Panorama 22/02/2007, pag.149 Gianluca Marziani, 22 febbraio 2007
Gilbert & George tanto snob come le loro opere. Panorama 22 febbraio 2007. G&G è un logo che andrebbe a meraviglia per un marchio di moda, uno champagne, una banca d’affari di Manhattan
Gilbert & George tanto snob come le loro opere. Panorama 22 febbraio 2007. G&G è un logo che andrebbe a meraviglia per un marchio di moda, uno champagne, una banca d’affari di Manhattan. E invece si parla di artisti sotto le spoglie mai smentite di un duo britannico d’annata. Gilbert & George, coppia d’assi dell’arte internazionale, maestri di cerimonia dentro (quasi) ogni loro quadro, immobili nelle posture ma scardinanti con un aplomb tra Buster Keaton e il gruppo elettronico dei Kraftwerk. Immaginate due volti anonimi da ufficio comunale, sguardi assenti e modi annoiati, entrambi con abiti sartoriali a tre bottoni, pantaloni appena troppo corti, scarpe di cuoio con punta tonda e quel margine di usura che fa tanto snob. Sembrano la versione in cera di se stessi, eppure non si sono mai fermati in 40 anni di invenzioni e provocazioni. Inutile chiedersi chi poteva celebrarli se non la Tate Modern (fino al 7 maggio, www.tate.org.uk), museo dei musei che li mette sul piedistallo in una Gran Bretagna di cui hanno raccontato qualche virtù, molti vizi e non pochi stravizi dal pathos universale. Sul finire degli anni Sessanta, con faccia metallizzata e abito elegante, si trasformavano in Living sculptures, ovvero, due corpi immobilmente robotici sopra una pedana. Verso gli anni Settanta iniziarono a produrre i grandi lavori con cui hanno inventato un nuovo stile fotografico, tuttora marchio di fabbrica e macchina milionaria. Gilbert & George compongono frammenti d’immagine secondo il principio della scacchiera, accostando le elaborazioni fotografiche e creando una specie di rosone contemporaneo, sul filo dei vetri istoriati da cui filtrano luci mistiche. In questo caso tutte le storie, evitando cristi e santi evangelici, ruotano attorno alla silenziosa presenza della coppia. Sullo sfondo vediamo momenti di vita, scenari urbani ma anche fiori, simboli, dettagli anatomici. Finché, implacabili come due osservatori pagani, spuntano sempre loro a rompere qualsiasi realismo, aggiungendo alla realtà di denuncia il virus di un’irriverenza anarchica. Hanno sempre mescolato l’apparenza da rigidi conservatori con lo sguardo di chi si sente vicino alle classi operaie, alla natura rigeneratrice, alla libertà dei costumi sessuali, alla solitudine creativa. Gilbert & George sono due dandy che, da veri inglesi, fanno dei contrasti la loro arma vincente. Nel 1971 disegnarono 23 opere a carboncino su carta intelata, una sorta di storyboard dal titolo The General Jungle or Carrying on Sculpting. Era il tipico scenario da pittura borghese ma con il duo che camminava tra le fronde con quel tono stralunato alla Jacques Tati in vacanza. Sul lato basso c’era una nota privata che già racchiudeva il loro modo di intendere l’arte e la vita, di quanto immagini e parole si intrecciassero nel loro mondo fotografico. Nei primi anni Settanta prediligevano il bianco e nero, poi hanno inserito un filtro rosso sangue, quindi sono entrate in scena le altre gamme, arrivando a un arcobaleno acido che ha seguito le diverse evoluzioni tecnologiche. Ricordandoci quanta forza morale può nascondersi dietro un’immagine che bombarda la vista. Gianluca Marziani