Hugo Dixon, La Repubblica 29/3/2007, 29 marzo 2007
La banca olandese ABN Amro ha chiesto agli azionisti di votare contro la proposta di smembramento presentata dal Children´s Investment Fund e inserita nell´ordine del giorno della prossima assemblea annuale
La banca olandese ABN Amro ha chiesto agli azionisti di votare contro la proposta di smembramento presentata dal Children´s Investment Fund e inserita nell´ordine del giorno della prossima assemblea annuale. L´opposizione alla proposta è sensata, perché se la vendita a caro prezzo delle controllate in Brasile e in Asia, o della banca statunitense LaSalle, che fa gola a Bank of America, porterebbe parecchi soldi in cassa, ABN resterebbe tuttavia ridotta a un moncone invendibile e, come se non bastasse, con una cartella delle imposte mastodontica, l´impennata di costi finora condivisi e la distruzione di numerose sinergie. Benché ABN abbia buone ragioni per opporsi a uno smembramento, ciò non significa che faccia bene a concedere troppo a Barclays. ABN potrebbe trovare giustificazioni per vendere a un prezzo leggermente inferiore alla somma delle sue parti, che la società d´intermediazione Keefe, Bruyette & Woods quantifica a 35 euro ad azione, ma chiedere troppo poco significherebbe turlupinare gli azionisti. Una ragione dell´arrendevolezza di ABN potrebbe essere che gli olandesi hanno già sondato tutti e che Barclays è rimasta l´unica pretendente seria; ma altre banche, che in passato non avevano manifestato interesse, potrebbero ora cambiare idea. Segnali in questo senso vengono da Bank of Scotland e sembra che all´interno di Citigroup si sia aperto un dibattito sull´opportunità di presentare un´offerta. Intavolare trattative esclusive con Barclays potrebbe essere un buon modo di accalappiare un interlocutore interessato, ma per Groenink sarebbe un errore colossale rinunciare a priori a trattative con altri pretendenti dopo aver già escluso la possibilità di uno smembramento. Mike Verdin L´asta che non c´è Oggigiorno trovare una società petrolifera che piange miseria, o addirittura che misura il proprio gettito in litri di petrolio, è cosa rara. Ma se proprio si vuole cercarla, allora basterà volgere lo sguardo verso TNK-BP. Infatti, nell´ambito dell´asta per rilevare il 9,4% della società a partecipazione statale Rosneft, alla joint venture russa di BP è bastato che il prezzo d´offerta salisse di 90 milioni di dollari, pari ad appena un aumento dell´1% rispetto ai 7,5 miliardi di dollari chiesti in origine, per chiamarsi fuori dai giochi. «Saremmo costretti a vendere 3 miliardi di litri di petrolio nel Regno Unito per realizzare 100 milioni di dollari», ha commentato l´azienda. Certo, per TNK-BP la quota di Rosneft avrebbe comunque rappresentato un boccone grosso da masticare, ma pretendere di realizzare l´operazione al prezzo di partenza appare quanto meno poco realistico, soprattutto se si considera che il prezzo di partenza rappresentava uno sconto di quasi il 20% rispetto al prezzo di mercato di Rosneft, la quale si è poi aggiudicata l´affare a uno sconto del 10%. chiaro che, al di là dell´effettiva volontà di comprare qualcosa, il motivo che ha spinto TNK-BP a partecipare all´asta fosse un altro. Infatti, la procedura prevedeva la presenza di almeno due offerenti, cosicché a TNK-BP è bastato presentarsi per aiutare Rosneft ad impossessarsi di una bella fetta di quote proprie a un prezzo esiguo. La contropartita? Una mano nel risolvere i problemi che TNK-BP sta avendo con lo Stato in merito alla concessione per la gestione del vasto giacimento di Kovykta nella regione orientale della Siberia. Fiona Maharg-Bravo (Traduzioni a cura di MTC)