Luca Ricolfi, La Stampa 31/3/2007, 31 marzo 2007
Nel voto al Senato sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, l’Udc di Casini ha votato insieme al governo, mentre le altre forze dell’opposizione - Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega - hanno preferito astenersi, il che al Senato equivale a un voto contrario
Nel voto al Senato sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, l’Udc di Casini ha votato insieme al governo, mentre le altre forze dell’opposizione - Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega - hanno preferito astenersi, il che al Senato equivale a un voto contrario. Dopo il voto Casini ha ribadito quel che è ormai chiaro fin dalla grande manifestazione del centro-destra del 2 dicembre 2006 a Roma, e cioè che in Parlamento ci sono due opposizioni: quella dell’Udc, guidata da lui stesso, e quella degli altri partiti di centro-destra, guidata da Berlusconi. Dunque il ping-pong elettorale all’interno del centro-destra continua. Ma qual è la posta in gioco? A sentire Casini, ma non solo lui, sembra che la vera posta della partita sia il bipolarismo come si è andato configurando nella seconda Repubblica. Secondo questa visione delle cose la politica italiana sarebbe ostaggio delle forze estreme, ossia di comunisti, leghisti, fascisti, post-fascisti, e i due leader che da oltre un decennio si contendono il campo - Prodi e Berlusconi - sarebbero troppo sensibili ai voleri e ai capricci di tali forze. Dunque, il compito dei veri riformisti sarebbe di favorire la civilizzazione dei due campi avversi, compito cui - con i mezzi più svariati - si dedicano un po’ tutti gli esponenti ed ex esponenti dell’Udc. Follini, ex segretario dell’Udc e vice-presidente del Consiglio ai tempi del governo Berlusconi, ha deciso di dedicarsi alla civilizzazione del centro-sinistra. Casini, da sempre promotore di un «centro che sceglie», dice di volersi dedicare a quella del centro-destra. Tabacci pare non avere ancora deciso a che santo votarsi (come dargli torto?). A sentire gli ex alleati di Casini, invece, la vera posta è la leadership. Casini vuol fare come Craxi. Fondando una grande aggregazione di centro, aspirerebbe a porsi come ago della bilancia fra le forze genuinamente riformiste del centro-sinistra e le forze genuinamente riformiste del centro-destra: un po’ come Bayrou in Francia, che giusto qualche giorno fa ha ventilato l’idea di un «governo dei migliori». Secondo i sondaggi, un’eventuale competizione tripolare assegnerebbe circa il 25% dei voti a un’eventuale coalizione di centro, lasciandola padrona di scegliersi gli alleati. realistica l’ambizione di Casini? Sì e no. Casini potrebbe anche farcela, se riesce a strappare una legge elettorale che faciliti la formazione di un terzo polo «ago della bilancia». Per quel che è dato sapere oggi in base ai sondaggi, una forza elettorale esplicitamente post-democristiana, che raccogliesse Udc, Udeur, Dc, pezzi di Margherita potrebbe arrivare in prossimità del 10%. Non è detto che questo basterebbe ad assicurare la governabilità, ma il progetto non è del tutto campato per aria. Diverso lo scenario nel caso la legge elettorale conservasse l’impianto bipolare attuale o addirittura lo accentuasse, ad esempio introducendo il premio di maggioranza su base nazionale al Senato. In tal caso gli ammiccamenti dell’Udc al centro-sinistra perderebbero mordente, e diventerebbe impossibile perseverare nel bluff. Non è vero, infatti, quel che sembra credere (e temere) lo stesso Berlusconi, ossia che Casini sia «depositario» di due milioni e mezzo di voti, ossia di circa il 6% dei consensi. Quei voti sembrano nelle mani di Casini, ma sono destinati a pesare davvero solo se cambia la legge elettorale, e se inoltre cambia nella direzione auspicata dalle forze «manovriere», ossia di quelle forze che - come il Psi dei tempi d’oro - desiderano contare molto di più del proprio peso elettorale effettivo. In caso contrario, ossia se la legge elettorale dovesse restare bipolare, un eventuale ribaltone dell’Udc potrebbe spostare i rapporti di forza fra destra e sinistra di 1-2 punti, ma non di 10-12 come l’aritmetica elettorale parrebbe suggerire a prima vista: la maggior parte degli elettori, infatti, sceglie prima la coalizione elettorale e poi il partito in cui riconoscersi. Oggi il centro-destra ha circa 10 punti di vantaggio sul centro-sinistra nei sondaggi, il che significa 6-7 punti in un’elezione vera: il cambio di fronte dell’Udc può far scendere il margine del centro-destra a 4-5 punti, non certo annullarlo o ribaltare il risultato. Questo significa che il centro-destra ha la vittoria in tasca ? Per niente. Il problema di Berlusconi & compagni sembra Casini, ma è di tutt’altra natura. Oggi il centro-destra, con o senza Udc, è forte solo perché Prodi e il suo governo sono invisi alla maggioranza degli elettori. Ma nessuno ha ancora capito che cosa di veramente diverso, e più utile all’Italia, sarebbe in grado di fare il centro-destra una volta tornato al governo. Perché, quando poteva farlo, il centro-destra non ha saputo combattere né gli sprechi né l’evasione fiscale? Perché negli anni del centro-destra i reati sono aumentati? Perché nei medesimi anni così poco è cambiato nella scuola, nella sanità, nella pubblica amministrazione? Il centro-destra vota contro le liberalizzazioni perché ne vuole di più, o perché ne vuole di meno? E se ne vuole di più, come mai ha fatto così poco quando era al governo? Perché i riformisti del centro-destra, compresi i parlamentari dell’Udc, si guardano bene dal dare una mano a Bersani e Lanzillotta? O la verità è che i veri riformisti sono quattro gatti, nel centro-sinistra come nel centro-destra? Finché tutto questo non sarà chiaro, il Cavaliere potrà trastullarsi finché vuole con i sondaggi, ma nulla lo potrà garantire da una miracolosa e inaspettata rimonta del centro-sinistra.