Guido Olimpio, Corriere della Sera 3/4/2007, 3 aprile 2007
La rieducazione dell’imam al posto della scimitarra del boia. L’Arabia Saudita – ma anche Marocco e Yemen – hanno scelto la via del dialogo per convincere i qaedisti catturati al pentimento
La rieducazione dell’imam al posto della scimitarra del boia. L’Arabia Saudita – ma anche Marocco e Yemen – hanno scelto la via del dialogo per convincere i qaedisti catturati al pentimento. Preghiere appropriate, lunghe sedute con gli ulema, una interpretazione corretta del Corano, discussioni teologiche hanno sottratto molti estremisti al mondo di tenebra della jihad. Su duemila detenuti sottoposti al programma varato dalle autorità saudite ben 700 hanno risposto in modo positivo, rinunciando definitivamente alla lotta armata. Per alcuni rilasciati si è aperta una nuova possibilità: hanno trovato moglie e lavoro, reinserendosi nel tessuto sociale. All’opposto un nucleo di 1.300 detenuti è rimasto arroccato sulle posizioni intransigenti. Molti hanno subito un tale lavaggio del cervello, vivendo immersi nelle teorie oltranziste, che fargli cambiare idea ha la stessa consistenza di un miraggio nel deserto. La tattica della rieducazione è già stata applicata con successo in diversi Paesi Arabi, anche se su un numero contenuto di prigionieri. Tra i primi a usarla con successo i servizi segreti algerini o quelli degli Emirati. In un caso clamoroso, gli 007 hanno portato nella cella di un terrorista un ulema. Ne è nata una discussione sui testi sacri. L’uomo di religione, usando abilmente il Corano, ha convinto l’estremista che la strada della violenza era sbagliata. Il terrorista, alla fine, ha fornito informazioni importanti che hanno permesso di smantellare una cellula operante tra Italia e Francia. I sauditi hanno rilanciato la tattica su larga scala. Muhammad Al Najeeni, un responsabile dell’indottrinamento, ha elaborato le linee guida. E quando incontra i qaedisti in prigione spiega loro che: la jihad è permessa solo con il consenso dei leader del Paese, è necessaria l’autorizzazione dei genitori e serve una fatwa (consiglio religioso). Ovviamente questa è la base su cui partire, poi passano settimane di incontri. I terroristi sono degli ossi duri e ribattono: «Se la guerra santa era possibile contro i sovietici in Afghanistan perché non lo è contro gli americani?». Gli ulema rispondono che l’Urss aveva imposto un regime ateista e aveva occupato Kabul. I sauditi vanno fieri del loro progetto e lo hanno illustrato a un pool di giornalisti britannici, permettendo loro di incontrare alcuni pentiti. Come Abu Suleiman, 33 anni, catturato a Tora Bora nel 2001 e poi trasferito a Guantanamo. Afferma che Osama «era un uomo tranquillo, ma quando parlava sapeva accendere gli animi». E aggiunge: però è stato il primo a scappare. Dopo il trattamento di rieducazione Abu Suleiman si è sposato e oggi fa l’analista alla Borsa. Le autorità sono incoraggiate dai risultati, però non si fanno illusioni. Per estirpare l’ideologia radicale – quella dei takfir – serviranno anni. Perché i consigli dei cattivi maestri sono spesso più convincenti di quelli degli ulema di Stato.