1 aprile 2007
Salvatore Marano, 56 anni. Originario di Cosenza ma residente a Roma, magrolino, capelli neri, «riservato, tranquillo e di poche parole», elettrauto, una bottega in via Piemonte a due passi da via Veneto, separato da cinque anni, l’altra sera cenò coi tre figli nella casetta rosa a due piani comprata per sè e per il fratello, ingegnere spaziale, una ventina di anni fa
Salvatore Marano, 56 anni. Originario di Cosenza ma residente a Roma, magrolino, capelli neri, «riservato, tranquillo e di poche parole», elettrauto, una bottega in via Piemonte a due passi da via Veneto, separato da cinque anni, l’altra sera cenò coi tre figli nella casetta rosa a due piani comprata per sè e per il fratello, ingegnere spaziale, una ventina di anni fa. Dopo mangiato due dei ragazzi, un maschio e una femmina, lo salutarono, in casa rimase Luca di 21 anni, depresso e un po’ strano, un lavoro da meccanico perso qualche giorno fa. Costui, forse perché il padre lo rimprorevava, forse per altri motivi, d’un tratto tirò fuori un coltello a serramanico e trenta volte lo infilò nel collo, nel petto e nelle gambe del Marano. La cognata dal piano di sopra sentì dei rumori, pensò ai ladri, chiamò la polizia che trovò il giovane col coltello in mano e il padre in terra, vicino al tavolo ancora apparecchiato, in una pozza di sangue. Nattata tra venerdi 30 marzo e sabato 31 in un monocale al primo piano in via Pio IX, zona Boccea, Roma.