Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 1/4/2007, 1 aprile 2007
La campagna spagnola dell’Enel suggerisce alcune riflessioni sullo Stato azionista e, al tempo stesso, regolatore: pensieri politicamente scorretti sol che si paragoni l’Enel a Telecom, madre di tutte le privatizzazioni
La campagna spagnola dell’Enel suggerisce alcune riflessioni sullo Stato azionista e, al tempo stesso, regolatore: pensieri politicamente scorretti sol che si paragoni l’Enel a Telecom, madre di tutte le privatizzazioni. In questi sette anni, lo Stato regolatore ha costretto l’Enel a scendere sotto il 50% della produzione per far spazio alla concorrenza. Ma lo Stato azionista ha avuto la sua rivincita. Volendo incassare il massimo dalla cessione di parte del suo pacchetto Enel e avere dividendi cospicui dalla parte conservata, ha lasciato che la privatizzazione delle centrali in eccesso e la definizione delle partite regolatorie a carico dei consumatori privilegiassero il potere di mercato e i risultati dell’ex monopolio. Il management Enel ha avuto la briglia lunga durante il primo centro-sinistra. Secondo la legge Bersani, la vendita delle centrali doveva servire ad acquistare imprese elettriche all’estero e invece Franco Tatò ne ha usati i proventi per entrare, a un prezzo troppo alto, nelle telecomunicazioni. Assai più stringente è stata la disciplina imposta dal centro-destra a Paolo Scaroni, che ha ridotto gli investimenti a favore di una remunerazione crescente del capitale. Nel periodo 2000-2006, l’Enel genera 40 miliardi dalla gestione più altri 18 dalle dismissioni e li utilizza per investimenti tecnici (27 miliardi), dividendi (19 miliardi), investimenti finanziari (16 miliardi) e per ridurre il debito (5 miliardi). Il titolo rende il 5,7% l’anno, un punto e mezzo in più rispetto a Bot, Bpt e Cct. Dato che l’Enel considera un premio al rischio del 2,8% nel costo del proprio capitale, non c’è da far festa. Anche perché il titolo viaggia sui livelli dell’offerta pubblica del 1999. La presenza dello Stato, però, evita all’Enel la fine della Edison, ridotta dalle lotte tra i privati a un condominio, peraltro efficiente, tra Edf, monopolio pubblico francese, e le ex municipalizzate. Lo Stato azionista non impedisce all’Enel di crescere all’estero. Nella prospettiva del mercato unico, la politica estera dell’Enel consente all’Italia di rientrare nel nucleare, visto che Endesa e Slovenské Elektràrne ne hanno per 6400 megawatt, più di quanto venne smantellato al di qua delle Alpi. Oggi l’Enel ha solo 11 miliardi di debiti, pari al 60% dei mezzi propri. Sarebbe un bersaglio perfetto per un’Opa a debito così come quasi tutte le altre major. Tanta opulenza fa sospettare che la concorrenza morda poco ovunque. Ma resta il fatto che lo Stato azionista rende improbabile un’aggressione e il conseguente trasferimento delle residue rendite da posizione dominante, sempre che l’Enel giochi in trasferta secondo realpolitik. L’acquisizione del 50% di Endesa, nell’ambito dell’Opa lanciata con il partner spagnolo Acciona, obbedisce a una politica di potenza. Che va giudicata in base alla sua sostenibilità. Ebbene, a dati 2006, scontato il costo del debito della scalata (22-23 miliardi) al netto delle imposte, la metà di Endesa aggiungerebbe 1,2 miliardi all’utile consolidato dell’Enel. Depurando i piani spagnoli dalle spese per contrastare E.on, l’Enel stima un ritorno dell’investimento sul 7% fin da subito, dunque superiore al suo costo dichiarato del capitale. Il vero rischio è politico. Se riuscirà nell’Opa, Fulvio Conti chiuderà bene: da cavaliere bianco del governo. Se invece, respinti i tedeschi, Zapatero farà il furbo, Conti si ritroverà con 10 miliardi investiti su un titolo che, finita la contesa, rischierà di perdere terreno. Ma nella competizione globale occasioni come Endesa, capaci di riportare l’Enel al secondo posto dopo Edf dimostrando che la liberalizzazione non ha indebolito l’ex monopolio ma l’ha solo costretto a correre, sono rarissime. ( con la consulenza tecnica di Miraquota) mmucchetti@corriere.it