Ernesto Ferrero e altri, La Stampa 1/4/2007, 1 aprile 2007
GRUPPO DI ARTICOLI DELLA STAMPA DEDICATI A PRIMO LEVI A VENT’ANNI DALLA MORTE
(usciti tutti il 1/4/2007). SEGNALO IN PARTICOLARE LA POSIZIONE DI PRIMO LEVI SUL BUCO DELL’OZONO NELL’INTERVISTA A VALOBRA (è stato classificato anche sotto "Scienze" per questo). L’ULTIMA INTERVISTA PUò ANDARE IN SUICIDI
ERNESTO FERRERO
L’unica sera in cui mia moglie ed io riuscimmo ad averlo ospite a cena (non poteva e non voleva abbandonare l’estenuante presidio delle cure alle madre lungodegente) Primo Levi portò in dono a nostra figlia bambina una cavia di peluche. Lo disse lui, che era una cavia, perché non avrei saputo dare un nome esatto al tenero batuffolo bianco e marrone chiaro. Ci commosse (ma non sorprese) il fatto che fra tanti altri animali di peluche più ovvii lui fosse andato a scovare chissà dove proprio una cavia. Non era un’autorappresentazione simbolica. Primo non metteva mai avanti se stesso, in questo assai simile all’amico Italo Calvino, che preferiva le posizioni defilate, in secondo piano, e come il Barone rampante guardava il mondo dai rami di un albero.
Certo, Primo era stato uno dei tanti animali da laboratorio su cui i nazisti (ma diciamo pure i tedeschi) avevano condotto i loro immondi esperimenti di distruzione della personalità, prima ancora che della corporalità. Lui non era stato né passivo né rassegnato. Il neo-laureato partito per Auschwitz aveva impegnato ogni energia intellettuale, tutta la sua cultura già solida e ramificata, nutrita di scienza e tecnica, ma soprattutto di Dante, tutta la sua capacità d’osservazione per imprimere nella mente ogni dettaglio significativo dell’atroce esperienza, e poi restituirlo a tempo debito. Con la sua cavia, Primo voleva alludere al destino di tanti esseri viventi straziati senza colpa. Voleva dire che anche gli animali, le cose, gli oggetti più umili sono, per chi abbia mente e cuore per guardarli, una fonte d’infinita meraviglia e delizia. Persino la spregevole tenia, povero essere cieco costretto ad inventarsi una laboriosa nicchia di sopravvivenza, è ammirevole per la creatività con cui interpreta il copione del dramma darwiniano.
Questo concetto viene riaffermato con esplicita chiarezza in uno degli ultimi (bellissimi e inediti) racconti di Primo, lettere scientifiche in cui si spiegano in amabile chiave divulgativa i fenomeni della fisica quotidiana. Perché un uovo bollendo diventa sodo, invece di liquefarsi? Primo lo sapeva perché, come dicevano ammirati i suoi amici dei vent’anni, «sapeva tutto». Scrive: «...Finchè avrò vita, continuerò a meravigliarmi, non solo delle uova, ma anche delle mosche, delle moschee, dei poliedri, dei granelli di polvere e dei ciottoli dei torrenti... Non esiste oggetto che non desti meraviglia o curiosità, purchè sia esaminato con l’occhio a fuoco e con sufficiente ingrandimento». L’abitudine all’ingrandimento veniva a Primo dal microscopio che, bambino, era riuscito a strappare al padre, così come quell’altra abitudine, raccontare montando pezzi di lunghezza più o meno eguale, gli veniva dalla passione per il Meccano. Così come una quantità d’altri atteggiamenti conoscitivi gli sono venuti dal mestiere di chimico: l’abitudine a distinguere, classificare, combinare, sperimentare, e ricominciare daccapo, facendo tesoro delle sconfitte.
un’attività assai simile alla chimica anche la scrittura, ma quanto ce n’è voluto per capire che la sua professione, in cui era al solito bravissimo, non era una diminutio, un handicap lieve ma evidente, quanto piuttosto un accrescimento, un «più» di rigore metodologico e avventurosa ricerca. E quanto ce n’è voluto per scrollarsi di dosso l’altra etichetta riduttiva del testimone: come se testimoniare, anzi rappresentare e analizzare l’incredibile non richiedesse un massimo d’intelligenza e di capacità, un vertice assoluto di scrittura, la misura già classica (a ventisette anni!) di Marc’Aurelio e di Montaigne.
Perché il ventennale della scomparsa di Primo Levi, o meglio, della sua crescente presenza nel mondo, della sua indispensabilità, abbia un senso vero, occorre tornare a leggerlo con la stessa attenzione curiosa ed empatica che era la sua. La distanza serve a capire meglio la grandezza dello scrittore, dai racconti troppo poco letti (e persino mal capiti, all’inizio) a Il sistema periodico, di cui Saul Bellow diceva che avrebbe voluto scriverlo lui; dalla Chiave a stella, provocatoria rivalutazione del lavoro manuale e del «pensare con le mani» nel pieno degli anni di piombo, alla riflessione fondativa dei Sommersi i salvati, ai pezzi estemporanei che scriveva per La Stampa, da cui si usciva rasserenati e incantati, proprio quando parlavano di argomenti apparentemente minori.
Quante cose ha saputo essere l’uomo che per prudenza e modestia si dichiarava scrittore della domenica: memorialista, narratore, saggista, storico, poeta, scienziato, chimico, zoologo, linguista... Forse soprattutto l’antropologo (Claude Lévi-Strauss, ammirato, gli aveva dato il benvenuto nella corporazione) che ha elaborato la categoria della «zona grigia», vera «chiave a stella» con cui smontare e rimontare i meccanismi banalmente perversi dei comportamenti umani. Non era un neo-positivista, come qualcuno pensava, ma un esploratore che, come quel Kafka che tanto lo turbava, si è misurato tutta la vita con l’ombra e con il dubbio: è questo l’uomo? il burocrate che pianifica lo sterminio come un qualsiasi problema industriale? il prigioniero che collabora per un giorno di vita in più? Siamo noi, immersi ogni giorno nella «zona grigia» del compromesso? Tanto era il suo equilibrio, la sua altezza morale, la sua capacità di ricerca, che gli abbiamo firmato una delega in bianco e l’abbiamo lasciato solo. Finchè c’era lui a vegliare alle porte infere del Male, potevamo stare tranquilli. Lui ha indagato e alla fine ha pagato per tutti, anche per i sommersi che non sanno di esserlo. Siano rese grazie al deportato 174517 che riposa all’ombra amica di un acero nel cimitero ebraico di Torino: all’amico discreto e generoso che incarnava le migliori ragioni dell’umano e fu costretto a misurarsi con il massimo della disumanità; al Giusto tra i giusti che ci ha insegnato a ragionare e distinguere, a conoscere i segreti della bellezza della materia vivente, a fissare l’orrore senza disperare.
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ALBERTO SINIGAGLIA
Galeotta fu la Luna a intrecciare le strade di Primo Levi e della Stampa. Dicembre 1968. Tre astronauti americani volano intorno al satellite con l’Apollo 8. Chi può commentare l’impresa? Da ventun giorni direttore del giornale, Alberto Ronchey sceglie lo scrittore che con le Storie naturali, tra favola e parabola, ha affrontato l’avventura spirituale della scienza e indicato com’essa riproduca le più antiche e misteriose emozioni dell’uomo. Scrive: «Anche il più estraneo al colossale travaglio dei voli cosmici» sente che «siamo una sola gente: quanto più ne saremo consapevoli, tanto meno duro e lungo sarà il cammino dell’umanità verso la giustizia e la pace».
Prima di allora, un solo articolo, fine 1960, arresto di Baer, comandante di Auschwitz: «Sono stato suo suddito per quasi un anno, uno dei suoi centomila schiavi». la voce del testimone. Fino all’ultimo, pur soffrendo, la leverà contro i negatori della storia. Ma la sua presenza sulla Stampa riprende intensa dal 1975 quando - direttori Arrigo Levi, poi Fattori e Scardocchia - lo scrittore trova nel giornale uno stimolante laboratorio letterario dove sgusciare dall’atroce angolo delle memorie per misurarsi con racconti, poesie, saggi di scienza, pagine sulla natura, ritratti di personaggi, invenzioni fantastiche. E storie avvincenti come Il fabbricante di specchi (dai poteri inconsueti, segreti, inquietanti) che dà il titolo al libro ora ristampato. Sorprendente antologia di un osservatore curioso, ironico, a tratti scherzoso e allegro, divertito e divertente. Preziosi scampoli della sua lucida prosa pacata, della sua poesia, del suo sorriso.
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MARCO BELPOLITI
Nel 1966 Edoardo Fadini intervista Primo Levi per il quotidiano L’Unità. Sono passati solo tre anni dalla pubblicazione della Tregua, il libro che ha sancito il suo ingresso ufficiale nel mondo della letteratura. Da tempo Levi pubblica su quotidiani e riviste dei racconti fantascientifici - fantabiologici, li definirà il suo editor in Einaudi, Italo Calvino - ma questa vena narrativa rimane nascosta alla maggioranza dei suoi lettori e dei critici. Per tutti è ancora il testimone di Auschwitz, l’autore di Se questo è un uomo. A Fadini Levi confida di sentirsi un anfibio, meglio: un centauro. Si sente diviso a metà, tra due nature opposte eppure conviventi: chimico e scrittore, tecnico e testimone. Ha due cervelli, una spaccatura che definisce paranoica.
Nei vent’anni che sono trascorsi dalla sua morte questa immagine del centauro si è affermata come la chiave di volta per leggere l’intera sua opera. Oggi lo scrittore torinese, il testimone del Lager, è ai nostri occhi un autore complesso, abitato da una tensione doppia, duale, da due nature, appunto. Se il suo libro sulla deportazione è diventato uno dei libri più tradotti e letti nel mondo lo deve proprio al questa doppia visione: da un lato, è il resoconto razionale, «uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano», come scrive nella prefazione, dall’altro, appare un libro di memorialistica, scritto in prima persona dalla vittima. Tutta l’opera di questo inconsueto scrittore può essere letta come una ricerca sulla natura ibrida dell’uomo, ma anche della società e della stessa scienza su cui si fonda il razionalismo di Levi.
Se da un lato nella prefazione al suo primo libro - respinto in un primo tempo, nel 1946, da tutti i grandi editori, Einaudi compreso - egli parla delle potenzialità negative implicite nell’affermazione «ogni straniero è nemico», premessa che può portare al Lager, dall’altro lato, parlando del razzismo a metà degli anni Settanta in una conferenza pubblica, ricorre a Konrad Lorenz e all’etologia per indicare la radice animale dell’uomo, l’istinto dell’aggressività iscritto in noi. Moralista classico nel lessico come nel pensiero, Levi è anche un discepolo di Darwin, osservatore attento di ogni cosa che accade intorno a lui, degli uomini, prima di tutto, di cui è capace di tracciare ritratti che sembrano piccole anamnesi mediche e psicologiche: patologo dell’animo umano.
Lui, dottorino in chimica, come si definisce, figlio della borghesia torinese, educata, colta, silenziosa, lavoratrice, è attirato dalle figure dei borderline, dei diversi e degli strani, sia fuori che dentro il Lager. Solo con questa attenzione, questa curiosità, per il differente, il diverso, per l’eccezione, e non solo o non tanto per la regola, si spiega la capacità innata che Levi possiede di indovinare il punto in cui la maglia del sistema - chimico, fisico, sociale, religioso, intellettuale - si può rompere, la falla attraverso cui il disordine può entrare e dilagare. Levi ha un fiuto incredibile per tutto ciò che è fuori norma, per il paradosso, l’eccentrico, un fiuto linguistico, prima di tutto, ma anche direttamente olfattivo - l’odorato è uno dei sensi che più mobilita per descrivere il mondo nei suoi racconti, nei saggi e negli articoli.
Il centauro-Levi è l’autore di uno dei libri più potenti del XX secolo, I sommersi e i salvati, libro in cui la natura doppia dello scrittore fornisce uno dei risultati maggiori. La frase che apre il primo capitolo suona così: «La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace». Il libro, una serie di saggi sulla deportazione, sui campi di sterminio, sui prigionieri anche ebrei che hanno collaborato con i tedeschi - la famosa formula della «zona grigia» -, afferma la necessità di ricordare «l’offesa» e al tempo stesso dubita della propria capacità di ricordo. La stessa ambivalenza che, come ha segnalato Mario Barenghi, presenta Se questo è un uomo, dove la poesia con cui inizia il libro richiede, anzi proclama la necessità impellente del ricordo, e subito dopo la prefazione sostiene la necessità di uno studio razionale, distaccato. Al termine di uno dei capitoli de I sommersi e i salvati, Levi scrive che il libro attinge da una fonte sospetta, il ricordo delle offese ricevute dai tedeschi, e per questo deve essere difeso contro se stesso.
Chi tra gli ex deportati, tra i sopravissuti del Lager, autori di libri e memorie, è stato in grado di scindersi in due come Levi, di affidarsi alla propria memoria e insieme sospettarne? Nel momento in cui stava per sorgere «l’età del testimone» e insieme «l’età della vittima» - grande stilema contemporaneo con cui tutto si spiega e tutto si giustifica - Levi, ricorda Sergio Luzzatto, ha saputo mettere in sospetto ogni strategia del ricordo cercando di saldare la frattura tra il lavoro distaccato dello storico e l’urgenza ustionate del superstite.
La stessa identità di Levi è stata ibrida: per due terzi italiano e un terzo ebreo, come ha detto di sé; ha sempre parlato dell’uomo e mai, o quasi mai, dell’ebreo internato nel Lager. A lungo Levi si è mantenuto ai margini della stessa istituzione letteraria definendosi uno scrittore non-scrittore, una forma di cautela, di sottotono, ma anche di diffidenza verso la letteratura pura, lui che si sentiva così impuro, ibrido, centauresco. La sua valenza letteraria, la sua capacità di creare storie inventando nei libri di racconti anche realtà futuribili - dalla biogenetica alla realtà virtuale, dall’informatica a internet - è stata sottovalutata dalla critica ma amata dai lettori comuni.
Non è stato facile per molti capire questa natura duale e complessa del chimico torinese, così diverso e strano rispetto a tutti gli scrittori italiani. La chiave più profonda per avvicinarlo e capirlo si nasconde probabilmente nella sua poesia; qui c’è la sua parte oscura, come LUI STESSO diceva. Eppure i suoi versi sono scritti in un linguaggio terso, quotidiano e insieme ricco di costrutti retorici, lingua marmorea venata piena d’ironie. Lì si rivela l’ulteriore dualità di Levi scrittore dedito alla chiarezza che pesca in qualcosa di nascosto, di profondo, di contradditorio.
La definizione migliore di Levi l’ha data il giorno seguente alla morte Massimo Mila sulle pagine del quotidiano a cui egli stesso aveva collaborato con intensità per oltre due decenni, La Stampa. Mila scrisse: è morto un umorista. A molti sembrò un paradosso, quasi una bestemmia, ma invece era vero. Un’altra delle coppie di Levi, lo scrittore serio, persino grave, e lì accanto lo scrittore umorista, capace di penetrare con allegria, sensibilità e indubbia pietas le cose della vita, e non solo quelle.
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PRIMO LEVI A FRANCO MALOBRA PER "PLAYMEN" (data non specificata, ma ricavabile a grandi linee dal testo)
o penso che l’uomo occidentale, noi, insomma, l’uomo europeo, debba e possa rispondere alla violenza con una violenza commisurata. Commisurata fra virgolette. Cosa vuol dire commisurata... Qui si apre un ventaglio di ipotesi. Secondo me una violenza un po’ minore a quella che si è subita, un po’ maggiore: a scopo difensivo e non offensivo. Si tratta, in sostanza, di spegnere la spirale, non di innescarla. Penso che questo sia stato lo spirito delle Resistenze europee, che hanno combattuto il nazismo, senza imitare il nazismo, senza aspirare a una violenza uguale o superiore, ma aspirando a una violenza inferiore. Con lo scopo di porre fine al fenomeno autocatalitico.
La folla
La folla non dovrebbe avere la parola. La folla è un conto, elettorato è un altro. I fenomeni della folla sono stati studiati, sono tuttora studiati. Canetti se ne è occupato. La folla è il potere. La massa è il potere. E il potere è il male. Quindi la massa è il male. L’uomo-massa non è affidabile.
Breznev
Su Breznev non ho le idee chiare. Ho l’impressione che sia un uomo più savio di quanto non appaia... Un cinico savio, insomma, che ha paura delle conseguenze di quello che fa. Cinico sempre naturalmente, ma...
La scienza
E’ necessario che lo scienziato si astenga dallo studiare cose certamente nocive. Io sarei per una pena contentiva gravissima per uno scienziato che studia il gas nervino. Perché non può fare altro che male... Ma non sarei affatto d’accordo nel punire o nel legare le mani al biologo che studia la conduzione nervosa o al chimico che studia la reazione esotermica o al fisico che studia la fissione nucleare. Perché non c’è altra alternativa. Senza uno sviluppo tecnologico e scientifico, oggi moriamo: non si può fare diversamente. Quanto alle responsabilità retrospettive degli scienziati, si potrebbe dire molto, Io credo che il programma di Los Alamos fosse necessario, mentre non era proprio necessaria l’esplosione di Hiroshima.
Il buco dell’ozono
Quella è veramente una grossa stupidaggine. Una enorme sciocchezza sotto tutti i punti di vista. Sono proprio fatti scientificamente sbagliati, forse dovuti a insipienza, forse a chissà quali lotte di brevetti. In queste polemiche improvvise, contro una certa cosa e a favore di una certa altra, ci sono dietro affari di miliardi. La storia delle bombolette spray che squarciano il velo di ozono è una colossale sciocchezza. Dicono per esempio che il propellente degli spray è più leggero dell’aria quindi va subito in cielo. In realtà è quattro volte più pesante dell’aria. Si accumula quindi in basso. Posto pure che si accumuli. Posto pure che il conto torni... Perché le bombolette saranno magari tante, ma facciamo il conto di quante ne vengono utilizzate in un giorno e ci rendiamo conto di come sia tutto ridicolo... E questo dimostra il nostro bisogno di crearci delle paure in più, come se quelle esistenti non bastassero. Chiunque inventi una paura nuova, bella, pittoresca, ha la prima pagina dei giornali garantita. Abbiamo bisogno di paure nuove.
Lo scrittore
A mio parere, lo scrittore deve essere totalmente libero. Se uno vuole essere impegnato, che lo sia, e se uno non vuole esserlo, che non lo sia. Non gli si vada a dire che è un vile perché si ritrae, così come non si deve dare dell’intrigante o del mestatore allo scrittore impegnato... Sono due piste parallele, con infinite gradazioni intermedie. Ci sono illustri esempi di poeti che sono stati impegnati ma non a tempo pieno... Da Orazio a Pavese. In ogni caso sarebbe bene che chi scrive non avesse le mani legate salvo che dal codice penale. Per esempio, per me, chi istiga a delinquere diventa un delinquente comune. Penso a Céline...
Céline
Io penso che sia un fenomeno momentaneo. Anche perché sinceramente, questa grandezza di Céline, non la vedo. Non l’ho mai vista... Ha inventato un modo abbastanza nuovo di scrivere. Ma tutto finisce lì. Può anche avere diritti... brevettuali... su un certo modo di scrivere. Ma le sue virtù a questo punto si estinguono. D’altra parte siccome la legge e la morale sono uguali per tutti, non era lecito vietargli di scrivere come scriveva, fino a che non è caduto in un reato palese. E quindi sarebbe giusto che quei suoi libri non venissero ristampati. Gli altri sì. Non sarei d’accordo sul boicottaggio di Céline.
L’antisemitismo
L’antisemitismo esiste, esiste nelle sinistre e ha delle radici lontane. E di questo ci sono molte spiegazioni ma una fondamentale. Che la sinistra si restringe poi al Partito Comunista, e il Partito Comunista ha dei profondi legami, malgrado tutto, con l’Unione Sovietica, se non altro sentimentali. In Russia esiste un antico antisemitismo, che era molto anteriore al bolscevismo e non aveva nulla a che vedere con esso, ma che si è protratto nel tempo, ed è stato anche usato come strumento di governo. Da Stalin e ancora adesso. Per accontentare i russi.
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ALBERTO PAPUZZI
ALBERTO PAPUZZI
Primo Levi ne parlava come dell’amica prediletta, «una donna straordinaria». Bianca Guidetti Serra, 87 anni, avvocato torinese, impegnata a sinistra (autrice nel 1977 dell’einaudiano Compagne).
Lei ha frequentato Primo negli anni dell’università, prima della guerra, il periodo che lui ricordava tra i più felici. Come vi eravate conosciuti?
«Lui era compagno di corso di Alberto Salmoni, anch’egli ebreo, che poi è diventato mio marito. Facevamo spessissimo lunghe passeggiate e gite in montagna. C’erano già le leggi razziali, che anche per me, che ebrea non ero, furono determinanti per le scelte di vita. Non si capiva quale fosse la ragione per cui erano state promulgate, o la si capiva troppo, ed era una cosa ingiustificata e vergognosa. Abbiamo trascorso una vacanza anche a Cortina d’Ampezzo, nella casa d’una mia zia che per noi era la ”zia ricca”. Alberto e Primo erano venuti in bicicletta da Torino».
Com’era Primo Levi da giovane?
«Si coglieva subito la sua intelligenza insolita. Leggeva molto. Sempre un po’ riservato. Però con diversi amici».
A Ian Thomson, autore della molto documentata biografia Primo Levi (Hutchinson 2002) lei ha detto che Primo possedeva un senso quasi religioso di stupore per le varie forme di vita.
«Sì, una cosa che spiccava era il suo acuto spirito di osservazione: qualsiasi piccolo fenomeno attirava la sua attenzione. Non so, un insetto, un cespuglio».
A Carole Angier, autrice di un’altra biografia di Primo, Il doppio legame (Mondadori 2004), lei ha spiegato che "sapeva raccontare".
«Sì, sapeva raccontare, ma soprattutto ascoltare. Era uno che stava a sentire. Io allora lavoravo, facevo l’assistente sociale di fabbrica. Lui era curioso di queste mie esperienze, mi tempestava di domande: Ma il tale com’è finito? Ma tu che idea ti sei fatta?».
Prevalevano lo spirito scientifico o la passione letteraria?
«Bè, lo spirito scientifico senza dubbio».
Quando parlavamo degli anni giovanili, Primo mi spiegava che c’era stata una cesura con la generazione di intellettuali immediatamente precedente, quella per capirci dei Bobbio e dei Mila, o di Vittorio Foa, suo cugino. Come se il fascismo fosse riuscito a oscurarli...
«Sì, è vero. Evidentemente in quelle condizioni bastavano dieci anni per scavare un solco. Io comunque venivo da un ambiente sociale d’altro tipo».
Primo Levi, salito in montagna con un gruppo di azionisti, venne catturato in Valle d’Aosta, il 13 dicembre 1943, grazie a un infiltrato. Anche lei era in montagna?
«No, io ho sempre fatto lavoro clandestino in città. Nel partito comunista».
Mentre Primo era azionista...
«Era con un gruppo azionista. In realtà credo non abbia mai fatto parte del Partito d’Azione. Non era una vera e propria scelta. Diciamo che il gruppo degli amici era prevalentemente del Partito d’Azione».
Quali reazioni suscitò la cattura?
«Bè, eravamo tutti in ansia. Ma quanto accaduto a Primo avveniva anche per molti altri. Per cui si viveva un sentimento generale di dolore e preoccupazione per gli amici catturati».
Dal treno che lo portava a Auschwitz, Primo le mandò una cartolina, con un tocco ironico: "Cara Bianca, tutti in viaggio alla maniera classica". Un altro messaggio le fece pervenire dal Lager attraverso l’operaio Perrone. Che cosa ne pensava? Lei sapeva dei campi di concentramento?
«La cartolina famosa, custodita in un museo, è quella dal Lager, spedita da Perrone, questo operaio che qualche volta gli metteva via una scodella di cibo. Diceva solo che Primo stava bene. Sapevamo delle deportazioni, ma non avevamo idea della dimensione della tragedia, né del piano di sterminio. Appena ricevuta la cartolina ho attivato dei canali perché la mamma e la sorella di Primo, che erano nascoste non sapevo dove, si mettessero in contatto con me. Ci siamo viste in via Principe Amedeo angolo piazza Vittorio. La mamma ha guardato la cartolina e poi mi ha detto: "Ma hai visto la data? Sono passati venti giorni". Nel senso che potevano essere accadute tante cose».
Lei e Primo, vi siete rivisti nell’ottobre del 1945. Come fu quell’incontro?
«La data non me la ricordo. Ha telefonato e ci siamo precipitati a casa sua, Mi ricordo che è venuto lui a aprirci la porta. Apparentemente non stava male. C’erano vari amici. Direi che non raccontava nulla, s’è messo a raccontare dopo».
Questo suo raccontare com’era?
«Non era un confidare, neppure un lamentare. Era un analizzare. C’era uno sforzo di ricostruire i fatti nella loro integrità, c’era la lucidità anche etica di chi vuole capire».
Lei sapeva della depressione che portò Primo al suicidio?
«Sapevo che non stava bene. Non immaginavo una forma così grave. Mi ricordo una telefonata della moglie che cercava di mascherare l’ansia: "Porta a spasso il tuo amico che è di cattivo umore". Sono andata a prenderlo con la Cinquecento. Abbiamo parlato del processo delle Brigate rosse che io seguivo allora. Mi disse qualcosa del tipo: Brava, brava, vedo che fai tante cose. Io invece non mi appassiono più a niente. Lui che prima s’interessava a tutto».
Ho sempre pensato che Primo abbia dovuto reggere a fatica il ruolo del giusto e del saggio. Sbagliavo?
«Secondo me per un lungo periodo quel ruolo non gli è pesato, ma può esserlo diventato ultimamente. In tanti gli chiedevano di tutto e lui non ce la faceva più».