroliferi per 64 miliardi di dollari. All’epoca l’Iraq era sotto embargo e non avrebbe dovuto ricevere neppure un soldo, ma solo cibo e medicine comprati direttamente dall’Onu. Chiusa l’istruttoria, i singoli Stati sono stati chiamati a procedere contro le aziende coinvolte. A Milano la Procura indaga su una piccola società petrolifera, la Cogep srl, accusata di aver versato tangenti per 942 mila dollari a tre dirigenti iracheni, in cambio di forniture di greggio per 63 milioni di euro.
Il 5 marzo scorso il tribunale del riesame ha confermato il sequestro dei «profitti» dell’affare, bloccando beni per 1.296.000 euro (due miliardi e mezzo di lire) agli indagati per «corruzione internazionale». In questa udienza il pm Alfredo Robledo ha depositato ai difensori anche la «testimonianza giurata» di Aziz con gli ispettori Onu. Tra gli indagati per questa presunta corruzione dei funzionari iracheni compare anche l’ex sindaco ciellino di Chiavari, Marco Mazarino de Petro, vecchio amico e collaboratore politico di Formigoni, che lo ha nominato presidente dell’azienda regionale Avionord e rappresentante della Lombardia in Iraq proprio mentre la Cogep otteneva i primi contratti.
«Non ho mai preso né una goccia di petrolio né un dinaro iracheno», aveva replicato Formigoni già l’anno scorso, quando Il Sole 24 Ore pubblicò un fax «a sua firma», datato 8 giugno 1998, che sembrava raccomandare la Cogep proprio a Tarek Aziz. L’affermazione di non aver mai preso soldi è sicuramente corretta, infatti Formigoni non è indagato. Aziz però, nell’interrogatorio ora pubblico, attribuisce allo stesso Formigoni quell’«assegnazione» (in gergo «allocazione») di petrolio poi monetizzata dalla Cogep. Il verbale dell’Onu è «riassuntivo». «Il signor Aziz – scrivono gli ispettori – ha ammesso di aver raccomandato alcuni individui affinché ricevessero gli stanziamenti petroliferi». La società monopolista del greggio di Stato (Somo), ha spiegato Aziz, firmava due categorie di contratti: «ordinari», con «società petrolifere professioniste che erano considerate affidabili compratori»; e «speciali», cioè a favore di «individui o società amici dell’Iraq o che tenevano un atteggiamento politicamente positivo».
Mostrando le carte sequestrate al ministero a Bagdad, gli ispettori chiedono se tra «i beneficiari», per un presunto ammontare di 24 milioni di barili, c’era anche il politico italiano. «Formigoni ha ricevuto allocazioni di petrolio», risponde Aziz, specificando che «era il governatore della Lombardia, che ha molte raffinerie», e che «la loro amicizia risale all’incirca al 1990».
Sempre come testimone (benché detenuto), ma assistito dal suo avvocato Izzat Arif Badie, l’ex premier iracheno precisa di «non aver mai concesso allocazioni di petrolio senza che il beneficiario lo avesse espressamente richiesto»: l’unica eccezione fu un sacerdote francese, padre Benjamin. Aziz chiude la sua deposizione con parole d’orgoglio: «Sto dicendo la verità e non ho paura di voi».
La presunta raccomandazione, per la legge italiana, non è comunque reato. Di corruzione sono invece accusati i titolari della Cogep, Andrea e Natalio Catanese, che avrebbero versato le tangenti ai funzionari iracheni, e il mediatore politico De Petro, che avrebbe ricevuto la sua quota di «profitti illeciti» (circa 700 mila dollari) su due conti svizzeri intestati alle società off-shore «Candonly» e «Karup». «Ricorreremo in Cassazione contro il sequestro – ha annunciato ieri l’avvocato Michele D’Agostino ”: quei versamenti non erano tangenti, ma una tassazione imposta da uno Stato sovrano. La Cogep è stata vittima di una concussione internazionale»