Riccardo Barenghi, La Stampa 29/3/2007, 29 marzo 2007
La maggioranza non è cambiata, ripetono con un sospiro di sollievo tutti i dirigenti di Rifondazione, a cominciare dall’ex segretario nonché Presidente della Camera Fausto Bertinotti
La maggioranza non è cambiata, ripetono con un sospiro di sollievo tutti i dirigenti di Rifondazione, a cominciare dall’ex segretario nonché Presidente della Camera Fausto Bertinotti. Si parla ovviamente del voto sull’Afghanistan con il sì di Casini, agognato ma anche temuto dal Prc. Per fortuna sono stati voti aggiuntivi, ma per sfortuna potrebbero essere voti capaci, in futuro, di condizionare e non poco il governo Prodi. Nel Partito di Franco Giordano, che da oggi si riunisce a Carrara per la sua Conferenza programmatica, c’è un clima più rilassato dopo il voto del Senato, quello che si temeva di più era un’altra crisi di governo – che sarebbe stata finale – con probabile esecutivo di larghe intese che li avrebbe messi fuori dal gioco. Invece loro nel gioco ci vogliono restare, eccome. Anche a costo di aprire un rapporto con Casini. Tanto che quelli che si trovano a fare politica nella trincea del Senato – «qui siamno sotto assedio» – già tre mesi fa avevano azzardato l’ipotesi di maggioranze variabili, col capogruppo Giovanni Russo Spena insieme alla sua collega dell’Ulivo Anna Finocchiaro. I due vennero però stoppati dai rispettivi dirigenti, Giordano e D’Alema, che riproposero l’autosufficienza della maggioranza. Oggi, dopo la crisi del mese scorso e il voto dell’altro ieri, il mito dell’autosufficienza è scomparso: così si pensa a un Casini, se non come a un compagno, uno con cui si può discutere e anche allearsi: sulla politica estera ovviamente «ma anche – come spiega Russo Spena – sulla riforma della legge elettorale. Abbiamo poisizioni piuttosto simili». Non su altre questioni però, per esempio quelle economico-sociali e quelle eticamente sensibili. E qui i dirigenti di Rifondazione sentono il pericolo che l’asse del governo si sposti sempre di più al centro proprio grazie alla presenza occulta di Casini, al suo rapporto di vicinanza ideologica con Rutelli e al contributo che in questa direzione può dare (darà) Bruno Tabacci che spesso la pensa come Confindustria. Non a caso, Giordano punta tutta la strategia politica del suo partito – e questo dirà domenica nelle sue conclusioni a Carrara – sui temi sociali. «Il nostro popolo ha diritto a un risarcimento, ossia a una vera lotta al precariato, a una riforma delle pensioni che abbassi e non alzi l’età, a una redistribuzione del reddito e a un aumento dei salari». Giordano ovviamente non si illude che sia una battaglia facile, ma confida nel fatto che Rifondazione non sarà sola: «Ci saranno i sindacati in prima linea, e dietro di loro milioni di persone: quelli che hanno votato per l’Unione». Quanto alla partita afghana, lui e gli altri non pensano di aver dovuto ingoiare nuovi rospi. E mettono l’accento sulla «Conferenza di pace, che prima la proponeva solo l’Italia e adesso è diventata materia di discussione all’Onu». E sul fatto che «il contrasto tra il nostro governo e quello americano si sia acuito: il che significa che stiamo facendo una buona politica estera». Ma i prossimi mesi non saranno rose e fiori per la sinistra radicale, stretta tra un governo che difficilmente riuscirà a soddisfare le sue richieste e pezzi di movimenti sociali che, seppur piccoli, sono ormai in aperto conflitto. La contestazione a Bertinotti ne è infatti solo il primo sintomo. In più, il gruppo dirigente del Prc dovrà fare i conti con la minoranza trotzkista di Malabarba, Cannavò e Turigliatto. I quali possono contare su una certa copertura mediatica visti gli episodi di dissenso eclatante e di provvedimenti disciplinari subiti. Loro non escludono di andarsene, ne parleranno alla loro assemblea del 14 aprile. E magari già lì decideranno di scindersi per far nascere un micro partito comunista (mentre Rifondazione marcerà verso un nuovo partito socialista insieme all’attuale sinistra Ds). Chi ultimamente ha spesso condiviso la battaglia della minoranza ma non è uno di loro è Giorgio Cremaschi, dirigente della Fiom e iscritto a Rifondazione: «Ho appena rinnovato la tessera del 2007 alla sezione di Mirafiori». La sua analisi è nuda e cruda: «La nostra crisi è evidente, ma viene negata dal gruppo dirigente che si arrocca sempre di più e impedisce la discussione». Secondo lui, tutto il quadro politico si sta spostando: «Verso l’alto, cioè verso un’oligarchia che soffoca la partecipazione democratica. E verso il centro moderato, con Prodi e adesso pure con Casini. Mi chiedo allora quale sia il ruolo del mio partito se non insistere su una scommessa a mio avviso già perduta. Forse sarebbe ora di infrangere un tabù: quello dell’uscita dal governo». Stampa Articolo