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 2007  aprile 03 Martedì calendario

MOSCA – E’

ancora crisi in Ucraina, con il presidente che scioglie il parlamento fissando nuove elezioni per il 27 maggio e i deputati della Rada che a maggioranza dichiarano illegale la decisione del capo dello Stato. Anche le tende sono tornate in strada, vicino alla piazza centrale della capitale ucraina, la Maidan dove nel 2004 era sbocciata la rivoluzione arancione. Solo che questa volta ad accamparsi sono i sostenitori del primo ministro filorusso Viktor Yanukovich, l’uomo contro il quale tre anni fa buona parte del paese scese in piazza. Dalle tende chiedono di non cambiare il governo, di non sciogliere il parlamento. Pochi metri più in là sabato si erano invece radunati i sostenitori del presidente Viktor Yushcenko e della pasionaria Yulia Timoshenko che con le sue trecce bionde aveva incendiato la piazza. In migliaia invocavano lo scioglimento del parlamento e l’avvio di una nuova rivoluzione per cacciare il governo.
Sembra di rivivere quella stagione del 2004, carica di speranze e promesse non mantenute. Perché nel frattempo in Ucraina tante cose sono successe, con tradimenti, dispute tra ex alleati e cambiamenti di fronte. Un nuovo raggruppamento arancione sembra essere nato sulle ceneri della legislatura che aveva visto appena pochi mesi fa l’imprevedibile connubio tra i due Viktor. Gli ex nemici giurati, condannati a convivere come presidente e primo ministro. Ora i due sono tornati nemici e il rischio di una drammatica svolta di piazza potrebbe farsi più concreto.
Cosa sta succedendo dunque nell’ex repubblica sovietica? Nel 2004 le forze democratiche, pro-occidentali e riformiste, si ribellarono dopo che Yanukovich era stato dichiarato vincitore delle elezioni presidenziali in consultazioni falsate dai brogli.
Tutta la parte occidentale del paese (di etnia ucraina e polacca) scese in piazza e avviò la rivoluzione arancione, che pacificamente portò l’Ucraina a nuove elezioni, vinte poi da Yushcenko. La focosa Yulia divenne primo ministro, ma l’accordo durò pochi mesi. Dopo vari rovesciamenti di fronte, si è arrivati nel 2006 alle elezioni politiche nelle quali i filorussi di Yanukovich sono usciti come il partito di maggioranza relativa. Alla fine l’ex nemico pubblico numero uno ha ricevuto l’incarico di formare il governo. Da mesi si andava avanti con una difficile coabitazione. Poi Yanukovich ha lanciato una «campagna acquisti» assicurandosi il voto di vari parlamentari precedentemente fedeli a Timoshenko e Yushcenko (gli ultimi 12 hanno fatto il «salto» venerdì scorso). Il primo ministro, che già poteva contare su 250 voti (i seggi sono 450), voleva arrivare a 300 per poter anche varare riforme costituzionali che toglierebbero ogni potere al presidente Yushcenko.
Questi, di nuovo allineato con la Timoshenko, ha gridato al colpo di stato e ha deciso di sciogliere il parlamento, anche se il «cambio di casacca» non è proibito dalla costituzione ucraina. Dopo un formale giro di consultazioni, Yushcenko ha annunciato ieri sera la sua decisione. Subito gli uomini di Yanukovich (255 su 450) hanno votato contro alla Rada, mentre gli altri deputati abbandonavano l’aula. La maggioranza ora chiederà alla corte costituzionale di annullare la decisione del presidente. Lo stesso premier filo-russo ha chiesto il ritiro del decreto che «porterebbe l’Ucraina alla destabilizzazione».
Comunque non è detto che tornare alle urne risolverebbe le cose. L’anno scorso vinse proprio da Yanukovich. E i sondaggi dicono che il risultato non cambierebbe: 18% a Yanukovich, 15 alla Timoshenko e 7 a Yushcenko. Si riproporrebbe quella realtà frastagliata che sta già paralizzando l’Ucraina.