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 2007  aprile 01 Domenica calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PARIGI – «Ogni francese è stato, è e sarà gollista», diceva De Gaulle.
La Francia del 2007 sembra dar ragione al generale e riprodurre, nell’economia come nella società, una certa idea del Paese, del ruolo dello Stato e delle industrie nazionali. Anche il «liberista» Sarkozy non sfugge alla regola e si trova in buona compagnia fra sfidanti e avversari. Dalla socialista Ségolène Royal al centrista François Bayrou fino all’estrema destra di Le Pen è una sinfonia di toni diversi, ma con un solo spartito: difendere le industrie nazionali, trovare antidoti fiscali e legislativi alle delocalizzazioni di imprese, scaricare sulla Banca centrale europea e sull’euro molte delle problematiche sociali.
Bruxelles, per bocca del commissario alla concorrenza Neelie Kroes, ha espresso sconcerto per dichiarazioni di Sarkozy che hanno offerto al Financial Times l’occasione di mettere sotto la lente d’ingrandimento la concezione economica ed europea del leader della destra.
Essendo il favorito nella corsa all’Eliseo, molti osservatori economici si chiedono se il suo gollismo «geneticamente modificato» non sia una riproposizione della tradizionale formula dirigismo-protezionismo che ha contraddistinto la politica economica di Parigi. In altri termini, se Sarkozy, avvicinandosi alla sfida finale, non abbia perso per strada le convinzioni che l’avevano imposto come il più «anglosassone» dei politici francesi, finendo per riprodurre i «vizi» dell’ultimo Chirac che hanno portato alla bocciatura del trattato europeo.
Hanno fatto discutere giudizi sprezzanti sulla recente acquisizione di Arcelor da parte del gruppo indiano Mittal e ricorrenti critiche alla Bce che mortificherebbe investimenti pubblici e competitività delle imprese europee. Difficile nascondere ad esempio che Airbus produce aerei che essendo venduti in euro costano il 30 per cento in più dei prodotti Boeing a parità di qualità.
Il leader della destra non dà retta alle polemiche e applica all’economia criteri che lo hanno reso famoso quando parla di sicurezza, immigrazione o identità nazionale: dire ad alta voce quello che molti sussurrano, smitizzare luoghi comuni e il «politicamente» corretto. Quando cita il caso di Arcelor, Nicolas Sarkozy critica chi ha creduto che in Europa fosse finita l’era dell’acciaio e ricorda un’ operazione di cui va fiero: il salvataggio di un campione nazionale come Alstom, quando era ministro dell’Economia. Un’operazione di «protezionismo» che ha portato profitti e posti di lavoro nonostante le polemiche con Bruxelles.
Un altro tema caro che trova serventi sostenitori fra i suoi sfidanti è quello delle delocalizzazioni di imprese francesi e del «dumping sociale ed ecologico» compiuto dalle economie emergenti, dalla Cina all’India. Stare nel mercato globale non significa secondo Sarkozy subire senza far nulla le incursioni da parte di Paesi che possono produrre a costi molto inferiori e che inquinano il pianeta. Non si tratta di difendere le industrie francesi, ma di costruire una «preferenza comunitaria» per proteggere prodotti, imprese e mercati europei dalla concorrenza internazionale. «L’Europa – ha scritto nel suo programma economico – non può essere il cavallo di Troia della globalizzazione né ridursi alla libera circolazione di soldi e merci».
Del resto, ricorda Sarkozy ai suoi critici, anche gli Stati Uniti introducono protezioni e barriere in determinati settori. Sarkozy resta nella logica del gollismo, non inteso come nazionalismo protezionista, ma come prerogativa dello Stato in grandi progetti industriali e strategici. I risultati, almeno in questo campo, non mancano: basta dare un’occhiata al Tgv, all’autosufficienza energetica grazie all’energia nucleare, all’industria militare.
L’ideale – ripete – è costruire «campioni europei». Il principale obiettivo di Sarkozy – e in questo si differenzia da Ségolène e in parte da Bayrou – è di introdurre criteri di flessibilità «anglosassone» nel mercato del lavoro, con l’abolizione delle 35 ore e una minore rigidità dei contratti.
Bayrou punta invece a defiscalizzare l’assunzione di almeno due persone per azienda, mentre la «gauche» promette di raddrizzare l’economia estendendo le 35 ore e aumentando i salari minimi per rilanciare i consumi.
Al di là delle diverse proposte, che andrebbero meglio precisate nei dettagli, il dibattito sull’economia risente della pesante situazione sociale che coinvolge milioni di giovani senza lavoro. Un dramma che nessuno si sente di affrontare mettendo in soffitta la bandiera della «fraternité» che in Francia si traduce quasi sempre in intervento pubblico e che, quando funziona, mette d’accordo tutti.