Libero 24/03/2007, pag.34 Annalisa Bianchi, 24 marzo 2007
Non andò mai a scuola, ma rinnovò la fisica. Libero 24 marzo 2007. Ogni Paese ha gli scienziati che si merita
Non andò mai a scuola, ma rinnovò la fisica. Libero 24 marzo 2007. Ogni Paese ha gli scienziati che si merita. L’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento ebbe Michael Faraday (1791-1867), autodidatta che secondo Einstein è stato «l’autore del più grande cambiamento delle basi teoriche della fisica dopo Newton». Eppure non sapeva quasi nulla di matematica, nel suo monumentale "Ricerche sperimentali sull’elettricità" non c’è neppure un’equazione. Però fu uno dei più grandi scienziati sperimentali di tutti i tempi, il nome di punta dei ricercatori-conferenzieri della Royal Institution, il laboratorio scientifico e centro di divulgazione britannico più antico tuttora in funzione, con il maggior numero di invenzioni per metro quadro, e nel quale si sono alternate le menti più feconde e brillanti dell’Otto-Novecento. Terzo figlio di un fabbro, senza soldi per andare a scuola, Faraday è lo scienziato che ha scoperto e intepretato il maggior numero di fenomeni fisici e chimici, l’unico ad aver dato il nome a due unità di misura internazionali, il faraday e il farad (la prima equivalente alla carica elettrica necessaria per liberare in elettrolisi un grammo equivalente di sostanza; la seconda uguale alla capacità elettrica di un volt). La Gran Bretagna di quell’epoca, in pieno sviluppo industriale e coloniale, razzista e classista com’era nello spirito dei tempi, accoglieva tuttavia negli ambienti accademici giovani che mostrassero di avere talento per una scienza utile al progresso, anche se poveri e ignoranti. Michael faceva l’apprendista in una legatoria quando, a 21 anni, fu assunto come assistente dal direttore della Royal Institution, Humphry Davy, di cui aveva ascoltato alcune conferenze. Lo ricorda John Meurig Thomas, attualmente uno dei successori alla cattedra di chimica di Faraday, già direttore della Royal Institution, membro della Royal Society, in "Michael Faraday, la storia romantica di un genio" (Firenze University Press). Il ritratto che ne esce è quello di un grandissimo chimico-fisico e inventore, ma anche di un altrettanto formidabile oratore che sapeva trasferire sia il suo sapere sia la sua passione per la ricerca. Fu in pratica il primo divulgatore scientifico popolare (e nello stesso tempo del massimo livello) in un’epoca in cui non c’erano né radio né televisione, e il "Quark" di Piero Angela o "Il pianeta vivente" di David Attenborough erano di là da venire. Di Faraday ritroviamo qui le scoperte sull’elettromagnetismo (induzioni e rotazioni), sulle relazioni fra luce, elettricità e magnetismo, sulle linee di forza e il concetto di campo. Le vibrazioni acustiche, le leggi dell’elettrolisi, le scariche elettriche nei gas rarefatti, e altri fenomeni che da lui presero il nome, fra cui la famosa gabbia. L’induzione elettromagnetica porterà all’invenzione della dinamo e dei primi motori elettrici, e gli darà fama internazionale. I primi studi con Davy l’avevano portato a perfezionare la lampada di sicurezza per i minatori. Le ricerche in campo chimico gli fecero scoprire il benzene, l’etilene e l’etano, e inventare la vulcanizzazione della gomma. Migliorare il vetro per i telescopi. Scoprire la temperatura critica oltre la quale un gas non si liquefa. Le leghe dell’acciaio. La fotochimica, ovvero l’uso della luce solare per causare reazioni chimiche. Analizzò persino l’acqua del Tamigi, denunciandone l’inquinamento e proponendo soluzioni. Faraday costruiva da sé gli strumenti necessari per gli esperimenti, lavorava tredici ore al giorno. Bello e elegante, evitava i salotti e le cariche pubbliche: non ne aveva il tempo, né la voglia. Ma ciò che lo distingue dagli altri genii è in particolare la sua opera di divulgatore. Si può dire che abbia inventato lui la divulgazione scientifica. Istituì infatti alla Royal le Conferenze del Venerdì aperte a tutti (ancora attive), su argomenti che andavano dalla fisica all’architettura alla geologia alla poesia; e le Conferenze di Natale, riservate ai ragazzi, davanti ai quali riproduceva e spiegava i suoi esperimenti. Una delle serie di incontri da lui tenuti per i più giovani, "Storia chimica di una candela", pubblicata nel 1860 (edita pure oggi, in tutto il mondo), è una lettura tuttora assegnata agli scolari giapponesi per le vacanze estive. «Il conferenziere dovrebbe dare alla platea pienamente ragione che tutte le sue forze sono state impiegate per il loro piacere e la loro istruzione» diceva. E lui ci riuscì in pieno, fino a diventare non solo il più grande divulgatore del suo tempo, ma il preferito dal pubblico comune. Perché non si parlava addosso, non voleva esibire la sua bravura, non aspirava a riconoscimenti dai suoi pari. Era convinto, al contrario, che la scienza fosse patrimonio creato sì da pochi ma per tutti, e che dimostrarlo fosse compito dello scienziato, perché nessuno doveva sentirsi escluso dalla possibilità di studiare e contribuire alla conoscenza del mondo e al progresso della società. Annalisa Bianchi