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 2007  marzo 31 Sabato calendario

Anna Maria Ortese non è stata una persona prevedibile né accomodante e a questo si devono i numerosi «processi» e le violente critiche cui la sottoposero anche gli amici

Anna Maria Ortese non è stata una persona prevedibile né accomodante e a questo si devono i numerosi «processi» e le violente critiche cui la sottoposero anche gli amici. Lo ricorda bene Antonio Franchini, nell’ultimo numero della rivista «Il Giannone» (San Marco in Lamis), interamente dedicato alla scrittrice napoletana (a cura di Luca Clerici). Franchini rievoca la «nerissima amicizia» della Ortese con Luigi Compagnone, un’amicizia «dissennata» cominciata con quella che lo stesso Compagnone definì «una sequela di spiate». Anna Maria gli si presentò un giorno e fu ammessa nella sua casa, dove si incontravano ogni sera i giovani intellettuali napoletani. Ne venne fuori un racconto, Il silenzio della ragione (che sarebbe poi confluito, nel ’53, in chiusura de Il mare non bagna Napoli), un ritratto impietoso in chiave visionaria di quei personaggi (oltre a Compagnone, Rea, La Capria, Prunas, Pratolini, Prisco e altri) che erano stati suoi amici, sin dal ’46, negli anni della rivista «Sud»: pagine che finirono per ferire una generazione intera, come scrive Franchini. L’episodio è noto ed è inutile tornare sulle reazioni che suscitò in Compagnone («Sparlò di quegli amici che ogni sera l’avevano sfamata...»), con cui l’amicizia proseguì per oltre quarant’anni, ma segnata dal quel primo terribile approccio. Come proseguì l’amicizia con Pasquale Prunas, direttore di «Sud»: a testimoniarlo è ora la raccolta di lettere di Anna Maria a Pasquale, pubblicata dall’editrice Archinto ( Alla luce del Sud). Dove, tra l’altro, Renata Prunas, sorella di Pasquale e curatrice del volume con Giuseppe Di Costanzo, pubblica brani di una lettera in cui Anna Maria, a distanza di molti anni, ricordava come fosse stato Vittorini, direttore della collana einaudiana «I gettoni», a imporle di lasciare nomi e cognomi degli amici perché il libro si vendesse meglio. Nel ’53, quando uscì il volume, ci fu chi reagì in maniera ancora più violenta di Compagnone. Come un altro amico di Anna Maria, Gianni Scognamiglio, poeta e scrittore (per Guarini il più matto ma anche il più geniale del giro di «Sud»). Tra loro ci fu probabilmente una fugace relazione d’amore e forse per questo la Ortese aveva riservato solo a lui il privilegio di una quasi irriconoscibilità, citandolo come Gaedkens, il cognome della madre tedesca. Ciò non bastò, tuttavia, a placare la rabbia di lui, come attesta una lettera inedita conservata nell’Archivio Prunas, in cui Scognamiglio confessava che gli sarebbe riuscito ormai impossibile: «toccare sia pure per un attimo le tue mani: tanto meno ho voglia di parlare con te o mai più vederti». E proseguiva rinfacciandole di non aver voluto rinunciare al milione offertole dall’Einaudi per la pubblicazione del volume: «Napoli non mente e per una napoletana un milione è davvero troppo al di sopra di un libro. Ed almeno fossi stata all’altezza del milione, sia pure inflazionato!». Una vera e propria invettiva non priva di tratti misogini («una donna è sempre al di sotto di un libro come di un milione così ottenuto») e di un evidente disprezzo intellettuale: «fai pensare a un modo altrettanto antico d’essere scrittori, in Italia: la prostituzione mentale e morale». Conclusione: «il meglio che possa fare per te un amico (...) è davvero di toglierti il saluto e di non stringerti la mano, mai più». Il «processo» alla Ortese non si limitava certo ai velenosi scambi epistolari dove le si rinfacciava (e spesso non senza ragioni) il suo carattere ambivalente: da una parte «intransigente nel pretendere un aiuto» (come scrive Renata Prunas: anche dopo il litigio con Prunas, Anna Maria non si esime dal richiedere prestiti) dall’altra decisamente aggressivo. Anzi, il «processo» a proposito del Mare esorbitò ben presto, assumendo coloriture politiche e investendo pure la responsabilità dell’Einaudi e, implicitamente, di Vittorini, direttore di collana per aver pubblicato «scritti che tanto bene figurerebbero nelle edizioni di un Longanesi»: questa l’accusa che arriva dal settimanale del Pci, «Rinascita», con una lettera-recensione di Nino Sansone. Al quale non piacciono né la scelta dell’editore, né il libro della Ortese, né tantomeno il gruppo di giovani intellettuali presi di mira nel racconto (perché «di malinconia in malinconia finiscono per riversare i loro crucci nel "Borghese" di Longanesi ed a specializzarsi in piccole e piuttosto innocue malignità sui comunisti, responsabili, a quel che pare, del fatto di esistere»). E la Ortese? Il suo racconto «vorrebbe essere non si sa bene se un diluvio di pettegolezzo o un saggio sulla vita intellettuale a Napoli». La colpa della scrittrice è tentare, «tra i suoi stupori e le sue maldicenze, (...) di descrivere gli intellettuali che vivono a Napoli (...) tutti come una sorta di sopravvissuti in una città dove ogni sforzo di pensiero è destinato a fallire». Per la verità, il «processo» ad Anna Maria Ortese era iniziato già con il primo libro ( Angelici dolori, uscito nel ’37 da Bompiani e riproposto solo ora da Adelphi, sempre a cura di Luca Clerici), se è vero che critici superlaureati come Enrico Falqui e Giancarlo Vigorelli lo avevano accolto con toni insolitamente ostili (una sezione del «Giannone» affianca alle recensioni positive e persino entusiaste, vere e proprie stroncature, come quella di Baldacci a proposito del Porto di Toledo, accusato di un eccesso di manierismo e di «sublimità »). Ma tornando nei dintorni del Mare non bagna Napoli, salta agli occhi una vicenda di poco successiva che non è stata del tutto messa a fuoco. Si tratta di un altro «processo» subìto dalla Ortese, e questa volta decisamente politico. Rossana Rossanda vi accenna nel suo libro, La ragazza del secolo scorso (Einaudi). Anna Maria Ortese collaborava da un paio d’anni per quotidiani («l’Unità») e settimanali. Nel maggio ’54 viene proposto alla Ortese di recarsi per un mese in Unione Sovietica con una delegazione dell’Unione Donne Italiane. Il reportage in sei puntate che ne seguirà sull’«Europeo» è una lettura molto personale di atmosfere e personaggi. Ne salta fuori un nuovo vespaio di polemiche: Anna Maria era vicina al Pci (scriveva per l’«Unità») e frequentava la Casa della Cultura a Milano, sia pure tenendosi sempre in disparte. Lo testimonia la stessa Rossanda: «figuretta riservata, sempre vestita di nero, i capelli stretti in una fascia nera sopra il viso, passava silenziosamente i giorni alla Casa della Cultura perché non aveva una vera casa».  sempre Rossana Rossanda a ricordare quanto quei reportages dall’Urss la «esasperarono»: «aveva scritto d’una immensa povertà e solitudine, che suonavano come una sterminata colpa (...). La investii: non hai capito la fatica, l’isolamento di quel paese; perché non scrivi anche che tutti hanno un lavoro, tutti hanno la scuola, tutti hanno gli ospedali?». In una lettera del 2000 pubblicata da Clerici nella sua biografia della Ortese ( Apparizione e visione, Mondadori 2002), Rossanda aveva già cercato di interpretare la sua rabbia di allora (quella della Ortese era «una lettura sentimentale e di superficie (...). Mi bruciava, eravamo in piena guerra fredda»), ma non esitò a tornarci su anche in termini autocritici: «Penso, pensai già allora, che ero stata una stupida, sapevo che era una creatura fatta in altro modo...». Ora dall’Archivio Prunas salta fuori la lettera che la dirigente comunista scagliò contro l’amica. E si capisce così il senso di quel pentimento. Perché la lettera ricorda curiosamente i toni aspri di Scognamiglio nel chiamare in causa anche aspetti personali e caratteriali dell’amica: «La finisca di rendersi ridicola e spendere i quattro soldi che ha in questi giorni (...) si rassegni a concepire se stessa in forme meno drammatiche. La vita è una cosa più seria di come Lei la voglia vedere. Questo è il Suo limite, Anna: molto più grave per Lei, che per gli altri». Segue un accenno a «questa mediocre storia dell’Europeo», da cui «non è l’Urss, o il Socialismo o l’Arte (tutto con la maiuscola) che escono male: è Lei, come persona, di fronte a se stessa e nei Suoi rapporti con chi le è amico». Per «uscire dalla mediocrità», rincara Rossanda, c’è un solo modo: «smetta di bamboleggiare», «cerchi di ragionare, insomma, e di comportarsi con dignità». Il litigio si sarebbe concluso con dei fiori (portati da Anna Maria all’amica Rossana), con uno scoppio di pianto e con un bicchiere di cognac (offerto da Rossana ad Anna Maria). Come per il gruppo napoletano dopo il «processo» dell’anno prima, l’amicizia sarebbe continuata, nonostante i furori. Sopra, da sinistra: Anna Maria Ortese, Samy Fayad, Ennio Mastrostefano, Pasquale Prunas, Gianni Scognamiglio, un gruppo di amici che ruotavano intorno alla rivista «Sud». La foto di Antonio Grassi è tratta da «Alla luce del Sud», Archinto Editrice. Sotto: Anna Maria Ortese (a sinistra) e Rossana Rossanda La finisca di rendersi ridicola e spendere i quattro soldi che ha in questi giorni... si rassegni a concepire se stessa in forme meno drammatiche. La vita è una cosa più seria di come Lei la voglia vedere. Questo è il Suo limite, Anna: molto più grave per Lei, che per gli altri. Smetta di bamboleggiare, cerchi di ragionare, insomma, e di comportarsi con dignità