Federico De Rosa, Corriere della Sera 21/3/2007, 21 marzo 2007
18/3 - MILANO
Non è un’ azienda, almeno non in senso stretto. Anche se con oltre 400 persone che ci lavorano e un fatturato che quest’ anno ha superato i 130 milioni, ha tutti i numeri per essere una media impresa. E piuttosto virtuosa, visto che ha margini che oscillano attorno al 50%. E, proprio come le aziende, per la prima volta lo studio legale Bonelli, Erede, Pappalardo ha deciso di rendere pubblico il bilancio. Una prassi per i grandi studi americani e della Gran Bretagna. In Italia è invece un’ assoluta novità: mai una law firm aveva diffuso numeri e dettagli del proprio business. «Lo studio in questi otto anni si è andato "istituzionalizzando" ed è ormai ben posizionato. In quest’ ottica abbiamo da un lato lavorato sulla governance interna, e dall’ altro - e questa è la novità, spiega Alberto Saravalle, partner dello studio e docente di diritto delle Comunità europee all’ Università di Padova - posto l’ accento sulla trasparenza, rendendo noti i nostri risultati, in linea con la best practice degli studi anglosassoni». Il segnale arriva in un momento particolare. I progetti di riforma degli ordini professionali e il programma di liberalizzazioni varati dal ministro dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, stanno cambiando il settore dell’ advisory legale. «Ma questo - puntualizza Saravalle - non c’ entra. Si tratta di una scelta autonoma volta ad anticipare quello che in futuro, crediamo, sarà lo standard per i grandi studi legali». E, stando alle classifiche che ogni anno sfornano gli osservatori specializzati, è quasi logico che sia Bonelli, Erede, Pappalardo a dettare la linea. Lo studio milanese è infatti il più noto nella business community e quello che da anni segue il maggior numero di operazioni «corporate». Giusto per citarne qualcuna, l’ anno scorso ha assistito il Credit Agricole nella fusione tra Intesa e Sanpaolo, Bnp Paribas nell’ Opa su Bnl, Amga nelle trattative con Aem, e poi le quotazioni di Poltrona Frau, Banca Generali, Piaggio. Complessivamente lo studio ha seguito 45 operazioni, per un valore di circa 86 miliardi, arrivando a una quota di mercato del 46% nel merger & acquisition. E sono queste che hanno permesso di far salire il fatturato a 131 milioni, dei quali buona parte finirà nelle tasche dei 62 soci e dei 300 professionisti che vi lavorano. Quanto esattamente non lo dicono, però «il margine è tra il 40 e il 60%» ammette il direttore generale Gabriele Zucchini, unico professionista che dentro lo studio non si occupa di pareri e contratti, ma ha il compito di mandare avanti la struttura. Come in un’ azienda. (Federico De Rosa)