Gianluca Paolucci, La Stampa 1/4/2007, 1 aprile 2007
GIANLUCA PAOLUCCI
CERNOBBIO (COMO)
Quando si tratta di investire i propri soldi, sette italiani su dieci non sanno che fare. Supera il 70% infatti, la percentuale di coloro che si dichiarano poco o per nulla preparati in materia di decisioni finanziarie. E a non essere pienamente compreso è proprio il concetto più importante, ossia il rapporto rischio-rendimento di un investimento. «Il consumatore deve capire che ad elevati rendimenti finanziari corrispondono elevati livelli di rischio», spiega una ricerca elaborata dal Pattichiari (Abi) in collaborazione con lo Studio Ambrosetti, e presentata ieri al Workshop di Villa d’Este a Cernobbio, sul lago di Come. Come dire che dopo gli scandali Cirio e Parmalat, dei Tango-Bond e delle obbligazioni «corporate» vendute ai piccoli risparmiatori, non è cambiato nulla. Parlando di cultura finanziaria, l’Italia è indietro non solo rispetto ai paesi anglosassoni - in testa un po’ a sorpresa c’è l’Australia - ma anche in Francia e Germania.
Sempre secondo la ricerca di Pattichiari, un maggior livello di «partecipazione» ai mercati finanziari da parte almeno dei consumatori più evoluti, potrebbe portare ad un incremento delle attività investite dalle famiglie che, «se fosse anche solo nell’ordine dell’1%» equivarebbe a 32,7 miliardi di euro, pari al 2,3% del Pil, considerando che il totale delle attività finanziarie delle famiglie italiane a fine 2005 ammontava a quasi 3.300 miliardi di euro. Pattichiari, va precisato, non è una fonte indipendente. un consorzio formato da 167 banche che operano sul territorio italiano, nato nel settembre del 2003 per promuovere presso i clienti degli istituti di credito strumenti e informazioni facili «per capire meglio i prodotti finanziari e a scegliere quelli più adatti alle loro esigenze». Che proprio durante le tempeste di Cirio (novembre 2002) e Parmalat (dicembre 2003) ha cercato di promuovere una serie di iniziative per cercare di risollevare la fiducia dei risparmiatori nei confronti del sistema bancario.
A rendere più urgente una educazione dei consumatori nei confronti della finanza sono anche le dinamiche sociali e demografiche. La riduzione delle pensioni pubbliche, ricorda la ricerca, porta i lavoratori a investire una quota sempre maggiore maggiore delle proprie risorse in forme previdenziali integrative e private. A questo si accompagna la crescita della vita media e un radicale mutamento comportamentale che ha fatto crescere la propensione delle famiglie all’indebitamento e parallelamente, soprattutto tra i più giovani, ha mostrato una riduzione della propensione al risparmio. Per dare qualche numero, il rapporto tra indebitamento finanziario e prodotto interno lordo è pari al 30%. Ma se nel decennio tra il 1990 e il 2000 è cresciuto di appena tre punti percentuali, nel periodo dal 2001 al 2006 è cresciuto di dieci punti. Il mercato del credito al consumo, in particolare, ha avuto un vero e proprio boom. Nel 2003 valeva 33,8 miliardi di euro, nel 2006 ne valeva invece 52,8.
Quindi, che fare? Il tavolo tecnico che ha guidato la ricerca - composto da Paolo Savona, Luigi Spaventa e Giacomo Vaciago - propone un decalogo di «aree-chiave» dove intervenire; dal coordinamento di tutte le azioni in materia agli incentivi alla trasparnza del sistema finanziario, fino alla necessità di «rendere consapevole il consumatore» dei benefici che avrebbe da una maggiore cultura finanziaria.
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Davanti si ritrovano uno sportellista che magari ha pure fretta. E i clienti, con una certa soavità, si sentono pure dire che quell’obbligazione strutturata, o quella note (che fa molto Wall Street), è assai meglio del vecchio fondo comune di investimento in cui fino a ieri avevano riposto le loro speranze.
Non importa se il prospetto informativo di quel «prodotto tanto innovativo» è alto così, se il suo nome è di quelli esotici - come Steb By Step o Double Way - oppure rassicuranti come «Rendimento certo» o «Rendita immediata». E non importa neppure se dentro quei prospetti ci sono mille parole che paiono ostrogoto, come derivatives, autocallable, plain vanilla, e che il calcolo dei rendimenti si affidi spesso a una simpatica, quanto oscura, «media asiatica».
Troppo spesso l’ignoranza degli italiani in tema di finanza e risparmio, certificata dalla ricerca Pattichiari-Ambrosetti, secondo l’amministratore delegato di Anima, Alberto Foà, «è tutta nell’interesse delle banche, che solo così riescono a rifilare ai propri clienti degli strumenti atroci, dicendo semplicemente che con quelli non si perde mai, ma al contrario si può guadagnare con facilità. E il gioco è fatto». Un gioco che negli ultimi mesi ha avuto, secondo diversi osservatori, un notevole impatto sui cambiamenti delle abitudini dei risparmiatori italiani. I quali, per esempio, hanno abbandonato in massa quelli che Pietro Giuliani, presidente di Azimut, chiama i «trasparentissimi fondi comuni di investimento», la cui raccolta è andata in negativo di 9,5 miliardi nei soli primi due mesi dell’anno, a favore di soluzioni «spesso più opache e meno flessibili».
Il ritorno dei Bot
In fuga dai fondi, dunque, e spesso per dirigersi verso i BoT, tornati ultimamente su rendimenti accettabili dopo anni di magra. «Ma quella dai fondi è chiaramente una fuga pilotata - osserva Giuliani -. Nessuno può pensare che un investitore decida spontaneamente di abbandonare il proprio fondo bilanciato in cambio di uno strumento che investe in derivati». Insomma, aggiunge Foà, «l’ignoranza rende manipolabili gli investitori e rende ancora più pressante il bancocentrismo di cui soffre tutto il mondo del risparmio».
Come se ne esce? Uno dei curatori della ricerca, l’economista Giacomo Vaciago, spiega: «Decenni fa, quando diverse banche erano pubbliche, la tutela dei risparmiatori era addirittura inserita in statuto. Oggi invece, da noi come nel resto del mondo, le banche sono imprese private a tutti gli effetti. Sostengono i loro prodotti ed essendo parti in causa non hanno il dovere di farsi carico della formazione finanziaria dei propri clienti». E se il risparmio ha un rilevante interesse pubblico, «allora è necessario che il nostro Paese, al pari di quando da tempo si fa negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma come pure si inizia a fare altrove, si occupi in prima persona dell’educazione finanziaria».
Una separazione necessaria
Secondo Foà esistono anche altre strade: «Se si sancisse una volta per tutte la separazione tra chi gestisce i fondi e chi li distribuisce, ci sarebbe tutto l’interesse per promuovere una formazione non viziata dai conflitti di interessi». A questo proposito, «la riforma previdenziale è un’ottima occasione per fare chiarezza. Ma mentre la scadenza del 30 giugno per la destinazione del Tfr si avvicina, il governo non ha ancora fatto una seria campagna di informazione. E i giovani continuano a non conoscere la differenza tra un fondo normale e una linea garantita, pensando che quest’ultima sia una scelta miracolosa....»