Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 29 Giovedì calendario

Tra i vanti della nostra cultura nazionale c´è anche quello d´essere il paese in Europa con il maggior numero di Festival

Tra i vanti della nostra cultura nazionale c´è anche quello d´essere il paese in Europa con il maggior numero di Festival. Letterari o filosofici, spirituali o storici, di scienza o economia, architettura o ambiente. Un fermento che non conosce argini, contagia assessori e sindaci, solletica l´orgoglio municipale, travolge gli editori, lusinga l´autore, entusiasma i librai, ipnotizza i lettori. Da Chiasso a Trani, da Bassano del Grappa a Gavoi, da Trento a Cagliari, da Cuneo a Lucera, da Pavia a Sarzana, da Modena a Ferrara, da Piacenza a Napoli, da Brescia a Seneghe, da Pordenone a Genova, da Milano a Roma non c´è Comune, Provincia, Regione che rinunci al proprio vessillo festivaliero, nel trionfo dei cortili rinascimentali o di palazzetti barocchi, di masserie rurali o cittadelle di granito. Nel cuore dell´assessore, il festival ha finito per spodestare il premio letterario. Se un tempo a dar lustro all´amministrazione era la medaglia dei romanzieri, oggi le luci mediatiche s´accendono su quella parolina magica che un tempo celebrava il cinema o la canzone e oggi ospita le star della letteratura o dell´economia. In soli trenta giorni, dal primo al 31 ottobre dello scorso anno, l´Istituto per il libro del ministero dei Beni Culturali ne ha contati duecentosessanta (in oltre duecentotrenta località). Più che festival sono in realtà "eventi" - parola orrendamente abusata - , fiere e parchi letterari legati al libro e alla lettura, una sterminata mappa che da Champdepraz a Cerignola disegna un´Italia vitale ed effervescente, in stridente contrasto con il paese dei non leggenti, relegato in fondo alla classifica europea. il primo dei paradossi dell´arte festivaliera, fiorente nella penisola dagli indici di lettura più umilianti (nel 2005 circa la metà degli italiani non ha mai letto un libro). Arte fulgida, anche se d´importazione. Il capostipite del festival tricolore, il Festivaletteratura di Mantova, l´archetipo unico e inimitabile, è nato undici anni fa su modello anglosassone. Ma da noi la formula ha trovato un terreno anche più fertile, favorito da una storia nazionale policentrica, ricca di città-capitali, cornici suggestive e identità differenziate. Come in una rinnovata Italia dei Comuni e delle Signorie, ogni sindaco si muove da illuminato principe, affidando alla cultura un ruolo di promozione politica non disgiunta da un ricavo economico. E intorno a lui un´affollata corte di mecenati privati. Chi mostra d´averlo compreso più di altri è il princeps maximus della capitale, che ogni anno investe nella cultura complessivamente cinquanta milioni di euro («inclusi gli spettacoli e l´estate romana, l´Auditorium e il PalaExpo, il Teatro dell´Opera e il Teatro di Roma, le fondazioni e le case della cultura», spiega il neo assessore Silvio Di Francia). Tra le antiche vestigia di Massenzio e il moderno tempio di Renzo Piano, in pochi anni è nata una macchina inarrestabile. Non fa a tempo a chiudersi la rassegna di Matematica dell´impertinente Odifreddi che è già annunciata la Filosofia con Marc Augé e Hanif Kureishi. Un ingranaggio a ritmo continuo, quello movimentato da Walter Veltroni, che già prevede per settembre un nuovo appuntamento con la storia: quattro passi tra i Fori e il Campidoglio con i più illustri tra gli historien. Ma è inutile farsi illusioni: non c´è festival senza guerra. Lo sterminato proliferare di eventi ha finito per produrre una competizione sfrenata, specie tra le manifestazioni letterarie più insigni. «Esiste ormai un mercato: circolano soldi, sale la febbre», dice Maria Ida Gaeta, da cinque anni curatrice della felice rassegna di Massenzio (che può contare su un finanziamento comunale di trecentomila euro). Estenuante e un po´ ridicola appare la caccia alle star internazionali, disputate quest´anno tra Milano, Roma e Capri. «Dai loro uffici di Manhattan alcuni agenti letterari ci guardano con un misto di ironia e compatimento», lamenta Gaeta, che può allettare i suoi autori con la struggente cornice della basilica romana, «non certo con gettoni generosi: per principio non diamo un soldo». La ricerca del divo può raggiungere punte parossistiche. «Niente di diverso dal cinema», interviene Antonio Monda, professore alla New York University e inventore del festival che ospita a giugno davanti ai Faraglioni solo autori d´area anglosassone. Lui dispone di un´arma vincente detta anche "metodo Monda": nella sua accogliente casa newyorkese affacciata su Central Park s´intessono relazioni imprevedibili con autori tra i più forastici come Philip Roth. L´anno scorso ha portato a Capri David Foster Wallace e Jonathan Franzen. Quest´anno è riuscito a mettere sotto contratto Chuck Palahniuk prima che ne fosse informato l´agente. Spiega Monda: «La relazione diretta con lo scrittore è quel che conta». Specie se coronata da un soggiorno di una settimana a Punta Tragara. I più contesi di questo 2007 sono stati il Nobel turco Orhan Pamuk e l´inglese Martin Amis, conquistati entrambi dalla Milanesiana, l´eclettico festival ambrosiano nato sette anni fa dalla contaminazione tra letteratura, musica e cinema. Ne è direttrice Elisabetta Sgarbi, regista e direttrice editoriale di Bompiani che quest´anno può contare sui consueti finanziamenti della Provincia (quattrocentomila euro, centomila in meno dello scorso anno) e di diciannove sponsor, che «ne portano ancora di più», per una cifra complessiva intorno ai novecentomila euro. I più maligni, tra i suoi avversari, suggeriscono che la forza di persuasione della Milanesiana consista anche nel gettone di presenza dispensato agli scrittori, ma la curatrice se ne adonta: «Abbiamo sempre pagato, mi sembra la cosa più giusta per testi scritti apposta per noi. Però si tratta di cifre medie, né alte né basse». Se il concetto di medietà è relativo, assoluto è il diniego con cui la Sgarbi respinge l´ipotesi d´una collaborazione con il fratello Vittorio, assessore a Palazzo Marino. «Per ovvi motivi, il Comune di Milano quest´anno non partecipa», liquida decisa. Solo una «collaborazione tecnica», aggiunge Massimo Cecconi, direttore della Sezione Cultura della Provincia di Milano: «Servizi e spazi condivisi», niente di più. Duelli, disfide, tenzoni. Chi mostra di non poterne più sono gli editori, chiamati spesso a fronteggiare le spese inevase dagli anfitrioni. Dopo l´entusiasmo iniziale, cominciano ora le perplessità sulla reale efficacia del festival per una generale promozione della lettura. «Il libro non ha bisogno dei festival», ha sostenuto Gian Arturo Ferrari, direttore generale di Mondadori, all´ultimo Forum del Libro organizzato a Bari, dando voce ai sotterranei mugugni della categoria. «Meglio investire nelle biblioteche e in iniziative locali stabili ed efficienti». Non esiste un vero sondaggio, ma l´impressione dei publisher obiettori è che siano pochi i festival capaci di "muovere" le vendite. Per lo più, esaurito il brivido dell´incontro con l´autore, il libro ritorna al suo consueto status di oggetto dimenticato. Il festival, in sostanza, avrebbe spettacolarizzato la lettura senza contribuire alla loro diffusione. Con un´aggravante. Oggi molti autori non s´accontentano più della tradizionale e bigia presentazione ma cercano l´Evento (anche loro...) con fuochi d´artificio. Il bilancio appare dunque in perdita. Immane la fatica, esile il risultato. Non tutti la pensano così. Tra gli editori ve n´è uno che ha inglobato il genere nel proprio progetto editoriale. E finora con esiti più che felici. Prima la rassegna di economia a Trento. Poi le lezioni su Roma all´Auditorium. In preparazione un festival del diritto a Pavia, affidato alle cure illustri di Stefano Rodotà. All´orizzonte anche un festival su città e territorio a Ferrara e un altro storico tra l´isola Tiberina e i Fori Imperiali. Forte della diffusa rete dei presìdi del libro, da lui istituiti in varie parti della penisola, Giuseppe Laterza appare il più convinto sostenitore della formula festivaliera. « come organizzare una collana di libri, intrecciando competenze e discipline diverse. E includendo autori di altre case editrici, perché non sono certo iniziative legate solo al nostro marchio. Ricordo al principio le perplessità di Michele Salvati quando gli proposi di venire a Trento per il festival dell´economia: "Ma come si fa a intrattenere il pubblico con la scienza triste per eccellenza?". Eppure è stato un successo: cinquantamila presenze in pochi giorni». Perfino intellettuali esigenti come Ralf Dahrendorf e Zygmunt Bauman ne sono rimasti entusiasti. «Mi sono goduto ogni minuto», ha confessato il politologo inglese. E Bauman: «Il festival ha realizzato il sogno di ogni intellettuale pubblico: la possibilità unica di un incontro faccia a faccia con migliaia di persone, interessate non ai meriti accademici ma a una saggezza che migliori la vita». Bauman introduce l´altro grande protagonista dei festival che è l´affollata platea dei pendolari, disposti ad attraversare la penisola pur di ascoltare Amartya Sen o Anthony Atkinson. Stanchi morti, ma felici di esserci. Una moltitudine che mescola identità geografiche e radici storiche assai differenti. «Il festival può unire due Italie diverse come il levantino Sud e gli eredi dell´impero austroungarico», commenta Laterza riferendosi ai turisti culturali che dalla Puglia e dalla Sicilia traslocano a Trento. Ma ad accorrere - obiettano i detrattori - è sempre la stessa Italia: quella che legge, fatalmente minoritaria. «Non sono tutti lettori forti», replica l´editore. « un pezzo esteso di cittadinanza che cerca forme di socialità divertente e impegnata. Per le lezioni di storia all´Auditorium - che non sono state un vero festival, ma potrebbero diventarlo - abbiamo calcolato trentamila persone in otto incontri: non tutti necessariamente lettori di Luciano Canfora o Emilio Gentile, ma certamente curiosi e appassionati. Tra i fruitori d´un festival si stabilisce una sorta di complicità che non è certo snobismo ma la felicità di ritrovarsi in un´Italia migliore. Non quella dei conti in banca o delle griffe». Da atto individuale, la lettura diventa liturgia collettiva. «Con buona pace di chi teme il luna-park dell´intelligenza: magari ne fiorissero in ogni città!». Strano paese il nostro, con un corpo di lettori assai gracile e una testa così robusta. «A noi manca il mercato di massa, ma i nostri lettori forti sono più forti che altrove. La Laterza pubblica insieme a cinque editori europei una collana che si chiama "Fare l´Europa". Ebbene le nostre tirature sono eguali a quelle tedesche eppure in Germania il mercato è tre volte il nostro. E rispetto alla Francia, dove si vende il doppio dei libri, le nostre tirature dei saggi di Le Goff sono più alte». Ma quanto costa organizzare un festival di buon livello? «Più o meno come un appartamento di cento metri quadrati al centro», risponde Laterza. «Tutti ne hanno un ricavo in termini economici e d´immagine. Intorno ai festival cresce un indotto a vantaggio dell´economia cittadina, che peraltro beneficia d´una visibilità fuori dall´ordinario. E anche sponsor come Corrado Passera o Alessandro Profumo ne hanno un guadagno sul piano identitario, affidando ai grandi economisti o alle lezioni di storia un´immagine più moderna e articolata delle loro banche». E l´editore, che ci guadagna? «Per me è una voce del fatturato, alla stregua d´una collana di libri». A Mantova, la madre di tutti festival, ancora non è stata fatta un´indagine sull´economia fiorita in questi dieci anni intorno alla manifestazione letteraria. Ma i dati non mancano. «Sono triplicate le aziende di agriturismo», dice l´assessore provinciale alla Cultura, Roberto Pedrazzoli, «con grande proliferazione dei bed & breakfast che prima non esistevano. Nel 2006, che ha incluso anche le celebrazioni del Mantegna, abbiamo registrato uno straordinario incremento nelle presenze alberghiere: quarantamila in più rispetto agli anni passati». Il festival ha portato anche librerie - prima Mondadori, poi Feltrinelli - e cinema d´essai in una città che non arriva ai cinquantamila abitanti. Da area industriale e petrolchimica, Mantova può finalmente vedere valorizzate le proprie risorse artistiche e ambientali. «Ma attenzione», richiama Marzia Corraini, editrice sofisticata e tra i fondatori storici del festival, «non riduciamo tutto al turismo. C´è un altro tipo di indotto che non va sottovalutato: i tantissimi giovani volontari che vivono il Festivaletteratura come laboratorio di idee e sperimentazione, trovandovi antidoti alla disoccupazione». Forti d´una decennale esperienza, un gruppo di ragazzi ha dato vita a Ludicamente, una piccola rassegna del gioco non tecnologico. Da festival nasce festival, è un destino ineludibile.