Maurizio Molinari, La Stampa 2/4/2007, 2 aprile 2007
Ho conosciuto Aleksandr Litvinenko sotto le armi, gli volevo bene, a Londra è stato ucciso dal Kgb e se vuole sapere perché legga questo foglio»
Ho conosciuto Aleksandr Litvinenko sotto le armi, gli volevo bene, a Londra è stato ucciso dal Kgb e se vuole sapere perché legga questo foglio». Incurante del traffico ma determinato a voler svelare i delitti dei servizi russi l’attempato moscovita che sfreccia sulla Lexington Avenue è uno dei 42 mila guidatori degli oltre 13 mila «yellow cabs» (taxi gialli) divenuti parte integrante del tessuto di New York da quando, nel 1907, debuttarono le prime vetture. Cento anni fa Manhattan era concentrata fra il polmone umano del Lower East Side e i banchi di Wall Street con i più abbienti che puntavano ad emanciparsi andando ad abitare quanto più a nord possibile sulla Fifth Avenue. Proprio la necessità di servire una generazione di clienti che era pronta a pagare per spostarsi velocemente lungo la Fifth Avenue, era stanca delle vecchie carrozze a cavalli e non si fidava ancora della metro determinò la scelta della «New York Tabicab Company» di Harry Allen di importare da Parigi le prime 65 vetture divenute presto 600: andavano a gasolio ed erano rosso-verdi. La tariffa iniziale di 50 centesimi a miglio (1,6 km) sulla carta era accessibile solo ai ricchi ma il successo fu istantaneo e dieci anni dopo i taxi «made in France» dovevano difendersi dalla concorrenza di vetture locali: negli Anni Venti General Motors e Ford si contesero il mercato, mettendo in campo flotte di «cabs» ma il modello preferito dai newyorkesi fu il «Checker» giallo a strisce nere disegnato dall’immigrato russo Morris Markin ed immortalato da una miriade di produzioni di Hollywood. Riusciti a imporsi come nuovo mezzo di trasporto pubblico, duemila tassisti nel 1934 occuparono Times Square per chiedere al municipio di regolarizzare il loro status: il sindaco Fiorello La Guardia fece poca resistenza e varò il «Haas Act» che ancora oggi regola la concessione di licenze. All’epoca i tassisti erano in gran parte italiani, irlandesi ed ebrei ma dopo la Seconda Guerra Mondiale furono gli immigrati dall’Europa dell’Est e dalla Russia a prenderne il posto, trovandosi in maggioranza alla guida dei «cabs» quando nel 1967 la città obbligò tutte le vetture a essere dipinte di giallo per combattere gli abusivi. Dagli anni Ottanta la popolazione dei «taxi drivers» - che diedero anche il titolo al film di Martin Scorsese - è di nuovo cambiata, facendo largo ad afroamericani, ispanici, mediorientali e, negli ultimi tempi, ad un crescente numero di haitiani, domenicani, indiani, pakistani, uzbeki e singalesi. «In questa città cambia tutto ma il tassista resta un lavoro per immigrati recenti», dice Terry Gelber, titolare della «Cab Academy» di Long Island dove ogni mese arrivano un centinaio di candidati-tassisti attesi dalle obbligatorie lezioni di guida. Incontrarli e parlare con loro significa entrare nelle viscere della città: dopo l’11 settembre alcuni sikh indossarono turbanti a stelle e strisce per patriottismo, quando vi fu il disastro di Katrina gli afroamericani mettevano ad alto volume i rap di Kayne West che accusavano il governo di razzismo mentre facendosi accompagnare all’Onu si può incorrere in guidatori egiziani che insultano il Palazzo di Vetro «strumento del capitalismo». Ma ci sono anche gli italoamericani che canticchiano le canzoni del paese d’origine, i brasiliani che mettono da parte ogni centesimo per tornare in patria ed aprire una piccola attività ed i pakistani che tengono nascosto alla famiglia il luogo dove lavorano «per evitare invidia e sentimenti anti-americani». Ogni anno le loro vetture trasportano oltre 240 milioni di passeggeri - pari ad un quarto di tutti i viaggiatori dentro Manhattan - ed ogni corsa parte con il tassametro a 2,5 dollari che, nonostante i ripetuti aumenti, sono ancora considerati un buon prezzo, garantendo ai titolari di ogni «medaglione» entrate annuali che arrivano a superare i 180 mila dollari a fronte di un costo di acquisto della licenza di 336 mila dollari. Il sindaco Michael Bloomberg, al pari dei suoi predecessori, li considera un pilastro irrinunciabile del trasporto pubblico e la conferma è arrivata con il black out dell’agosto 2003, quando sono stati gli «yellow cab» a salvare i trasporti interni prendendo a bordo fino a cinque passeggeri con destinazioni differenti (anche se al prezzo fisso di 10 dollari). Per i newyorkesi i taxi sono un vizio ed anche un incubo. Il vizio nasce dal fatto di essere accessibili in qualsiasi angolo di Manhattan (dove si concentra il 70 per cento delle corse) ma l’incubo si deve alla loro repentina scomparsa negli orari di cambio del turno - su ogni vettura si alternano più guidatori - come anche appena vento, pioggia e neve investono la città. Sono queste le occasioni nelle quali non è raro vedere uomini d’affari in giacca e cravatta o eleganti signore in abito da sera contendersi senza troppi complimenti le rare vetture in circolazione, arrivando a ingiurie e dispetti che diventano più feroci a causa delle intemperie. Per il turista che sbarca in città lo «yellow cab» è uno dei simboli più riconoscibili ma prenderlo a volte riesce difficile a causa di regole che non tutti conoscono: solo quando è accesa la luce centrale sul tetto il taxi è libero, se è spenta è occupato mentre se ad essere accese sono tutte e tre le luci sul tetto il guidatore ha terminato il turno ed è disposto a prendere a bordo un passeggero solo se la destinazione è sulla strada di casa. Il primo centenario degli «yellow cab» è stato segnato dall’arrivo dentro le vetture di piccoli schermi al plasma interattivi che offrono ultime notizie, informazioni utili e consentono di sapere la posizione esatta del taxi ma ben altre novità sono in arrivo grazie ad un concorso fra 60 aziende del settore: i nuovi taxi avranno un look da XXI secolo, motori ibridi e un design per aumentare la capienza passeggeri al fine di moltiplicare le entrate di un’industria da 1,8 miliardi di dollari.