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 2007  marzo 31 Sabato calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 2 APRILE 2007

Dal 23 marzo una nuova drammatica sfida dagli esiti imprevedibili contrappone l’Iran all’Occidente: in servizio di pattuglia nelle acque dello Shatt-el-Arab, zona di confine tra Iraq e Iran, quindici militari britannici (otto marinai e sette Royal Marines, tra i quali una donna di 26 anni, Faye Turney) sono stati fatti prigionieri dagli iraniani. Enrico Franceschini: «Un rapimento in acque irachene, dove i marinai erano su mandato dell’Onu, secondo Londra (pescatori iracheni che hanno assistito alla scena confermano questa versione). Un arresto per essere entrati illegalmente in acque iraniane, secondo Teheran». [1]

Lo Shatt-el-Arab, lungo circa 200 km ma largo al massimo 800 metri, è l’unico canale di transito tra le regioni petrolifere di Bassora, sul versante iracheno, Abadan e Khorramshahr, su quello iraniano, e il Golfo Persico. La delimitazione delle sue acque territoriali, sulle quali transitano quotidianamente consistenti quantità di greggio, è una disputa aperta dai tempi degli antichi imperi ottomani e persiani. Siavush Randjbar-Daemi: «Nel 1975 Saddam Hussein fu promotore di un accordo siglato ad Algeri tra l’allora presidente iracheno Ahmad Hassan al-Bakr e lo Scià d’Iran che risolveva, tra gli altri contenziosi, la questione del confine marittimo tra i due stati. Allarmato dalla possibile esportazione della neonata teocrazia sciita, il dittatore iracheno abrogò pubblicamente il trattato nel 1980 e diede quindi il via alla sanguinosissima guerra tra i due vicini». [2]

La precaria normativa che governa lo Shatt-el-Arab rende alta la possibilità di incidenti derivanti da presunti sconfinamenti. [2] Gli inglesi hanno diramato i dati del satellite relativi alla posizione dei marinai fatti prigionieri: 29 gradi 50 minuti nord, 48 gradi 43 minuti est. Cioè 1,7 miglia entro le acque irachene. [3] Timothy Garton Ash: «Il fatto che le prime coordinate delle imbarcazioni britanniche autrici del presunto sconfinamento comunicate dal governo iraniano ai britannici sono risultate interne alle acque territoriali irachene è specchio della confusione in seno allo stato iraniano. Solo tre giorni dopo gli iraniani hanno tirato fuori un secondo insieme, ”corretto”, di coordinate che collocavano opportunamente le forze britanniche dalla parte sbagliata del confine». [4]

 possibile che si tratti di un incidente «casuale»? Il generale in pensione Anthony Zinni, già capo del Comando Centrale delle Forze Armate Usa: «Sappiamo da tempo che le Guardie della Rivoluzione fanno contrabbando fra l’Iraq e l’Iran in quelle acque. Era così che Saddam Hussein scavalcava le barriere imposte dalle sanzioni Onu. Così che vendeva il suo petrolio e ricavava milioni di dollari, dal contrabbando con le Guardie iraniane. Credo che i britannici avessero avvicinato una nave contrabbandiera, e così gli iraniani hanno montato la storia dello sconfinamento, per nascondere il loro operato». [5] Sir Andrew Green, ex ambasciatore a Damasco e Riad: «Sei barche cariche di pasdaran non potevano essere in zona per caso: non c’è da illudersi, erano lì per compiere un’imboscata ai nostri due gommoni». [6]

Gli Stati Uniti avevano avvertito la Gran Bretagna di un possibile colpo di mano dell’Iran. Vincent Cannistraro, ex direttore dell’antiterrorismo della Cia: «La Guardia rivoluzionaria voleva vendicarsi della cattura di sei suoi uomini in Iraq da parte nostra, e della scomparsa in Turchia di un suo ex generale che sospetta si sia rifugiato da noi. Non poteva affrontare le nostre forze, perché hanno l’ordine di reagire, e un incidente ci fornirebbe il pretesto di attaccare l’Iran. Così ha affrontato quelle inglesi che hanno l’ordine di non reagire». [7] Guido Olimpio: «Gli iraniani sono consapevoli dell’inferiorità e allora giocano a fare i corsari». [8]

Il sequestro è un’ignominia, però... Arrigo Levi: «Al largo delle coste iraniane è schierata, con al suo fianco navi da guerra britanniche, una flotta americana tra le più poderose della storia». [9] Giorgio Dell’Arti: «A Washington è stata creata una struttura che coordina le attività clandestine contro Iran e Siria. stata aperta una ”sezione iraniana” anche presso il consolato del Dubai. Gli Emirati pullulano di spie occidentali che devono lavorare esclusivamente sull’Iran e sulle seimila imprese iraniane che operano su quei territori (tra queste, parecchie che trafficano in armi). In Iraq, la Task Force 16 deve, per conto del Pentagono, neutralizzare le spie di Teheran che appoggiano la guerriglia e fanno sparire 300 barili di petrolio al giorno, che si rivendono poi al mercato nero». [10]

Il Pentagono teme che Teheran possa bloccare a sorpresa le rotte del greggio. Maurizio Molinari: «Parigi condivide con Washington e Londra la volontà di sventare eventuali colpi di mano iraniani sulle rotte del greggio che, secondo uno studio della Heritage Foundation, potrebbero portare il prezzo del barile fino a quota 120 dollari» (adesso sta intorno a 65). [11] Fausto Della Porta: «Nelle ultime due settimane, tra nuove sanzioni dell’Onu e battaglia dei marinai, il greggio è aumentato del 10%. Significa che i mediatori di oro e petrolio non considerano improbabile un intervento militare del Golfo. E non solo per la crisi dei marinai». [12]

I dirigenti americani ammettono che l’opzione militare per fermare i programmi nucleari è l’ultima risorsa, tuttavia hanno già a disposizione un dispositivo sufficiente a colpire. Olimpio: «Indiscrezioni – comparse sulle due sponde dell’Atlantico - sostengono che gli Usa potrebbero lanciare uno strike - un raid distruttivo - in qualsiasi momento. Usando i jet a bordo delle portaerei e i bombardieri B2 con speciali ordigni anti-bunker. Il Pentagono ha battezzato l’operazione ”Tirannt” (Theater Iran Near Term), sigla che nasconde l’identificazione di una lista di bersagli sul territorio iraniano. Di fatto gli impianti di ricerca nucleari, laboratori, impianti industriali legati alla Difesa». [8]

L’incidente sembra una replica del 2004. Giampaolo Cadalanu: «Quella volta i marinai fermati furono otto, liberati dopo tre giorni di prigionia e un’imbarazzante apparizione - legati e con gli occhi bendati - alla tv di Stato iraniana. Ma fra i due episodi c’è una differenza sul piano diplomatico: oggi fra Regno Unito e Repubblica islamica i rapporti sono molto più tesi di tre anni fa. Londra è in prima fila a chiedere sanzioni contro gli ayatollah per la loro perseveranza nella ricerca dell’arma nucleare». [13] Garton Ash: « una cattiva idea collegare la ripresa dei colloqui sul nucleare al problema del rapimento. I falchi iraniani saranno ben lieti di far naufragare i negoziati. Per loro più alto è lo scontro con la Gran Bretagna e l’America, il vecchio e il nuovo satana dell’immaginario politico iraniano, meglio è». [4]

L’incidente dello Shatt-el-Arab sì è verificato meno di 72 ore prima della riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha deciso l’inasprimento delle sanzioni verso Teheran, colpevole di continuare i programmi di arricchimento dell’uranio in spregio ai ripetuti ultimatum e alle reiterate risoluzioni delle Nazioni Unite. Anna Guaita: «Il documento dell’Onu vieta il commercio di armi con l’Iran, e congela i beni e i movimenti di 28 individui e organizzazioni implicati nel programma nucleare. Stabilisce inoltre che se entro 60 giorni Teheran non interromperà le procedure di arricchimento, verrà messa ai voti una terza risoluzione con ulteriori inasprimenti. E così via: ogni volta che l’Iran risponderà di no, il Consiglio approverà un altro allargamento delle sanzioni». [5]

Sembra che si sia voluto creare ad arte un evento ”secondario” capace di distrarre i cittadini iraniani dall’evento clou. Vittorio E. Parsi: «La cattura dei marines britannici è la vittoria che deve tentare di compensare la sconfitta che l’Iran patisce in Consiglio di Sicurezza. Sembra quasi di rivivere l’atteggiamento mussoliniano di fronte alle ”inique sanzioni” provocate dal ”complotto demoplutogiudaicomassonico”. La compensazione potrà anche apparire grossolanamente insufficiente. Ma tant’è: non potendo influire sulla decisione del Consiglio di Sicurezza, l’Iran può solo cercare di creare un altro campo di confronto in cui cercare di ”vincere”». [14]

Negli ultimi mesi tutti gli sforzi diplomatici del regime sono falliti. Saeed Leylaz, uno dei più rispettati analisti politici indipendenti iraniani: «Uno dei colpi più grossi, poco notato dalla stampa internazionale ma che ha avuto un forte impatto qui, è stato lo sfilarsi della Russia dall’alleanza con l’Iran. Gli Stati Uniti hanno avuto successo su tutta la linea. Questo obbliga il regime a far vedere che quel successo non può non avere un prezzo». [15] Giandomenico Picco, ex vice-segretario dell’Onu protagonista degli epici negoziati che portarono in salvo sei americani, tre inglesi e due tedeschi rapiti in Libano dagli Hezbollah: «Mi sembra che sia stato sottovalutato il fatto che i quindici marinai britannici sono stati catturati dalle Guardie rivoluzionarie, che fanno parte del governo iraniano in senso lato, ma ricoprono anche un ruolo centrale nella storia della rivoluzione e nella politica iraniana». [16]

Non sembra che sia il ministero degli Esteri iraniano a gestire la crisi.
Mark Fitzpatrick (Istituto Internazionale Studi Strategici): «Siamo di fronte a una lotta intestina tra opposte fazioni in Iran». [17] Guido Santevecchi: «C’è il sospetto che la crisi sia stata preparata da almeno una parte del regime islamico per aprire un nuovo fronte e far passare in secondo piano lo scontro sul nucleare. Dietro il progetto atomico ci sono i Guardiani della Rivoluzione e gli analisti sono convinti che questo centro di potere all’interno del regime abbia organizzato l’imboscata nel Golfo per sabotare l’ala diplomatica della teocrazia islamica che cercava invece una via d’uscita». [18]

Dall’elezione di Ahmadinejad, l’Iran appare scosso da una lotta di potere, sotterranea ma non per questo meno aspra, tra le tante anime che ne incarnano il regime. Parsi: «Di queste (esercito, alto clero, partiti, pasdaran) nessuna appare abbastanza forte da vincere e così imprimere una svolta nella direzione di un cambiamento (quale che sia), che ponga fine all’interminabile stallo cui anche la società è condannata (e di cui è sempre più insofferente). Ma ognuna è dotata di un consistente potere di interdizione, sia pure di natura diversa, tale da impedire alle altre di poter vincere». [14]