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 2007  aprile 02 Lunedì calendario

Alla televisione, adesso viene interrogato come un teologo o l’esperto d’una dottrina diversa, si parla di lui; il titolo del suo nuovo e ultimo film, Centochiodi, uscito nei cinema italiani venerdì scorso, è già divenuto proverbiale; conduce in varie città (ieri a Milano al cinerma Anteo, l’altro ieri a Pisa, prima ancora a Roma) conversazioni con i suoi spettatori

Alla televisione, adesso viene interrogato come un teologo o l’esperto d’una dottrina diversa, si parla di lui; il titolo del suo nuovo e ultimo film, Centochiodi, uscito nei cinema italiani venerdì scorso, è già divenuto proverbiale; conduce in varie città (ieri a Milano al cinerma Anteo, l’altro ieri a Pisa, prima ancora a Roma) conversazioni con i suoi spettatori. Ermanno Olmi, 76 anni, è bravo nella discussione come nel cinema: ma ha annunciato che abbandona i film narrativi. E’ la prima volta che succede, una simile rinuncia, a un regista di successo, amato, famoso, premiato. Che effetto fa venir interrogato come un vescovo dissidente? «Nè vescovo nè dissidente, sono un uomo comune autonomamente pensante. Senza la libertà di pensiero, che distingue gli uomini dagli animali, non ci sarebbe la coscienza. E cosa sarebbe il cristiano senza coscienza?» Nel suo film si inchiodano i libri per sostenere che la cultura è inutile se disumana, che la religione è rispettabile se impersonata da un Gesù-Uomo ricco di altruismo generoso e d’amore. Questo è parso anomalo. «Nelle società, quando vi sono momenti non burrascosi ma sereni, s’introduce la pigrizia del far tacere gli interrogativi di coscienza. Più vai avanti con gli anni, più ti rendi conto che della disciplina artistica non te ne importa ormai nulla: e cerchi altro». Altro? «Finita la vita di lavoro, quando si va in pensione, o affondi nel nulla o torni il bambino che al mattino si svegliava con l’unico pensiero di giocare. Io voglio considerare la pensione come il mio diritto a giocare». Lei ha lavorato per quasi cinquant’anni: potrà fare a meno dei lavoro? «Non ne farò a meno: mi sottrarrò ai condizionamenti. Se fai un film che costa miliardi, non puoi pretendere di farlo in assoluta libertà. Con i documentari, responsabilità e costi sono molto più lievi». Una volta lei mi disse che avrebbe potuto passare la giornata davanti a casa, su una sedia, solo e zitto, guardandosi intorno. «Le dissi pure che il cinema non era la cosa più importante della mia vita, che ne costituiva solo una parte: la cosa più importante è essere vivi. E poi la contemplazione non è un atto passivo ma molto attivo». Si è qualche volta pentito del suo matrimonio con Loredana Detto? «Mai. Ci siamo conosciuti perchè lei era protagonista del mio film Il posto, 1961. Ci ha sposato Nazareno Fabretti in una piccola chiesa dove andavo da bambino. E’ stata per me una straordinaria fortuna». Perchè decise di lasciare Milano per vivere ad Asiago? «Per allargare gli orizzonti. Mi sono reso conto che in questa vallata c’erano molte più opportunità di contemplazione. In città, a Milano, queste opportunità le perdi. Avevamo tre bambini piccoli, ci trasferimmo nella zona residenziale di San Siro, piena di prati e inferriate: quando sentii l’amministratore del condominio dire che i bambini non potevano andare in giardino perchè tenerlo in ordine era troppo costoso...» I suoi figli adesso vivono con lei? «No. Elisabetta,produttore esecutivo di Centochiodi, vive a Roma. Fabio, direttore della fotografia, è cittadino sardo, coinvolto in una festa della letteratura e dell’arte a Gavi che ha molto successo. Andrea fa il cavaliere ai concorsi ippici e l’istruttore di equitazione. Ultimamente, seguendo un nuovo metodo, ha fatto togliere i ferri ai cavalli: senza, gli zoccoli sul terreno sono molto più elastici». Le piace mangiare? «Certo. Sopravvivenza a parte, è una funzione che, come un’altra, fa godere dei profumi e sapori della vita». Legge? «Quando scelgo un libro, lo apro a caso, leggo qualche riga, poi lo rinvio al giorno seguente. Ripeto l’operazione, e se al terzo giorno ancora mi attira comincio a leggerlo». Beve? «Sempre. Un bicchiere di vino a pasto, eccellente, lento da degustare, è degno della vita». Lei è guarito da una malattia muscolare grave: ne patisce ancora le conseguenze? «Quando la malattia risulta estrema, è come venir investito da una meteora. Se guarisci, devi trovare un nuovo equilibrio. La riduzione della forza fisica deve acuire il pensiero, l’ascolto». Fuma? «Ho fumato dai 13 anni (c’era la guerra, dicevano che il fumo attutiva la fame) ai 21 anni. Poi mio fratello, che faceva Medicina, mi spiegò i danni del fumo anche sul sistema nervoso. Io dissi: ”Ma allora siamo proprio cretini”. E lui: ”Già”». Come iniziò a realizzare documentari? «Ero impiegato alla Edison, la maggiore industria elettrica italiana, poi nazionalizzata. La vecchia azienda assunse la Montedison e fu un disastro. Ma fino al mio primo film ”Il tempo s’è fermato”, tutto il mio lavoro era finanziato dalla Edison. Compreso ”Elettrino”, un mensile illustrato: i fumetti del protagonista li disegnava Oreste del Buono, i versetti li scriveva Biagi». Questo ultimo film Centochiodi le pare susciti maggiore polemica di altri? «Sì. Per l’argomento. Ma non è negativo creare polemiche, scontro di pensieri diversi: non è Gesù ad aver lodato lo scandalo? Se no, vendiamo camomilla».