Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 29 Giovedì calendario

La famiglia dei fratelli Taviani (Paolo, 75 anni e Vittorio, 77), era antifascista: «Nostro padre, avvocato, non si era mai iscritto al Fascio

La famiglia dei fratelli Taviani (Paolo, 75 anni e Vittorio, 77), era antifascista: «Nostro padre, avvocato, non si era mai iscritto al Fascio. Noi, che a scuola eravamo cresciuti con il mito di Mussolini, gli chiedevamo come mai non portasse uno di quei bei cappelloni neri con l’aquila sopra come, invece, facevano i babbi dei nostri compagni». Con l’avvicinarsi della guerra, alcune notti il padre cominciò a nascondesi fuori casa per sfuggire ai fascisti: «Quando il pericolo era passato la mamma ci diceva: "Andate a dirgli che può tornare”. E solo allora lei ci confidava dove si fosse rifugiato. Di solito si trovava nel campanile di una chiesa il cui parroco era antifascista». Durante la guerra erano adolescenti: «La verità è che, quando sei ragazzo, un conflitto, per quanto orribile, è anche un gioco straordinario. Facevamo collezione di bossoli. Andavamo a raccoglierli vicino a una stazione che gli aerei americani mitravagliavano. E dalle finestre di casa nostra ci divertivamo a indovinare dopo quanti secondi un colpo sparato nella valle sarebbe arrivato a segno. Stavamo lì a contare anche se, a volte, le cannonate colpivano la casa accanto. Un altro gioco consisteva nello spargere chiodini sulla strada sperando di bucare le gomme delle auto dei tedeschi. Avevamo paura, ma il senso della sfida era più forte».