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 2007  aprile 02 Lunedì calendario

Le sue ex colleghe appaiono in tv e Jessica abbassa gli occhi. «A volte esco addirittura dalla stanza

Le sue ex colleghe appaiono in tv e Jessica abbassa gli occhi. «A volte esco addirittura dalla stanza. Non posso guardare. Perché so cosa può andare storto». Jessica Smith ha diciotto anni e fino a cinque mesi fa era una cheerleader del Sacramento City College. In autunno, mentre con il suo team stava provando un esercizio estremo, di cui si era già lamentata, il compagno maschio che avrebbe dovuto afferrarla dopo un lancio scivolò. Bye, bye, angelo biondo. Jessicà piombò a testa in giù sul pavimento da un altezza di cinque metri. Due vertebre cervicali rotte. Movimenti impediti, scuola abbandonata, incubi continui. «Sono arrivata a un millimetro dalla sedia a rotelle», ha dichiarato al New York Times. Non chiamatele pon pon girls. Quelle sono le «ragazze immagine», che shackerano culi e tette a bordocampo in attesa che entrino in scena le star. Oggi le vere cheerleaders, quintessenza morbida e sorridente dell’americanità, sono atlete professioniste imbottite di stress da competizione che si allenano quanto i divi del football, soffrono diete impossibili e rischiano la vita con numeri che neppure il Cirque du Soleil. Salti mortali, piramidi umane e capriole all’altezza del secondo piano di una casa. Tutto senza rete. Se ti rifiuti di saltare, sei fuori squadra. Se atterri male, sei fuori del tutto. Secondo uno studio del «National Center for Catastrophic Sport Injury Research» degli Stati Uniti, dei 104 incidenti gravi - traumi cranici e spinali, anche mortali - sofferti fra il 1982 e il 2005 dalle atlete americane a livello di high-school e college, il 51 per cento è toccato alle cheerleaders. Anche perché, considerate oche giulive da sedurre nel parcheggio o negli spogliatoi, sono costrette ad allenarsi in spazi angusti, senza misure di sicurezza, agli ordini di coach poco preparati. Nel ”90 le visite al pronto soccorso delle ragazze in minigonna e toppino annodato erano state 10.900. Nel 2002 sono arrivate a 22.900. Rispetto al 1980, nel 2004 sono sestuplicate. «Ma forse gli incidenti sono molti di più», spiega Frederick Muller, il direttore del Centro. Perché in molti casi gli infortuni vengono nascosti. Tutti però sanno di Rachelle Sneath, una cheerleaders di San Jose che nel 2003 è rimasta paralizzata; di Ashley Burns, morta nel 2005 dopo essersi fracassata lo sterno e lo stomaco per un esercizio finito male. Di Bethany Norwood, morta nel 2004 dopo una caduta che l’avrebbe comunque resa tetraplegica. «Sì, fare la cheerleader è pericoloso», conferma Graziella Porro, presentatrice radiofonica che tre anni fa a Torino ha fondato il team delle Sweet Dolphins. 15 ragazze che animano le partite di football americano dei Lions, 8 o 9 come riserve. «Noi le prendiamo a partire dai 13 anni, mentre negli Usa iniziano a 5. Prima ne valutiamo l’idoneità fisica, poi le seguiamo con scrupolo. Le nostre ragazze hanno tre assicurazioni e, ad ogni esibizione, pretendiamo la presenza dell’ambulanza, ma il rischio resta. In molti stadi non possiamo esibirci sui tappeti, e alcuni numeri, come il ”flip over” o il ”basket toss” fanno davvero paura. uno sport, e io mi sto battendo perché anche in Italia venga riconosciuto come tale». Le cheerleader italiane sono ancora poche («da noi il mito femminile è la velina», ammette la Porro), qualche centinaio di ragazze seminate in una ventina di squadre. Germania, Francia e Inghilterra ci danno la polvere. Negli States al confronto il business è enorme, con un indotto di miliardi (solo la Varsity, azienda che produce tute e scarpe, ha un fatturato di 159 milioni di dollari). 75 associazioni in tutto il Paese, circa due milioni di praticanti - 200.000 iscritti ai camp a livello di college e high-school - con tasse di iscrizione a una pletora di campionati locali, statali e nazionali che arrivano anche a 4000 dollari all’anno, e dirette sulla Espn che raggiungono anche 350.000 case. In 18 stati americani il cheeleading è considerato sport, il problema è che mancano controlli e regole comuni. Dopo la frana rovinosa in diretta tv di una cheerleader di Southern Illinois da una piramide umana il basket universitario Usa ha abolito i numeri più pericolosi, imposto l’uso di tappeti morbidi e richiesto un certificato di abilitazione ai coach. Ma nelle high-school e in altri sport la deregulation è totale, nonostante gli sforzi dell’American Association of Cheerleading Coaches and Advisors.Poi c’è il lato oscuro della faccenda. La doppia natura, virginale e pornografica delle cheerleaders. «Siamo le fidanzate che tutti vorreste presentare a vostra madre - sostiene una ex-cheerleader di Dallas - Ma che tutti vorreste scoparvi per strada mentre ce le portate». Secondo Marty Beckerman, che fu licenziato da un quotidiano locale per aver chiesto ad una cheerleader13enne come si sentiva ad essere «una goccia di urina sulla tazza del cesso dell’America», neppure la pedofilia è esclusa: «Le cheerleader sono un esempio di come questo paese sia insieme represso e ossessionato dal sesso. I genitori vogliono che le loro figlie siano sexy. Ma non troppo sexy». Eppure il cheerleading è nato - alla Princeton University nel 1880 - come attività esclusivamente maschile. Sembrerà strano, ma Dwight Eisenhover, Franklin Roosevelt, James Stewart, Michael Douglas, Samuel L. Jackson, Steve Martin e George Bush senior sono stati tutti cheerleader. Le ragazze debuttarono negli Anni 20. Nel 1960 la NFL iniziò a irreggimentarle in team professionistici e a metà dei ’70 le cheerleaders dei Dallas Cowboys diedero una prima sterzata sexy al mestiere. «Il pubblico ha diritto ha un po’ di sesso insieme alla violenza», commentò Chuck Milton, producer della CBS, dopo aver ammirato lo show delle texane al SuperBowl del 1976. Da allora scandali sessuali, polemiche, incidenti. Ma oggi le bionde violanti chiedono rispetto. Addirittura un posto alle Olimpiadi. «Truccate, con i ricci e le mossette - dice Jessica Smith -. Sembriamo degli oggettini. Be’, gli atleti di solito si passano una palla. Noi ci passiamo delle altre ragazze. Secondo voi, cosa è più difficile?».