Dario Fo, La Stampa (Tuttoscienze) 28/3/2007, 28 marzo 2007
ARTICOLI SULLA MUSICA DODECAFONICA TUTTI TRATTI DA TUTTOSCIENZE DEL 28/3/2007
Scheda - La musica dodecafonica fu sviluppata da Arnold Schönberg (Vienna, 13 settembre 1874 – Los Angeles, 13 luglio 1951) rompendo la tradizione della musica tonale. Le sue composizioni sono basate su una sequenza di tutte le 12 note di cui è composta una ottava del pianoforte (sette tasti bianchi e cinque neri), mentre i compositori classici ne usavano soltanto alcune a seconda della tonalità in cui era scritto il pezzo. Il suo metodo, che comportava la regola in base alla quale nessuna nota poteva essere ripetuta se prima non erano state suonate tutte le altre, fu molto avversato dal pubblico ed osannato da altri musicisti, come i suoi allievi Alban Berg (1885-1935) e Anton Webern (1883-1945). Prima di Schönberg, le 12 note erano state usate consecutivamente soltanto da Mozart nel «Don Giovanni», per esprimere in una frase del Commendatore («Non si pasce di cibo mortale...) la dimensione ultraterrena della sua apparizione in forma di statua.
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Vittorio Sabbadin - Quando al ristorante sentite un malaugurato impulso ad ordinare il cibo più costoso o una bottiglia di Chateaux Lafite, la colpa è probabilmente di Mozart. Nei locali in cui la cena è accompagnata da un sottofondo di musica classica, i clienti tendono - come ha dimostrato uno studio dell’Università di Leicester - a sentirsi raffinati e a spendere di più per essere in sintonia con questa nuova immagine di loro stessi. Mozart, Bach, Beethoven e Chopin funzionano benissimo anche nelle enoteche, dove, secondo la Texas Tech University, fanno aumentare del 250% la propensione all’acquisto di bottiglie importanti.
Fino dai tempi della preistoria la musica influenza il nostro comportamento e determina nel cervello reazioni prevedibili e verificabili, ma non ancora del tutto chiare e molto più complesse della scelta di un vino. La quantità di informazioni contenuta in poche decine di secondi di musica equivale a quella di un libro di centinaia di pagine come «Guerra e Pace», ma la nostra mente non mostra alcuna fatica nell’elaborarle e comprenderle. L’idea che la musica ci piaccia semplicemente perché aggrega persone per similitudine, in una sala da concerto o da ballo, o in un battaglione di soldati che va in guerra al suono di una fanfara, è stata ormai messa da parte dalle più recenti ricerche della neuroscienza, che hanno evidenziato come il cervello abbia una particolare predisposizione all’ascolto di suoni organizzati in un modo coerente e armonico.
L’orecchio umano è un organo complesso, ma tutto sommato povero rispetto a quelli degli altri sensi: contiene, ad esempio, solo 3500 cellule ciliate, contro i 100 milioni di fotoricettori dell’occhio. Eppure, quando le onde sonore vengono elaborate e trasmesse alla corteccia uditiva, numerose aree del cervello sono coinvolte nell’elaborazione del loro significato. Non si tratta solo di distinguere un tono acuto da uno basso, un ritmo veloce da uno lento. Quello che avviene nel cervello è sorprendente, poiché le aree coinvolte sono esattamente quelle dei centri del piacere: ascoltare una sinfonia produce gli stessi effetti di soddisfazione e di emozione che mangiare cioccolato, fare l’amore o assumere cocaina. Non solo: i neuroni sembrano essere stati programmati per reagire in modo diverso all’ascolto di un singolo tono a seconda della sua collocazione nella melodia. La reazione ad un fa, un re, un sibemolle, è diversa, se percepita in un contesto ascendente (dai toni più bassi a quelli più alti) rispetto ad un contesto discendente o più complesso.
Alcuni libri usciti di recente («Armonia celeste e dodecafonia», di Andrea Frova, BUR; «Perché ci piace la musica», di Silvia Bencivelli, Sironi Editore, «Psicologia della musica», di Shon, Akiva-Kabiri, Vecchi, Carrocci Editore) e un lungo articolo su «Scientific American» sembrano arrivare alla conclusione che la musica non è una invenzione dell’uomo, ma la scoperta di uno straordinario e misterioso aspetto della sua stessa natura. Andrea Frova, in particolare, sostiene con solidi argomenti che è a causa della struttura del nostro cervello che la musica dodecafonica del Novecento non piace quasi a nessuno. I compositori che hanno rotto gli schemi classici e tonali hanno anche creato una frattura con chi ascolta, uscendo dallo spettro armonico riconoscibile dai nostri neuroni. Se la musica sfugge la forma adatta agli schemi cerebrali, la percepiamo insomma come un qualunque fastidioso rumore.
Un esperimento condotto con tomografia ad emissione di positroni ha dimostrato come gli accordi consonanti attivino l’area orbitofrontale dell’emisfero destro, insieme con un’area del corpo calloso; gli accordi dissonanti attivano un’altra parte del cervello, il giro dell’ippocampo, che ce li fa percepire come sgradevoli e stridenti. Poiché la musica è essenzialmente geometria e matematica applicata ai suoni, quella che percepiamo come gradevole ha un rapporto semplice fra le frequenze di due toni. Il do centrale della tastiera di un pianoforte vibra a circa 260 hertz e forma con il sol centrale (390 hertz) l’accordo perfetto di quinta. Il rapporto fra le due frequenze è di 2 a 3 e ci risulta molto gradevole. Se sul pianoforte premiamo invece contemporaneamente il tasto del do e quello vicino nero del do diesis (277 hertz), il rapporto fra i due sarà di 17 a 18, per nulla armonico. Tutto questo lascia pensare che un computer, opportunamente istruito sulle caratteristiche del nostro cervello e sullo spettro tonale entro il quale muoversi, potrebbe comporre musica gradevole, utilizzando semplici rapporti matematici. In fondo, anche Béla Bartók aveva provato a comporre musica seguendo la serie numerica di Fibonacci, e Claude Debussy aveva scritto composizioni (La Mer e Cathédrale Engloutie), servendosi della sezione aurea, come hanno fatto più tardi i Genesis e i Deep Purple.
Ma non è così semplice. Secondo Claude Lévy-Strauss, la musica resta il supremo mistero della mente umana e ne abbiamo solo scalfito la superificie.
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Anna Oliverio Ferraris - Al Festival della Scienza di Roma Howard Gardner (autore del noto volume «Formae Mentis») ci ha ricordato ancora una volta che non esiste un’unica intelligenza, ma più intelligenze, e che quella musicale è già evidente alla nascita. Fin dai primi giorni di vita i neonati mostrano di avere una sensibilità innata ai suoni: sono attratti dalla cadenza e dalla musicalità del linguaggio parlato e cantato a cui rispondono con micromovimenti diffusi. Questa risposta attiva è stata definita «sincronia internazionale» ed è la prima forma di comunicazione che il piccolo mette in atto. I suoni colpiscono l’orecchio, raggiungono il sistema nervoso, suscitano emozioni, attenzione, coinvolgono il corpo. L’emisfero cerebrale sinistro coglie la struttura organizzativa del fraseggio, mentre il destro ne coglie i processi emotivi.
I neonati preferiscono le consonanze alle dissonanze e i suoni di media o lieve intensità a quelli troppo forti; ma la sensibilità ai suoni, al ritmo, al timbro, alla melodia si affina man mano con la maturazione e l’esperienza. Secondo uno studio dell’università di California a Irvine, a cinque-sei mesi di età si è già recettivi al ritmo, alla struttura e alle cadenze musicali. I piccoli apprezzano le ninna-nanne, le rime e le filastrocche. In seguito cercano di unirsi al canto e dondolano seguendo il ritmo e la melodia. A tre-quattro anni possono ballare con una certa disinvoltura, imitando gli adulti. Sono anche interessati agli strumenti musicali e al far musica attivamente, purché non li si scoraggi cercando di trasmetter loro i primi rudimenti attraverso il solfeggio parlato o esercizi inadatti al loro stile di apprendimento.
Studi recenti hanno dimostrato che la musica aiuta a crescere meglio. Favorisce la concentrazione e ha effetti benefici anche su altri processi cognitivi come la matematica, la lingua e la geometria. Poiché la musica è la capacità di esprimersi attraverso i suoni, essa attiva le capacità combinatorie e selettive della mente, rendendola più flessibile e creativa. Inoltre, se i bambini suonano insieme, sono indotti a coordinarsi tra loro e questo favorisce la socializzazione. Facendo musica attivamente e in gruppo si impara l’uno dall’altro. Per ottenere una buona performance bisogna anche imparare a relativizzare il proprio ruolo. Si sviluppa una sensibilità che apre all’ascolto e alla comprensione dei sentimenti propri e degli altri. Ciò è talmente vero che a Berlino, da alcuni anni, l’insegnamento della musica ai bambini viene utilizzato, con buoni risultati, come strategia per prevenire il bullismo. L’obiettivo non è tanto quello di educare alla musica, ma di educare attraverso la musica.
Naturalmente non tutti i bambini sono portati a valorizzare allo stesso modo l’esperienza musicale, che per alcuni può anche trasformarsi in noia. Molti però vi scoprono uno spazio di espressione e apprendimento oltre che di divertimento, al di là del fatto che possano in seguito continuare a suonare o diventare musicisti.
Ma qual è il metodo giusto per affinare l’intelligenza musicale? Sentire la musica attraverso il corpo, immergersi in essa, scoprire i suoni e giocarci, questo è lo stile di apprendimento di un bambino ed è il principio su cui si basa il metodo Orff-Schulwerk, accreditato in tutto il mondo e utilizzato anche in Italia (per esempio alla scuola musicale di Parma). I bambini possono apprezzare vari tipi di musica, anche quella colta, ma devono arrivarci secondo i loro tempi. Nell’ambito di un gruppo, si inizia scoprendo i suoni ed esprimendoli. Si passa poi alla produzione e alla coordinazione dei suoni con strumenti elementari. Si ascolta il maestro che suona un brano noto o che improvvisa. Si creano delle composizioni spontanee. La lettura e la scrittura delle note avviene dopo, quando i bambini le scoprono e ne sentono la necessità. La fruizione diventa più piena e si passa da un iniziale apprezzamento istintivo a forme sempre più raffinate: composizioni dapprima semplici poi più complesse, dove entrano in gioco sentimenti, creatività, logica e concentrazione.
Poiché mette in moto il corpo e la mente, coinvolge la sfera emotiva e ha potenzialità educative e formative, la musica dovrebbe essere parte del curriculum scolastico già a partire dalla scuola materna. Ci vogliono però insegnanti specializzati e per il momento non sembra che il ministero della Pubblica Istruzione possa investire risorse nell’educazione musicale. Altri enti, però, statali e privati, potrebbero sopperire a questa carenza. Non è forse il nostro il Paese in cui fioriscono le associazioni?
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B.G. - Oltre 45 mila anni fa, in Slovenia, un uomo di Neanderthal rigirava fra le mani il femore di un orso. Vi erano stati praticati dei fori in modo da farne un flauto e la distanza fra le aperture era tale da permettere di suonare note separate da toni e semitoni, come in un flauto moderno. Alcuni studi sostengono che gli uomini di Neanderthal non furono antenati diretti della nostra specie, ma un sorta di cugini, evolutisi da un progenitore comune. Eppure - a quanto pare - avevano gusti musicali molto simili ai nostri.
Basta tutto ciò per asserire che il gusto per la musica è legato a geni che ci porteremmo dietro addirittura da prima che comparisse la nostra specie? In realtà no, ma il sospetto è legittimo. E cresce il numero dei ricercatori interessati a scoprire perché gli esseri umani sono così legati alla musica. Al punto che non si conosce nessuna civiltà che ne abbia fatto a meno e, quando devastanti malattie come l’Alzheimer portano a cancellare nomi e volti, l’ultimo ricordo a resistere è invece quello di una melodia.
«Il rapporto degli esseri umani con la musica è influenzato dall’ambiente ed è variabile. Per questo non è facile trovare una caratteristica chiara su cui concentrarsi per studiare il rapporto fra geni e musica. Per ora, i ricercatori hanno puntato l’attenzione su aspetti particolari, come l’orecchio assoluto», dice Giovanni Romeo, professore di genetica medica all’Università di Bologna.
L’orecchio assoluto è la capacità riconoscere una nota isolata. Sembra che appena una persona ogni 10 mila sia in grado di farlo. La gran parte di noi riconosce esclusivamente gli intervalli fra i suoni e riesce a dare un nome a un nota solo se ne ha un’altra come punto di riferimento. Questa capacità rappresenta un rebus per i genetisti: sembra essere più comune fra gli asiatici che fra gli occidentali, ma questo potrebbe non essere dovuto al Dna, ma al fatto che in Oriente il sistema educativo punta a sviluppare la capacità di riconoscere le note isolate. Oggi molti ricercatori ritengono che per avere un orecchio assoluto sia necessaria una combinazione di fattori genetici e ambientali.
Ma perché la nostra specie avrebbe evoluto un gene in grado di conferire una caratteristica così curiosa? Un’ipotesi è stata avanzata dai ricercatori canadesi Daniel Levitin e Susan Rogers: hanno suggerito che a dare un vantaggio evolutivo sia non la capacità di riconoscere una nota isolata, bensì l’ottima memoria per i suoni che essa comporta e che permetterebbe di captare le alterazioni nella voce delle persone, indovinandone lo stato d’animo. Ma agli antipodi dell’orecchio assoluto vi è un’altra caratteristica: l’amusia, l’incapacità di distinguere note e intervalli fra i toni, un impedimento che vieta di apprezzare la musica. Può comparire in seguito a un danno cerebrale, ma spesso è presente dalla nascita e una ricerca sui gemelli indica che all’origine ci sia un difetto genetico.
A questo punto occorre chiedersi che cosa intendiamo per musica: un tema sul quale gli esseri umani mostrano un’identità di vedute straordinaria. «Le regole di consonanza e dissonanza tra i suoni, infatti, sono conosciute in Occidente già dai tempi di Pitagora, ma probabilmente i cinesi le avevano scoperte addirittura prima. Possiamo dire che due note sono consonanti quando i massimi delle loro onde sonore si sovrappongono con frequente periodicità. In caso contrario il suono è dissonante», spiega Andrea Frova, professore di fisica all’Università di Roma La Sapienza. Un altro aspetto che può sembrare sorprendente è il fatto che tutte le culture basano le proprie musiche su una divisione delle frequenze sonore in ottave. Gli occidentali dividono poi l’ottava in 12 fra toni e semitoni (i tasti bianchi e neri del pianoforte). Altri popoli utilizzano scale con meno di 12 toni, ma nessuno ne ha un numero più alto.
All’origine di un simile accordo ci sarebbe la difficoltà da parte del cervello nel processare un numero di toni superiore. «La nostra struttura cognitiva sembra essere alla base anche della preferenza verso gli accordi consonanti. Essi producono treni di onde sonore che si ripetono regolarmente e il cervello può analizzarli con poco sforzo. Al contrario gli accordi dissonanti producono treni di onde sonore disordinati», continua Frova.
Insomma, i suoni dissonanti ci parrebbero innaturali, cosa che non stupisce, visto che ci siamo evoluti per riconoscere la voce umana, che è naturalmente armonica. «Ed ecco perché, allora, certe forme di musica sperimentale non hanno mai riscosso successo». /