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 2007  marzo 31 Sabato calendario

I denigratori dell’ayatollah Khomeini facevano girare la storiella che l’Imam passasse il suo tempo a guardare i cartoni animati

I denigratori dell’ayatollah Khomeini facevano girare la storiella che l’Imam passasse il suo tempo a guardare i cartoni animati. In realtà la Guida islamica e i suoi uomini sapevano quanto fossero importanti i media. La Rivoluzione si poteva costruire sulla punta delle baionette ma anche su quella delle antenne. E allora, nei giorni dell’esilio francese, Khomeini registrava delle audiocassette con le quali incitava alla rivolta. Al suo fianco un fedele segretario, Sadegh Ghotbzadeh, che smanettava sul registratore e poi affidava ad altri l’ultimo sermone. Una volta spodestata la monarchia, Ghotbzadeh viene ricompensato a dovere. Guida la Radiotelevisione e ricopre anche la carica di ministro degli Esteri, ma la Rivoluzione lo divora. Accusato di complotto, viene costretto a una confessione pubblica alla televisione: «Mi vergogno davanti alla nazione. Liberatemi o giustiziatemi», sono le sue parole d’addio. All’alba del 15 settembre 1982 passa nelle mani del boia. Un anno dopo, i protagonisti della parata sotto le telecamere sono tre alti dirigenti del Tudeh, il partito comunista iraniano. Di nuovo, le vittime fanno un mea culpa in diretta, confermando di aver compiuto ogni tipo di deviazione politica. Evitano il patibolo ma finiscono comunque in galera tredici iraniani di religione ebraica. Li arrestano nel 1999 con l’accusa classica: spionaggio. Due degli accusati ammettono le loro responsabilità in tv. Una gogna per documentare le manovre clandestine contro Teheran. Il caso si trascina fino al 2003 e si chiude con una serie di condanne. Il sistema piace molto ai giudici con il turbante, che esibiscono, in occasione di processi farsa o detenzioni arbitrarie, lettere firmate dagli stessi imputati, siano dissidenti che funzionari caduti in disgrazia. Verbali estorti con la tortura e la coercizione. I continuatori di Khomeini altro non fanno che proseguire sulla strada indicata dal loro leader. Un cammino apertosi come una frattura traumatica con il mondo esterno: l’occupazione dell’ambasciata Usa a Teheran nel 1979, seguita dalla lunga detenzione degli ostaggi. Una catena di episodi che rivela le capacità degli ayatollah nel mescolare i ricatti veri a quelli mediatici. Non hanno nulla da imparare dai macabri show di Al Zarkawi o del talebano Dadullah. Piuttosto sono quest’ultimi che hanno imitato il regime khomeinista. La «confessione» di Ghotbzadeh torna oggi alla memoria con i marines ripresi dalla televisione iraniana, costretti a riconoscere non solo le loro «colpe» ma a denunciare gli errori della politica britannica in Medio Oriente. Se i tagliagole di Bagdad usano il coltello, i ricattatori di Teheran utilizzano le immagini come lame affilate. E riescono a incidere nel tessuto internazionale. Le manipolazioni dei mullah uniscono la tradizionale guerra di propaganda – ormai una costante nello scacchiere – a manovre legate alla situazione interna. Con diversi obiettivi. Primo: dimostrano di mantenere l’iniziativa nel braccio di ferro con Londra. Secondo: segnalano ai loro seguaci determinazione e dimostrano di essere in grado di tener testa alle potenze occidentali. Un messaggio rivolto anche alle opinioni pubbliche non sciite della regione. Terzo: fanno da sponda alle iniziative degli ambienti più radicali e in particolare modo ai pasdaran, ritenuti i burattinai dell’operazione ostaggi. C’è chi pensa che i guardiani stiano giocando una loro partita nei confronti dell’establishment. Quarto: umiliano l’avversario, aumentano la frustrazione e il senso di impotenza, sperando di indurlo all’errore. Quinto: si nascondono dietro alla questione dello sconfinamento per cercare di ottenere in cambio i loro uomini catturati dagli Usa in Iraq. Un gioco pericoloso? Certo, ma in fondo è così che la Repubblica islamica si comporta fin dai primi giorni della sua nascita. E dunque ci riprova. Guido Olimpio