Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 31 Sabato calendario

FILIPPO CECCARELLI

E in un primo momento il Generale rifiutò, ahilui: «Credete davvero che io vada davanti alle telecamere a dire: "Mi chiamo Charles de Gaulle?"». Perfino sdegnato e comunque immobile nella convinzione della sua autorità e dell´imminente vittoria, disse no alla tv, al marketing elettorale e a uno dei più fantastici pionieri della comunicazione, Michel Bongrand, già responsabile del flop dei Beatles in Francia, ma poi anche del travolgente successo commerciale dei film di 007. Era il 1965, gli albori della video-politica, le prime elezioni presidenziali, les pestilentielles, le pestilenziali, le definì con apocalittico buonsenso Gilbert Cesbron su Le Monde: «Una fiera di campagna nella quale, prima di tutto, contano i volti dei candidati».
In Italia Fanfani aveva appena insediato sull´unico canale Rai il ciclo di Tribuna politica; ma proprio allora, al di là delle Alpi, la televisione cominciò quella lenta, ma inesorabile conquista del discorso pubblico che nell´arco di un quarantennio l´avrebbe portata a incorporare consenso e potere, colonizzando quasi ogni modalità espressiva. Ne dà conto, con un saggio intitolato Venduti come detersivi, saggio tanto più interessante quanto più si avvicina la sfida Ségolène-Sarkozy, un giovane studioso dell´università di Bologna, Riccardo Brizzi, sulla rivista Ricerche di Storia Politica (il Mulino).
Ora, di solito, per indicare il punto di partenza della mediatizzazione del potere si risale ai celeberrimi duelli televisivi tra Kennedy e Nixon del 1960. Ebbene: il testo di Brizzi dimostra quanto più cariche di anticipazioni, almeno per un pubblico europeo, si rivelino le presidenziali francesi del 1965. O almeno: fu allora che si manifestò per la prima volta tutto l´armamentario comunicativo e in fondo il paradigma stesso della futura politica: declino dei partiti, personalizzazione spinta, primato dell´immagine sulla parola, ingresso di consulenti pubblicitari, avvio dei sondaggi, candidati in buona parte costruiti a tavolino e comunque costretti ad orientare le loro uscite sui gusti del pubblico.
Ecco. Ma il punto è che tutto questo, inizialmente, de Gaulle non solo lo respinse, ma lo negò in blocco. Era roba da venditori, o da politicanti. Si riteneva, forse anche a ragione, al di sopra. Era l´Eroe, il Padre, l´Uomo che aveva riscattato la Nazione. Per lui parlavano i Fatti, la Storia, la Gloria, certo non quell´elettrodomestico. Le sue rare presenze lì dentro erano epifanie. Come nessun altro il Generale conosceva i codici segreti del potere: il mistero, il silenzio, la distanza, la dignità. E insomma, in campagna elettorale, ritenne di poter fare a meno della televisione. Avrebbe vinto al primo turno, e amen.
Ma visto che dopo tutto dovevano pur votare, e farsi un´idea di come, proprio grazie alla tv i francesi ebbero altre visioni, scoprirono altri volti, si interrogarono su altri candidati. I primi tele-candidati. C´era il dinamico Mitterrand, federatore della sinistra; ma soprattutto c´era, con l´aggravante di collocarsi non lontano dal tradizionale elettorato del Generale, un politico centrista, diremmo oggi, un moderato, un personaggio giovane e affascinante, Jean Lecaunet. E neanche a farlo apposta, sul profilo, l´immagine e l´appeal elettorale di Lecaunet, specie verso il pubblico femminile, s´era esercitata l´arte sottile ed evoluta del consulente Bongrand, raddoppiata d´intensità dopo la bocciatura dell´Eliseo.
Non ci volle molto a capire che gli avversari di de Gaulle piacevano, avevano successo, ma avevano anche stravolto i tempi, gli spazi e i canoni della campagna gollista. Più il Generale si teneva lontano, più Mitterrand e Lecaunet andavano sorridenti incontro all´elettorato; creavano avvenimenti, montavano spettacoli di ammaliante seduzione e rassicurante auto-umanizzazione, arrivando a farsi riprendere in pigiama o mentre si facevano la barba. Comparvero maxi-schermi, gadget, fuochi d´artificio. Fino a quando nei comizi, sui manifesti, precipitò l´elemento anagrafico: il presidente era vecchio. I suoi avversari vendettero la loro giovane età con smagliante efficacia.
Risultato pratico: de Gaulle non ce la fece al primo turno. Le "pestilenziali" avevano mietuto la più illustre delle vittime. Ma è in casi del genere che si vede la stoffa dei leader. Così il Generale dovette cambiare di colpo atteggiamento, scese dal piedistallo, e corse in tv. Fu bravo, semplice, pacato, vicino alla sua gente. Al secondo turno vinse (55,3 per cento), ma che fatica! E quale amara lezione l´aveva spinto a misurarsi con ciò che tanto egli aveva in sprezzo.
Due anni dopo, conclude Brizzi, Bongrand venne assunto dai gollisti di Pompidou. Ma due anni dopo, si può aggiungere, un tipo strano, un intellettualoide ribelle che si chiamava Guy Debord pubblicò un libricino che avrebbe rivoluzionato l´arte, il codice e il senso stesso della politica: La società dello spettacolo. Una specie di profezia, sull´ombra che abbaglia e il lampo che oscura il potere.