Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 3/4/2007, 3 aprile 2007
Con il risciacquo dei panni in Arno, come si sa, Fermo diventò Renzo: quel nome proprio dovette sembrare a Manzoni troppo lombardo per essere inserito senza stridori in un contesto ormai toscanizzato
Con il risciacquo dei panni in Arno, come si sa, Fermo diventò Renzo: quel nome proprio dovette sembrare a Manzoni troppo lombardo per essere inserito senza stridori in un contesto ormai toscanizzato. Spesso il battesimo dei personaggi letterari comporta un lungo tormento da parte degli autori e finisce per produrre i suoi effetti perfino sulla struttura delle opere. Pensate se Nabokov avesse chiamato Jennifer la sua Lolita, se Joseph K. fosse Sebastian J., se Godot fosse Sarkozy (En attendant Sarkozy...). Con i nomi cambierebbe anche la percezione dei capolavori di cui sono protagonisti. Per non parlare della poesia: «Samantha, rimembri ancora...». Un nome imperfetto trascina nel proprio fallimento anche il suo personaggio. Con i nomi non si scherza. Fenoglio assegnò al partigiano protagonista di Una questione privata il soprannome del suo scrittore preferito: Milton. Calvino diede a un suo famoso personaggio il nome di un osservatorio astronomico californiano, Palomar. Pirobutirro, il casato dell’alter ego di Gadda ne La cognizione del dolore, proviene dall’hobby preferito del padre, la coltivazione delle pere butirro. Milton, Palomar, Gonzalo Pirobutirro: sembrano nomi assurdi, ma sono insostituibili e basta. L’onomastica letteraria è oggetto di analisi sempre più frequenti. In Nomi di cenere (Edizioni ETS), lo studioso Luigi Sasso ci ricorda, con Rilke, che i nomi sono icone, sono le immagini, le forme del viso e del corpo. Bene. Può capitare che un romanzo riproduca esattamente i nomi della realtà: significa che l’autore non ha trovato di meglio, oppure significa che l’autore non vuole proprio, nel bene e nel male, tradire l’identità dei propri personaggi. Prendiamo per esempio Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, che George Steiner definì come una specie di Cent’anni di solitudine sardo. Il libro fu scritto a mano su due agende. Satta, un giurista di Nuoro di gran fama, cominciò a scrivere il 25 luglio 1970 alle 18 e sarebbe morto nell’aprile 1975 senza concludere il suo capolavoro. Incaricò però una sua segretaria di farne una trascrizione dattiloscritta. Il romanzo, proposto dagli eredi a vari editori, uscì postumo nel ’77 presso la padovana Cedam. Non certo quello che si dice un editore di grido. Finché nel ’79 Roberto Calasso se ne innamorò e lo ripubblicò da Adelphi facendone un bestseller. Prima di consegnare il dattiloscritto all’editore Cedam, però, gli eredi furono assaliti da scrupoli sulla privacy e decisero di sostituire i nomi di persona voluti dall’autore. Nella piccola Nuoro, era facile che il libro sollevasse un pandemonio. Il che avvenne puntualmente anche con i nomi cambiati. In effetti, l’autore chiama in vita le anime dei concittadini, e non sempre si tratta di persone perbene, perché ci sono grassatori, prelati meschini, ci sono matti, violenti e cacciatori di dote, impostori, poveracci, briganti, cornuti, bastardi, diseredati. Il tutto con nomi e cognomi. E poco importa che si partisse dall’Ottocento, perché le ombre di quei personaggi arrivavano fino agli eredi di oggi. Ecco spiegato perché la famiglia Satta decise di camuffare i nomi, cominciando da se stessa che da Satta Carroni divenne Sanna Carboni: e da Antonietta si passò a Vincenza, da Salvatore a Sebastiano, da Rosa Galfrè a Nicolosa Vugliè, eccetera. Per non parlare dei numerosi preti e maestri. Nel 2003, il Centro Studi Filologici Sardi pubblicò un’edizione critica, a cura di Giuseppe Marci, che rimise a posto il testo ma lasciò i nomi «corrotti». L’ultima edizione, mandata in libreria dal Maestrale, a cura di Aldo Maria Morace, corregge ulteriori imprecisioni della «vulgata». E i nomi? In parte quelli originali vengono finalmente restaurati. Solo in parte, però: i preti, i maestri, alcuni avvocati e alcuni dottori ritrovano i loro veri nomi, ma i Corrales, i Ricciotti Bellisai e i Mannu resistono. Pare che in città tutti sappiano chi sono. Così imparano.