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 2007  aprile 01 Domenica calendario

ROMA – Giorni fa, appena rientrato dal Giappone, il vicepremier Francesco Rutelli così si rivolse al senatore Antonio Polito: «In bocca al lupo per il libro sul Partito democratico! Certo, proprio ora che non si fa più

ROMA – Giorni fa, appena rientrato dal Giappone, il vicepremier Francesco Rutelli così si rivolse al senatore Antonio Polito: «In bocca al lupo per il libro sul Partito democratico! Certo, proprio ora che non si fa più...». Scherzava, il leader della Margherita, ma l’humour nero di quelle ore, generato dall’inasprirsi dello scontro con i Popolari di Franco Marini, ben riassume i quotidiani tormenti che hanno scandito il viaggio dei riformisti verso il nuovo soggetto politico. Cosa dovrebbe essere e perché lo spiega in 171 pagine «del tutto prive di piombo», come ha scritto nella prefazione Nicola Rossi, il fondatore ed ex direttore del Riformista, 51 anni, già vicedirettore di Repubblica nonché, da pochi giorni, coordinatore della Margherita a Napoli. La ragione politica del saggio, quasi un manifesto per una corrente liberale del Pd che avrebbe in Rutelli il suo ispiratore naturale, è già nel titolo del volumetto, edito da Marsilio: Oltre il socialismo. Per un partito (liberal) democratico, che invita alle nozze i centristi e respinge imassimalisti, disegnando un arcobaleno di forze che va da Marco Follini a Walter Veltroni. Polito non lo dice, ma quando scrive richiamando Tony Giddens che «il socialismo è morto», indica a Mussi e compagni la via della scissione. Prima di fornire un’ideologia al «suo» Partito democratico, Polito sgombra il campo dai residui della socialdemocrazia. La critica è radicale, trae fondamento dai processi storici senza trascurare le politiche economiche e il punto di approdo è che «le socialdemocrazie che si riprendono dalla crisi degli anni ’80 diventano liberali e quelle che non si riprendono, perdono le elezioni». Eppure, annota il giornalista senatore, c’è stato un partito socialista europeo che negli anni Ottanta è rimasto al potere e «anzi ha fatto di quel decennio il punto più alto della sua parabola di influenza politica». E cioè il Psi di Bettino Craxi, il quale «ha governato mentre la Thatcher e Reagan mettevano a ferro e fuoco la sinistra mondiale» e questo perché è stato «più pronto di molti altri leader della sinistra europea a venire a patti con il mercato». Condannato senza rimpianti anche l’altro grande esperimento politico del Secolo Breve, vale a dire il popolarismo cattolico, Polito passa alla pars costruens della «complessa e ardita operazione politica in cui si sono infilati» Ds e Margherita. Una forza di massa che non sia «la riedizione in forma farsesca del compromesso storico», che trovi il coraggio delle riforme, sappia rivoluzionare un welfare «corporativo e ingiusto», non si identifichi con «il partito delle tasse» e promuova la «riscossa democratica di un popolo sprofondato su un sofà a guardare Bruno Vespa». E che sappia riconciliare, in un unico messaggio politico e di governo, le tre bandiere di un centrosinistra senza trattino: «Libertà, uguaglianza e fratellanza». Al lettore attento non sfuggiranno il panegirico di Gerardo Chiaromonte, la critica al «migliorismo» di Giorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso – la corrente dell’ex Pci alla quale lo stesso Polito si avvicinò negli anni de L’Unità – né lo sprone ai leader affinché tengano «le mani libere» nelle alleanze. E qui l’autore immagina un bipolarismo fatto da due centri, uno conservatore l’altro progressista. Il Pd un partito di centro, dunque? «Radicalmente di centro – risponde Polito – Left of center, sinistra del centro, dando per scontato che attorno a Bertinotti nasca una sinistra più socialista e radicale». C’è un pizzico di utopia di troppo in questa sorta di breviario per il neo-democratico e, nella postfazione, Francesco Giavazzi s’incarica di smascherarla. Ma c’è anche, nelle ultime trenta pagine, un divertente glossario sui vizi capitali che il Pd non può permettersi, da A come arroganza a Z come zelo. Basta con l’esterofilia, il pessimismo stile Visco, il cinismo, il virilismo, il pacifismo e col «ritorno» di Romano Prodi, non tanto per l’imperdonabile «barba domenicale», quanto perché il Pd deve nascere per «fornire classe dirigente a getto continuo». Altri consigli in pillole? Ispirarsi alla laicità senza «escludere dal discorso pubblico il senso del sacro», aggiungere una patriottica I, come «italiano», alla sigla del partito che diverrebbe Pdi e sgombrare il campo dal «neismo», quel dire e non dire che raggiunse l’apoteosi nelle 281 pagine del programma.