Ennio Caretto, Corriere della Sera 3/4/2007, 3 aprile 2007
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON – «L’America ama Hillary». Il grido di dolore è del Drudgereport, il bollettino conservatore su Internet. Nella corsa all’oro delle primarie – la caccia ai finanziamenti elettorali – la ex first lady ha stracciato ogni record. Nel primo trimestre del 2007, anzi a partire dal 10 gennaio, il giorno della sua candidatura ufficiale, ha raccolto 26 milioni di dollari, a cui ha sommato 10 milioni di dollari avanzati dalla campagna per il Senato del 2006. Nemmeno George Bush era riuscito a tanto al principio delle sue campagne. più dei 30’31 milioni di dollari incassati da tutti i candidati democratici all’inizio delle primarie del 2003. Ed è più dei 23 milioni di dollari denunciati dal primo dei potenziali avversari repubblicani, il sorprendente Mitt Romney, l’ex governatore del Massachusetts. In pratica, il bottino di Hillary Clinton è un’ipoteca sulla Casa Bianca: normalmente, è il candidato Paperone che viene eletto presidente.
Secondo il politologo Larry Sabato, il massimo esperto di elezioni americane, non è per puro caso che gli «hillaristi» hanno annunciato l’exploit della senatrice con due settimane in anticipo rispetto ai regolamenti (i candidati hanno tempo fino al 15 aprile per rendere pubbliche le loro finanze). «Hillary – rileva Sabato – sta combattendo una guerra psicologica per convincere tutti gli altri della propria imbattibilità». Il politologo aggiunge che gli «hillaristi» avevano ridotto abilmente le aspettative, pronosticando una raccolta di 15 milioni di dollari nel primo trimestre e di 75 milioni per l’intera campagna elettorale, «un obiettivo facile». L’argomentazione non è senza merito. Il principale rivale della ex first lady, il giovane senatore nero Barack Obama, che sinora non ha fatto cifre, avrebbe raggiunto i 20 milioni di dollari, per qualcuno i 25 milioni, quindi poco meno. E il «terzo uomo» John Edwards i 14 milioni, una cifra pur sempre rispettabile. Altre due partenze a scatto.
L’impresa di Hillary Clinton resta senza tuttavia precedenti, e non soltanto perché nel 1999 il numero uno democratico, l’allora vicepresidente Al Gore, non arrivò ai 9 milioni di dollari, e nel 2003 Edwards, che poi venne superato da John Kerry, non arrivò ai 7 milioni e mezzo. Ma anche perché a votare con il portafoglio per la senatrice è stata la gente comune (oltre 50mila persone le hanno donato meno di cento dollari a testa) e sono stati i giovani di internet, che hanno totalizzato 4 milioni e 200 mila dollari. Ha commentato Patti Solas Doyle, la sua amministratrice: «Ne siamo molto orgogliosi, è la prova che possiamo conquistare la Casa Bianca». La Doyle non ha nascosto di puntare sull’ex presidente Bill Clinton, che se la moglie fosse eletta diverrebbe «il first gentleman», per un’impresa storica: la raccolta di ben 100 milioni di dollari entro Natale. La popolarità di Bill è all’apice, per il 70 per cento degli americani è l’asso nella manica della moglie.
Per i repubblicani, il boom di Hillary è un campanello d’allarme. Ai 20 milioni di dollari intascati da gennaio, Romney, il candidato mormone dei neocon e degli evangelici, ha aggiunto 3 milioni dai fondi di quando venne eletto governatore, ed è in buona posizione. Ma l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani e il senatore John McCain, che sino a ieri lo precedevano nei sondaggi, sono indietro: il primo pare disporre di 17 milioni di cui 14 intascati nel primo trimestre, il secondo di 10’12 milioni. Per loro, come per Obama ed Edwards tra i democratici, ridurre le distanze da Hillary è perciò questione di vita o di morte politica. Ma a giudizio di Sabato, avranno meno mesi a disposizione che in passato per il sorpasso: «Le primarie più importanti sono stata anticipate al principio del 2008», spiega il politologo. «Le candidature verranno decise a febbraio non a maggio. E in entrambi i Partiti vincerà chi si troverà in "pole position" finanziaria alla fine del 2007».
Teorico de «il ricco vince» fu proprio Bill Clinton. Ma ad attuare la sua dottrina fu George W. Bush. Nel 2004, il presidente trasformò le primarie in una feroce caccia ai finanziamenti. Bush rifiutò i fondi pubblici per non rinunciare a quelli privati, costringendo Kerry a fare altrettanto. I due rivali li accettarono soltanto alla tornata finale, 74 milioni di dollari a testa. Risultato: raddoppiarono o triplicarono le spese. Bush passò dai suoi 185 milioni del 2000 a 367 milioni; e Kerry saltò dai 120 milioni di Gore a 328 milioni.