Varie, 29 marzo 2007
SECHI Lamberto
SECHI Lamberto Parma 16 maggio 1922, 20 giugno 2011. Giornalista. Fondaotore di Panorama, diresse anche Europeo, Epoca ecc. • «“Tra il ’73 e il ’74 - ha raccontato Eugenio Scalfari in La sera andavamo a via Veneto (Mondadori, 1986) - Panorama, diretto da Lamberto Sechi, prese la corsa. Prima ci raggiunse, poi ci sorpassò. Alla fine del ’73 era arrivato a una vendita di 200 mila copie, mentre noi dell’Espresso non riuscivamo a superare la soglia delle 140 mila. E cresceva ancora, giovandosi dell’entrata sul mercato di nuove leve di lettori, uomini e donne, giovani di età e di classe media” [...] A quel tempo Lamberto Sechi [...] era un uomo che né il prodigioso successo ottenuto né la rivoluzione innescata nel mondo dei settimanali di notizie avevano minimamente compromesso. Maestro e tecnico di approcci extra-ideologici, prima e meglio di chiunque altro Sechi aveva compreso che la società italiana stava cambiando e che non si accontentava più di note politiche ingessate, verità ufficiali sulle stragi e ipocrite articolesse di costume. Così nel tamburino appoggiò sotto la testata una massima del giornalismo anglosassone, “I fatti separati dalle opinioni”; e pur essendosi convinto che in Italia quel motto si traduceva in una nobile aspirazione, dalla sua scrivania, sotto un poster di Robert Kennedy, con mano davvero molto ferma indirizzò i suoi giovani e meno giovani redattori a scoprire e a far scoprire ai lettori le delizie del retroscena, la realtà e le suggestioni delle trame, le crude logiche dell’economia, le tante emblematiche storie dell’Italia profonda. Nel 1975, prima a Venezia e poi a Sommacampagna, per conto della Mondadori fu tra i protagonisti del progetto di creare un quotidiano che fosse “figlio” dei due più prestigiosi settimanali italiani. Gli albori di Repubblica. Eppure Sechi restava Sechi: fisico asciutto, capelli sorvegliatissimi, eleganza standard, poche parole incisive, richieste di servizio, anzi ordini naturalmente, generalmente e convenientemente da considerarsi improcrastinabili, complice quel suo sublime e formidabile distacco rispetto a tutte quelle faccende della vita che prescindevano dal lavoro della settimana, e cioè dal giornale e quindi dalla copertina, dai titoli, dai pezzi e dalle foto, anche formato francobollo, che controllava nei dettagli con la più rapida e invidiabile concentrazione. Dopo di che scappava con la moglie a Venezia, sua autentica passione. Autentica nel senso che, pur essendo una persona molto seria, distante, Sechi era pur sempre di Parma e come molti emiliani dotato di una sottile vena goliardico-sulfurea, o poetico-surreale, sta di fatto che amava far credere di avere tre amatissimi gatti, battezzati Flic, Floc e Bertolino, e che invece non esistevano proprio. In redazione, prima a via Bianca di Savoia e poi nell’open space di Segrate, si viveva un’atmosfera tempestosa e provvidenziale. Diffidente nei confronti di Roma e dei partiti, Sechi era veramente orgoglioso solo del suo giornale. Le tirature in continuo aumento certo aiutavano, ma la formula di Panorama era santificata attraverso il trionfo dell’impersonalità di cui il direttore si considerava pontefice massimo. Dai retroscena del palazzo alle didascalie del “Periscopio”, lo stile doveva essere assolutamente omogeneo: l’attacco breve, le frasi corte, chiarezza espositiva e precisione dei dettagli. Bandite espressamente le espressioni “dal canto suo” e “apposita commissione”; qualche dubbio riguardava l’uso della congiunzione “infatti”; un ordine di servizio vietò anche la parola “rifondazione”, offrendo però una mezza dozzina di lemmi sostitutivi. Se un pezzo non girava, andava riscritto, anche due o tre volte. Il protagonismo dei giornalisti era relegato a una rubrica, “Dietro le notizie”, che Sechi aveva affidato a un angelico redattore, Raffaello Baldini, destinato a diventare uno dei più grandi poeti dialettali contemporanei. Alla fine, che però giunse parecchio tempo più tardi, quando Sechi andò a dirigere La Nuova Venezia e poi L’Europeo, quel settimanale che il vecchio Arnoldo Mondadori gli aveva messo in mano con la massima fiducia nel lontanissimo 1965 gli assomigliava in modo impressionante. Eppure nessun altro fu più di lui rabdomantico scopritore di talenti, tanto più severo, quanto più privo di pregiudizi. Tutto lascia pensare che sapesse bene di possedere le sue rare qualità, ma non se la tirava, forse perché non ne aveva bisogno» (Filippo Ceccarelli, “la Repubblica” 21/6/2011) • «[...] a Parma al Collegio Maria Luigia ebbi grandi professori, tra cui anche Attilio Bertolucci [...] sono orgoglioso di avere una ventina di miei ragazzi che oggi sono direttori, condirettori, vicedirettori e capi redattori dei maggiori giornali italiani. Io in fondo posso dire di essere un padre felice [...]» (Alain Elkann, “Specchio” 12/1/2002).