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 2007  marzo 31 Sabato calendario

Che anche nel sistema nervoso della finanza qualcosa sarebbe successo, gli iraniani l’avevano capito da un pezzo

Che anche nel sistema nervoso della finanza qualcosa sarebbe successo, gli iraniani l’avevano capito da un pezzo. Un mese fa Nioc, la compagnia petrolifera del governo di Teheran, ha iniziato a distribuire ai clienti occidentali un nuovo formulario: va riempito per consentire i pagamenti del greggio in euro. E più che la voglia di uno schiaffo al dollaro, c’entrano forse gli sforzi del Tesoro americano di congelare le transazioni dell’Iran con la «sua» moneta: giù le mani sciite dal biglietto verde, è il messaggio da Washington. Probabilmente però neanche le contromisure della Nioc basteranno ad arginare un progressivo isolamento economico, a giudicare da come ieri si è mosso Mario Draghi. Poche righe senza enfasi, com’è nello stile del governatore. Un atto dovuto, come del resto già in Francia e in Germania. Ma il segnale non è equivocabile: Banca d’Italia dispone la «gestione provvisoria» della succursale romana di Bank Sepah, quinto istituto dell’Iran, e ha già messo al lavoro due commissari nominati per la gestione. Né una lettera di credito, né un bonifico passeranno più da Bank Sepah Italia (peraltro da mesi quasi alla paralisi) senza che Via Nazionale sappia di cosa si tratti. In modo asciutto, la banca centrale ricorda poi agli italiani in affari con la Repubblica islamica i rischi «reputazionali e operativi»: quelli che si corrono a trattare con soggetti che da una settimana sono sotto la spada di Damocle di una nuova ondata di sanzioni dell’Onu, fissate nella risoluzione 1747. C’è un comma, in quel dispositivo, che costringerà moltissimi fra Roma e Milano a procedere da ora in poi su una china sottile. Votata anche dall’Italia, la risoluzione vincola infatti le «operazioni finanziarie con il governo dell’Iran». E l’interpretazione che ne dà Stuart Levey è chiara: per questo sottosegretario al Tesoro Usa, lo stesso che da mesi preme su Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Bnl perché fermino il sostegno agli scambi italiani con Teheran, anche l’assicurazione all’export adesso va frenata. Come dire che Sace, di proprietà del Tesoro di via XX Settembre, dovrebbe ritirarsi o quasi dalla Persia. Ce n’è abbastanza perché il governo di centrosinistra si trovi ancora una volta di fronte a una scelta difficile. «Stiamo valutando: abbiamo già ridotto la nostra esposizione ma si tratta di capire bene cosa rientri nel campo delle sanzioni dell’Onu», replica per ora Ignazio Angeloni, presidente di Sace e direttore dei rapporti internazionali del Tesoro. Anche lui sa che la posta in gioco difficilmente potrebbe essere più elevata. L’anno scorso l’export italiano ha fatturato quasi due miliardi di euro in Iran (soprattutto macchine industriali), mentre le vendite iraniane all’Italia sono arrivate a 3,8 miliardi. L’export è già in calo e le banche italiane sono divenute ormai molto caute nell’attività a Teheran, così come lo sono la tedesca Commerzbank, l’inglese Barclays o la Société Générale francese. Ma l’Iran conta ancora per il «made in Italy» e con Germania, Francia e Giappone, l’Italia resta il più grande partner di Teheran alleato degli americani. Eni, Erg, la Saras dei Moratti e la Ies di Adolfo Vannucci comprano greggio della Nioc e spesso usano lettere di credito presso banche europee per le loro attività. Se ora la crisi degli ostaggi o sul nucleare si avviterà, anche per loro le condizioni si complicheranno e 25 miliardi l’anno di scambi fra Europa e Iran potrebbero evaporare. Solo la Cina, indisturbata, continuerà a fatturare altrettanto con il regime di Mahmoud Ahmadinejad.