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 2007  aprile 01 Domenica calendario

Dopo la dichiarazione di monsignor Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, che ribadisce un secco «no» ai Dico e alle forme di convivenza riconosciute alternative alla famiglia, si comprende come il divieto venga da lontano: equivale, secondo il presule, al «no» che va detto al partito dei pedofili o al «no» per l’incesto

Dopo la dichiarazione di monsignor Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, che ribadisce un secco «no» ai Dico e alle forme di convivenza riconosciute alternative alla famiglia, si comprende come il divieto venga da lontano: equivale, secondo il presule, al «no» che va detto al partito dei pedofili o al «no» per l’incesto. Già, l’incesto. Non è un tema semplice e tormenta da millenni i costumi e la cultura anche dei popoli più evoluti. Sant’Agostino ne La città di Dio aveva scritto che se all’inizio del genere umano l’unione tra fratelli fu una condizione necessaria, ora la religione la condannava. Tanto più che San Paolo esclude dalla comunità di Corinto uno che aveva preso in moglie la sua matrigna (I Cor. 5, 1-8). Del resto, nella Bibbia – soprattutto nel capitolo 27 del Deuteronomio – si leggono le maledizioni lanciate contro gli incestuosi e sono ricordati i casi più gravi. E questo anche se nella Genesi (19, 31-38) è conservata la storia di Lot, uno dei fratelli di Abramo, che si accoppia con le due figlie, dopo che queste lo avevano ubriacato: dal loro peccato nasceranno le stirpi dei Moabiti e degli Ammoniti. L’episodio è ripreso in più passi dal Corano. L’amore colpevole di Lot si trasformerà in immagini enigmatiche e inquietanti, soprattutto nelle tele che Orazio Gentileschi, vissuto tra il XVI e il XVII secolo, dedica all’avvenimento. Ma, che dire?, quando il pittore ritrae il peccato d’incesto ha già dei modelli – come il dipinto di Albrecht Altdorfer del 1537, dove il padre è consenziente e ha uno sguardo carico di desiderio – e a essi seguiranno figure ancor più compromettenti, dal Guercino a Jean-Baptiste Greuze; né va scordato il fatto che anche Rubens si occupa di Lot. Oggi le immagini dell’incesto sono patrimonio del cinema e la condanna è tutta da scoprire, ammesso che ci sia. Anzi, si direbbe che i film attuali dedicati all’antico peccato vogliano commentare in un modo o nell’altro, e senza particolari turbe, quanto scrisse Percy Bysshe Shelley: «L’incesto è, come altre cose irregolari, una circostanza molto poetica» (la citazione l’abbiamo tratta dal sempre fascinoso saggio di Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica). Il cinema ci spiega le situazioni e i perché attraverso l’attuale senso comune. Se all’inizio degli anni ’70 qualcuno rimase turbato per Soffio al cuore di Louis Malle, dove un quindicenne intraprendeva una relazione con la madre (Lea Massari), oggi non si scompone più di tanto con Volver (2006) di Almodovar, dove la questione è trattata con leggerezza. E che dire de La bestia nel cuore di Cristina Comencini? Siamo nel 2005 e ci si rende conto che il film denuncia qualcosa che è divenuto più problema che peccato: l’antico male abita il mondo contemporaneo convivendo con un’interdizione sacra, mescolandosi alla violenza. Non sono che esempi. L’incesto corre da decenni sugli schermi cinematografici: lo si ritrova da Byleth di Leopoldo Savona (1971) a La luna di Bertolucci (1979), da Edipo Re di Pasolini (1967) a La caduta degli dei di Visconti (1969). La questione è continuamente aperta, da un lato c’è la fermezza del «no», dall’altro le domande. Ci si rende conto, senza ricorrere alla psicoanalisi e ai suoi tabù o alle religioni greca ed egizia – nelle quali l’incesto era spiegato con la mitologia – che molta letteratura americana riporta a galla continuamente il tema, dalla Caduta della casa Usher di Poe a Pierre di Melville, via via sino a buona parte dell’opera di Faulkner. E che dire del filosofo tedesco Hegel che confessò una tentazione sessuale nei confronti della sorella? Analoga passione la ritroveremo in Byron, in Charles Lamb; il rapporto tra consanguinei diventa indispensabile per leggere L’uomo senza qualità di Musil. Chi scrive, mentre corre tra questi autori, si accorge che ha taciuto molti, troppi italiani: Moravia e D’Annunzio sono quasi scontati, ma il tema è presente ne La lupa di Verga, in Paesi tuoi di Pavese, in Sei personaggi di Pirandello, in Un amore del nostro tempo di Landolfi, in troppe altre pagine insospettabili. Insomma, il «no» di monsignore è comprensibile e condivisibile. Ma non passa inosservato.