Aldo Grasso, Corriere della Sera 1/4/2007, 1 aprile 2007
Vermicino, 12 giugno 1981: la storia della tv deve continuamente fare i conti con un luogo e con una data
Vermicino, 12 giugno 1981: la storia della tv deve continuamente fare i conti con un luogo e con una data. Vermicino è una contrada anonima a pochi chilometri da Roma. Lì si consuma in diretta televisiva una tragedia che segna subito una linea di confine, un toponimo di un prima e di un dopo. Perché lì, a Vermicino, qualcosa si spezza per sempre, la morte si fa spettacolo. Da allora, tutti i canali televisivi del mondo hanno alimentato il filone orrorifico, a stento mascherandolo: il dolore come show, la sofferenza come osceno lievito dell’ascolto. Ormai il catalogo delle atrocità è così sterminato che le domande rattrappiscono sul nascere. Era opportuno immettere in un circuito incontrollabile immagini che invocano solo la pietà? Con Vermicino un fatto di cronaca si è trasformato nell’angoscioso e grandioso racconto di un fallimento di una comunità mediatica. E, negli anni, non ci siamo mai seriamente interrogati sull’incidente. Lo fa ora Massimo Gamba con il libro Vermicino. L’Italia nel pozzo (Sperling & Kupfer Editori, e 14, pp.304): il fantasma di Alfredino, con quella sua voce intubata, torna a parlarci dalle viscere della terra in cui è sprofondato e, nell’attenta e minuziosa ricostruzione dell’autore, quasi un «Tutto Vermicino minuto per minuto», pone ancora domande terribili. «Fino al giugno del 1981 nessuno, tranne quelli che ci abitano, conosce Vermicino. Un gruppo di case. Poco distante un cantiere, una strada polverosa, come centomila in tutto il paese»: in quel posto desolato c’è un pozzo artesiano abusivo rimasto aperto, appena finito di scavare, mal protetto da un pezzo di lamiera. E c’è un bimbo di sei anni, Alfredo Rampi, che mercoledì 10 giugno, verso le ore 19, vi precipita dentro. La drammatica vicenda di Alfredino inizia a consumarsi in tv la notte dell’11, quando una tv locale lancia un appello per cercare una gru «per tirare fuori un bambino caduto nel pozzo». Il giorno dopo la vicenda viene seguita in una sgomenta diretta di diciotto ore (interrotta solo dai tg) sul primo e sul secondo canale della Rai, a reti unificate. L’agghiacciante racconto televisivo segue l’evolversi della tragedia, descrive l’intervento dei vigili del fuoco, speleologi, volontari, mostra la disperazione della madre, raffigura l’arrivo delle autorità e del presidente della Repubblica, Sandro Pertini (che rimarrà sul posto per moltissime ore), fino a registrare il fallimento di ogni tentativo e lo spegnersi della voce e del respiro del bambino, dopo 60 ore di buio infernale. I tecnici scavano un pozzo parallelo, per poter strappare Alfredino dalla sua orribile prigione. Accorrono acrobati, nani, contorsionisti e provano a calarsi in quell’imbuto. C’è molta impreparazione, c’è caos. Più le trivelle scendono da una parte, più il bimbo scivola dall’altra. Perché nessuno riesce a staccare la spina? Perché quella lunga, interminabile, straziante diretta? Gamba prova a cogliere il momento in cui la notizia viene vagliata in redazione: « notte fonda, quasi mattina. Inchiodato davanti alla tivù, come milioni di italiani, il direttore sta seguendo gli ultimi, disperati tentativi di salvare Alfredino. Ripensa a come è iniziata la storia in redazione, a quello che è successo l’altra mattina in moviola, a come glielo hanno raccontato. Appena la pellicola ha cominciato a girare e le immagini a materializzarsi, davanti a quel monitor è successa una cosa strana, che non accadeva da chissà quanto. Forse non era mai accaduta. Prima si è fermato un tipo, che ha fatto capolino dalla porta come a dire, "do un’occhiata e me ne vado". Però non se n’è andato. Quindi il montatore della sala a fianco ha abbandonato la sua consolle e si è affacciato anche lui. Poi è arrivata la segretaria di redazione. Poi due tecnici che tornavano dal bar. E poi un’altra persona, e un’altra, un’altra ancora. Tutte lì, a formare un grappolo di teste ondeggianti intorno al monitor della moviola. Dopo qualche minuto la saletta era piena, con la gente accalcata fino alla porta e oltre, in punta di piedi per riuscire a guardare». La diretta paralizza l’Italia davanti al video: dalle 14 alle 20 del giorno 12 viene registrata una media di 12 milioni di telespettatori, con una punta, alle 19.45, di 21,7 milioni, mentre dalle 20 alle 24 si segnala un ascolto medio di 28 milioni di telespettatori, con una punta alle 20.45 di 28,6 milioni. Tutto era cominciato nella routine. Un pulmino si dirige sul posto per una diretta nei tg delle 13: il collegamento è previsto non in apertura ma nella cronaca. Poi una telefonata dei vigili del fuoco avverte Ugo Zatterin (direttore Tg2) ed Emilio Fede (direttore Tg1) che il salvataggio è questione di minuti. Zatterin chiede di interrompere la programmazione di rete, anche il direttore generale Willy De Luca si dice d’accordo. I collegamenti si aprono con la notizia che è già stato allertato l’ospedale San Giovanni per l’arrivo di Alfredino. Poi s’intuisce che qualcosa non va, ma ormai la macchina dei media viaggia sulla strada del non ritorno, come nel film L’asso nella manica. Intanto Vermicino si trasforma in una fiera paesana, in un monumento all’improvvisazione e alla disorganizzazione. Nella notte, a condurre il Tg1 c’è Massimo Valentini: deve persino rintuzzare più volte un giovane collega che continua a dire «speologi». Alle 7.20 del mattino, il conduttore, con la voce rotta dalla stanchezza e dallo sconforto, chiude la più lunga diretta della storia della tv italiana: «Avevamo cominciato con ben altra speranza e mai credevamo di dover concludere così». Fine. Amen. Riposi in pace il povero Alfredino. Massimo Gamba indica i quattro fattori che secondo lui hanno fatto di Vermicino un evento mediatico unico e irripetibile: il tipo di ripresa con una sola telecamera (assenza di regia, fissità); il sonoro in diretta dei walkie-talkie usati dai soccorritori che riempie i vuoti della telecronaca; l’incertezza del soccorso che diventa incertezza della telecronaca; la scarsa consuetudine, nel 1981, dei giornalisti alla diretta. Francamente il quarto fattore pare il più fragile e andrebbe sostituito da un altro: la lunghezza spropositata della diretta. Ma questo è il destino di ogni evento mediale: essere cronaca e insieme ritualità, cogliere il momento in cui la tv rende memorabile il suo agire, a qualunque prezzo. In quello stesso anno, 1981, le telecamere documentano in diretta l’assalto del colonnello Tejero alle Cortes di Madrid, i quattro colpi di pistola a Ronald Reagan, l’attentato al Papa, l’assassinio di Sadat. Da allora, la morte è diventata parte della cerimonia. Da allora, sono sprofondate, con la pietà e la vergogna per la fine di Alfredino, tutte le nostre concezioni sulla tv, sul rapporto fra informazione e spettacolo. Continuiamo a ripeterci che, per sentirsi vivi, bisogna apparire in tv, frequentare le plaghe della visibilità. Ebbene, questi discorsi di vita mediatica hanno preso l’avvio da una morte, da una lunga, infinita morte in diretta.