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 2007  marzo 29 Giovedì calendario

VARI ARTICOLI SULLO SCONTRO LAICI-CATTOLICI

(pretesto: i Dico). All’inizio, la nota dei vescovi del 29/3/2007 (ripresa dalla Stampa)

L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune.
La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente «approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi». Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. / Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio. /
A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. / Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.
Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza.
Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare.
Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: «i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana», tra i quali rientra «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» (n. 83). «I Vescovi - continua il Santo Padre - sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato» (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto.
In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10).
Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società» (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).
Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica.

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LA STAMPA, 29/3/2207. Marco Tosatti - CITT DEL VATICANO
Attesa, e prevista, è uscita la nota pastorale della Cei sui «Dico»; che può essere sintetizzata in tre aggettivi: inaccettabile e pericoloso il Ddl, e insuperabile la differenza uomo-donna. Nel documento di tre pagine vengono posti paletti rigidi ai politici cattolici, ma in toni sufficientemente morbidi da nascondere la durezza dei contenuti. Due sono i capoversi sostanziali della «Nota». «Riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio - afferma il documento -, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume». E subito dopo: «Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile».
Inaccettabile e pericoloso sono gli aggettivi che il neo-presidente della Cei aveva usato nella sua prolusione lunedì. Ai capoversi di condanna, i vescovi del Consiglio Permanente hanno fatto precedere un lungo prologo, per illustrare il valore della famiglia, per richiamare le parole della Costituzione su questo argomento e per difendere il loro diritto-dovere a parlarne. «Non abbiamo interessi politici da affermare», scrivono; «solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune». E’ ribadito il concetto di una via diversa per risolvere le situazioni concrete di disagio: «Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare».
Sul ruolo dei politici i vescovi esprimono comprensione, e ribadiscono la fermezza. «Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto» è la prima affermazione chiave, seguita dal ricordo del «dovere morale» di votare contro ogni legge che riconosca le unioni omosessuali, e dall’avvertimento che su questi temi non ci si può appellare «al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici». Infine, un po’ di zucchero: «Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica».
Prevedibile la tempesta di reazioni. Prima di presenziare a una messa officiata dal Segretario di Stato, il cardinale Bertone, Fausto Bertinotti ha detto che «il tema della laicità dello Stato è un valore fondativo delle nostre istituzioni». Certo, la Chiesa deve potersi esprimere, «ma resta fermo il dovere delle istituzioni a difendere la propria laicità che altrimenti farebbe aprire un vulnus dovendo ammettere che la Costituzione non esprime valori capaci di fondare su di essi la facoltà autonoma del legislatore divenendo elemento di fortissima delegittimazione». Il ministro Rosy Bindi ha risposto soddisfatta con una nota a quella dei vescovi («è un apporto a un clima di dialogo») difendendo il «suo» Ddl, che «non crea alcuna nuova figura giuridica alternativa... e non dà alcun rilievo a patti o accordi tra le persone conviventi, ma esclusivamente al fatto della convivenza stabile, proprio al fine di non istituire, neanche alla lontana, paralleli con la disciplina matrimoniale». Rosy Bindi rivendica l’autonomia dei credenti: «Con una coscienza limpida, il cattolico è chiamato a muoversi con discernimento di fronte alle sue responsabilità pubbliche».
Se per Grillini la «Nota» sancisce un «brutale razzismo antigay», per Boselli «poco ci manca alla scomunica» e per Dario Franceschini «laicità dello Stato e autonomia politica dei cattolici non sono materia disponibile», l’impressione è che i cattolici della Margherita abbiano apprezzato i toni «morbidi» usati dalla Cei; comune (Fioroni, Ceccanti, Finocchiaro) l’opinione secondo cui la «Nota» non sarebbe in contrasto con il Ddl governativo. E la denuncia di Angius (Ds), su «un conflitto aperto» fra Chiesa e Stato, trova una certa consonanza con la dichiarazione di Chiara Moroni (FI) contro le «interferenze» della Chiesa in Parlamento.

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LA STAMPA 29/3/2007. Fabio Martini (inviato a Santiago del Cile). E’ una curiosa abitudine che sta prendendo piede in mezzo mondo. Per evitare troppe domande scomode, i capi di governo di tutti i continenti stanno imponendo quasi ovunque un format unico per le conferenze stampa congiunte: due domande a premier e guai ad addentrarsi in questioni di politica interna. Ma ieri mattina, nel palazzo della Moneda uno dei luoghi simbolo della democrazia riconquistata, i giornalisti cileni hanno proposto uno scambio a quelli italiani: voi fate una domanda che ci fa comodo alla presidentessa Bachelet, voi ci «passate» la vostra e noi la facciamo a Prodi. Ma quando la giornalista della tv cilena ha chiesto al presidente del Consiglio italiano cosa ne pensasse della nota della Cei, Prodi ha risposto: «Non ho avuto il tempo di leggerla...».
Un dribbling degno del miglior Garrincha, ma c’è del vero nelle parole di Prodi. Ieri mattina, nella sua stanza allo Sheraton di Santiago, il presidente del Consiglio si è svegliato alle 7, è andato il palestra e appena esauriti gli esercizi, alle 8 (in Italia erano le 14), i suoi collaboratori lo hanno informato sulla nota della Conferenza episcopale. C’è stato il tempo di apprenderne l’essenziale in una lettura a volo d’uccello, ma Prodi ha subito avvertito: «Bisogna leggerla bene e per intero». Nel frattempo incombeva il primo appuntamento - guarda caso una conferenza alla Università cattolica di Santiago - e Prodi si è ripromesso di leggere la nota durante il volo che lo avrebbe riportato a Roma nella notte tra mercoledì e giovedì.
Ma dai suoi proverbiali sguardi e dalle breve, informalissime chiacchiere sull’argomento si è capito che Prodi, date le premesse di Ruini di due mesi fa, desse una valutazione del tipo: poteva andare peggio, in ogni caso quel documento era diventato quasi un atto dovuto. Ma in compenso il Presidente del Consiglio ha avuto il tempo di leggere la lettera che, martedì, il Segretario di Stato Tarciso Bertone aveva spedito al nuovo presidente della Cei Bagnasco e su quella il giudizio informale di Prodi è stato chiaro: «Mi sembra proprio che in Vaticano ci sia un cambio di tono».
Prodi conosce il gergo curiale quasi meglio di quello diplomatico. E a Prodi non è sfuggito il senso di quella lettera così inusuale, che segna in tutti i sensi la fine della "stagione Ruini". A Prodi non è sfuggito quel passaggio nel quale Bertone annunciava che di politica italiana oramai si occuperà «la Sante Sede» e che invece ai vescovi spetterà il compito di dedicarsi alla «catechesi» e alla «pastorale». Al Presidente del Consiglio, che per alcuni anni in Vaticano è stato considerato il vero capofila dei cattolici democratici, non sono sfuggite quelle parole di implicito rimprovero a Camillo Ruini, quel passaggio nel quale Bertone prende atto che negli ultimi anni «la secolarizzazione è aumentata» e dunque se le chiese si stanno svuotando, parroci e vescovi di quello devono occuparsi e non di far politica. Musica per le orecchie di Prodi, al quale non sfugge che tra Vaticano e Cei è in corso un conflitto di potere, anche se rispetto alla lunga stagione ruiniana, non c’è più un monolite e comunque c’è in campo un personaggio, il cardinal Bertone, che rivendica chiaramente una titolarità «nelle relazioni con gli Stati vicini» e dunque con la sua Italia. Sulla nota della Cei, Prodi non ha avuto tempo di soffermarsi, qualcuno gli ha fatto notare che, mentre lunedì nella relazione di Bagnasco alla Conferenza episcopale, era esplicitamente indicato il disegno di legge sulle coppie di fatto, nella nota di ieri quel riferimento non c’era più e in ogni caso non c’era traccia delle prescrizioni o "scomuniche" che erano temuti nei giorni successivi al primo pronunciamento di Camillo Ruini.

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LA STAMPA 29/3/2007. Marco Tosatti. Due giorni di discussione serrata, e alla fine la «Nota» sui Dico è uscita; ferma nei toni, abbastanza morbida nei contenuti, e soprattutto senza nessuna condanna specifica per i politici cattolici. Tanto che dalla corposa citazione dell’ultimo documento di papa Ratzinger è stata omessa una frasetta, che però avrebbe potuto pesare come un macigno: «Ciò ha peraltro un nesso obiettivo con l’Eucarestia». Il «ciò» era questo: «I politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana», tra i quali rientra la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna. «I Vescovi - è la seconda parte della citazione - sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato». Fra l’una e l’altra, nel testo del Papa, c’era la frasetta omessa; per non correre il rischio che qualcuno potesse dire: non diamo la comunione ai politici cattolici che votano i «Dico».
Ma comunque il dibattito c’è stato, e certamente la «bozza Ruini», cioè il primo testo sul quale si è lavorato qualche settimana fa ne è uscito fortemente modificato. Non solo con gli apporti delle «colombe», in una linea ideale che potrebbe fare capo a Tettamanzi, ma anche con contributi dei «falchi», di cui l’ex presidente della Cei era forse espressione. Ma a onor del vero bisogna dire che sul problema della «scomunica» ai cattolici l’accordo era bipartisan; e non c’è stato nessun intervento della Santa Sede, o della Segreteria di Stato, per orientare in questo senso i trenta presuli del Consiglio permanente.
La prima aggiunta di rilievo riguarda i termini usati da Bagnasco per definire il Ddl: «Inaccettabile e pericoloso». E’ usuale che i documenti del Consiglio permanente facciano proprie espressioni del Presidente; in questo caso però appare particolarmente significativo, perché quegli aggettivi danno la «linea» alla Chiesa. Le «colombe» hanno marcato un punto con l’inserimento del capoverso «comprensivo»: «Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale». E per arrivare con dolcezza e gradualità alla condanna del disegno di legge, si è deciso di ampliare in maniera notevole la parte introduttiva, per dare al testo un tono più discorsivo e colloquiale. E’ scomparsa poi una citazione molto importante (da un testo della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2003) in tema di unioni omosessuali: «Concedere il suffragio del proprio voto a un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale». Al suo posto, sempre dallo stesso documento, si è preferito sottolineare «il dovere morale» del parlamentare cattolico a votare contro. Mentre invece i «falchi» hanno proposto e fatto passare il tema della «coerenza», sulle unioni di fatto in generale: «Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto». E il termine «scelte coerenti» viene ribadito in chiusura. E sempre sulla linea «dura» è stato sottolineato che i credenti non possono appellarsi al principio «dell’autonomia dei laici in politica», se sono in gioco le esigenze etiche fondamentali; in sintonia con il «no» ai compromessi su valori «non negoziabili» pronunciato da Benedetto XVI sabato scorso. Ci si può chiedere se già ci sia stato un qualche effetto della lettera con cui il Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, rivendica un ruolo di guida «rispettosa» della Santa Sede, assicurando una «cordiale collaborazione» al neo-presidente Cei «per quanto concerne i rapporti con le istituzioni politiche». Pare che il testo uscito ieri sia stato elaborato in totale autonomia. E d’altronde sembra che i vescovi, non solo quelli legati all’ex presidente, che comunque come Vicario del Papa per la città di Roma mantiene un rapporto privilegiato con Benedetto XVI, ma anche gli altri preferiscano una Cei forse più collegiale, ma certamente non troppo condizionata dalla Segreteria di Stato.

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LA STAMPA 29/3/2007. Federico Geremicca. I morti non parlano, e non c’è nulla di più violento e canagliesco che strumentalizzarne il pensiero da defunti. Enrico Berlinguer sarebbe stato favorevole o contrario al Partito democratico? E Nino Andreatta avrebbe detto sì o no alla legge sui Dico? I morti non parlano, ma la loro storia - che spesso è la storia di un gruppo, di un manipolo - a volte sì. Chi può parlare, dunque, sono magari gli amici di una vita. Chi può parlare, per esempio, è quel consolidato drappello di cattolici bolognesi - anzi: emiliani - che sfilano o stanno per sfilare nella luminosa camera ardente che raccoglie le spoglie di Nino Andretta. Sono loro - i Prodi, e poi intellettuali cattolici come Pedrazzi o Scoppola, e politici come Enrico Letta, Parisi e Castagnetti - sono loro, dicevamo, forse i più a disagio di fronte all’ennesima scesa in campo della Cei contro i Dico. Loro sì, che possono dire. E confermare il dissenso di un filone di pensiero - di un gruppo di cattolici formatosi alla scuola di Dossetti, e ormai «eretico» agli occhi delle gerarchie - di fronte a posizioni da loro pacatamente contestate, e non da oggi.
E’ un gruppo composito - ruota attorno al «Mulino» e all’Istituto di Scienze Religiose di cui Andreatta era presidente, per dirne solo due - non sempre omogeneo nelle analisi, ma spesso compatto nelle conclusioni. E ognuno, in questi giorni di dolore, spiega il dissenso rispetto alla nota della Cei (il proprio dissenso, non quello di Andreatta!) a modo suo. Prendete il professor Pedrazzi, per esempio, Gigi per il amici, che è tra i fondatori del «Mulino» e che eretico cominciò ad esserlo più di trent’anni fa, quando con Pietro Scoppola e Pierre Carniti, a casa di Luigi Macario (allora leader Cisl) buttò giù il manifesto dei «cattolici del no» al referendum sul divorzio. «Della nota della Cei - annota Pedrazzi - mi colpiscono quasi più le omissioni che le affermazioni. C’è una resistenza antistorica a fare i conti con la realtà che cambia. A quanti come noi capita ancora di andare a dare una mano in parrocchia per i corsi pre-matrimoniali, ad esempio, colpisce l’assenza di qualunque autocritica circa la crisi di un istituto - quello della famiglia, appunto - che è profondamente cambiato rispetto a soli dieci anni fa. Per tante coppie che convivono, il matrimonio così com’era inteso comincia ben prima delle nozze; e oggi perfino i campeggi scout sono occasione di iniziazione sessuale. Non vederlo, non aiuta certo la Chiesa a star vicino alla gente».
Paolo Prodi, invece, fratello di Romano e docente di storia, esprime le stesse riserve in altra maniera. «In una fase in cui perfino il matrimonio concordatario per tanti aspetti sembra non tenere più, colpisce una posizione che appare quasi sottendere una rivalutazione del matrimonio cattolico opposto a quello civile». Su tale linea, par di intendere da questo e altri ragionamenti, diventa più difficile per tutti: per i laici, per la Chiesa e per i «cattolici adulti» chiamati a responsabilità politiche e di governo. «E tutto questo accade solo da noi - continua Paolo Prodi - quasi che l’Italia debba restare per sempre un territorio messo sotto osservazione speciale». Qui insomma è peccato grave quel che in altri Paesi (e si torna a citare la Spagna) non ha poi fatto lo scandalo che sta creando da noi.
Colpì, qualche tempo fa, che fosse un gruppo di deputati della Margherita (provenienti dalla Dc!) a dover mettere nero su bianco un documento in difesa della laicità dello Stato, a fronte dell’offensiva sui Dico di Ruini e dei teo-dem. Promotori di quel documento furono due prodotti dell’«eresia emiliana», cioè Dario Franceschini e Pierluigi Castagnetti. Racconta quest’ultimo: «Ad aver segnato tanti di noi, è la storia del cattolicesimo democratico emiliano, profondamente influenzato da Dossetti: anche Andreatta si è formato a quegli insegnamenti. Ricordo, ironia della storia, quando l’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia, Ruini, ci invitata a «ruminare», come diceva lui, i testi del Concilio. Col suo aiuto fu fondato un Centro culturale cattolico (Il Leonardo) tra i cui animatori c’erano Romano Prodi e Flavia. Organizzavamo incontri con i teologi che lavoravano ai testi del Concilio: venne anche Ratzinger a discutere con noi». Poi il buio. Non solo quello che ha avvolto Andreatta; ma anche quello che ha mandato in tilt i rapporti di tanti cattolici (e prima di tutto, naturalmente, degli «eretici emiliani») con Ruini prima e Ratzinger poi. «Io comprendo - dice Stefano Ceccanti, ex presidente della Fuci ed estensore del disegno di legge sui Dico - un certo smarrimento dopo la fine della Dc e di fronte all’eventualità che col Partito democratico possa venire meno l’ultimo riferimento dichiaratamente cattolico nel panorama politico: ma se la Cei non accetta di fare i conti con la complessità di una realtà che cambia, ho paura che sarà difficile fare passi avanti nel dialogo».
Potrebbe dunque non risolversi in tempi agili il disagio degli «eretici emiliani» (e non solo il loro, naturalmente) di fronte a prese di posizione che somigliano sempre più a diktat. «Io, francamente - racconta ”Gigi” Pedrazzi - non so cosa Andreatta avrebbe potuto pensare dei Dico. Ma so che in quanto a difesa della separazione dei poteri, non era secondo a nessuno. Voi dite i Dico, oggi. Ma lui, da ministro del Tesoro, dovette fare i conti con lo scandalo dello Ior. Fu terribile, e lui inflessibile. E quando qualcuno gli fece notare che quell’affare produceva danni anche economici alla Chiesa, rispose brusco: ”Se la vedano loro, non posso fdarci niente. Hanno San Pietro. Se sono in difficoltà, vendano qualcosa. Per esempio la Cappella Sistina”...».

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LA STAMPA 29/3/2007 - Gian Enrico Rusconi. La Nota del Consiglio episcopale italiano rappresenta una svolta nella definizione della natura e del ruolo del laicato cattolico. Contiene un passaggio centrale che è la campana a morto del cattolicesimo liberale o «progressista» in Italia. Leggiamo infatti che il cattolico «non può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società».
Va da sé che, nel caso specifico del dibattito sulla legge delle unioni di fatto, sono i vescovi a decidere che cosa è il «bene comune». Al laico cattolico impegnato nella società e nella politica non resta che aderire senza riserve alla linea dettata dall’episcopato. Ogni altra posizione è definita «incoerente».
«Incoerenza» può essere intesa come un’espressione relativamente morbida, in un contesto che evita di menzionare o minacciare sanzioni ai disobbedienti. Ma il testo è netto nell’escludere ogni opinione deviante che, non a caso, viene collegata ai due principi-cardine della laicità, «pluralismo» e «autonomia». Sono dunque proprio i principi laici che vengono evocati e negati.
Ma è prevedibile che nel campo cattolico italiano non si alzino proteste o dissensi. Soltanto qualche voce isolata e molto silenzio, compensato dalla soddisfazione degli agnostici clericalizzanti.
Adesso lo schieramento tra i cattolici obbedienti e gli altri è chiuso a battaglia.

Emanda il segnale della fine del già faticosissimo dialogo tra cattolici e laici (presuntivamente non credenti e diffamati come «laicisti»).
Perché si è arrivati a questa situazione? La Nota dell’episcopato italiano si inserisce perfettamente nella logica della sfera pubblica aperta al confronto di tutte le opinioni. E le opinioni sono tanto più forti quanto meglio mediaticamente organizzate. Da qualche anno questo riesce bene alla Chiesa e alle sue agenzie. Mi auguro quindi che adesso cessi il lamento che la sfera pubblica in Italia esclude o mortifica la Chiesa (rimane l’equivoco di confondere la dottrina della Chiesa con la voce di Dio, ma questo è un altro discorso serio).
Non diremo neppure che è in pericolo la democrazia. Si può anzi dire che gli uomini di Chiesa hanno imparato a usare tutte le tecniche democratiche per garantire e promuovere la specifica identità dei cattolici. Le «procedure» democratiche, che un tempo erano guardate con sospetto perché presuntivamente estranee ai valori, sono utilizzate ora spregiudicatamente per difendere le proprie posizioni. Il ricorso all’«obiezione di coscienza» viene disinvoltamente evocato e usato per delegittimare normative di carattere generale.
L’invito al laicato cattolico di aderire senza riserve alla linea della gerarchia è l’ultimo atto di questa strategia. Il cattolicesimo italiano si presenta (deve presentarsi, secondo la Cei) come un corpo compatto di convinzioni e di tattiche politiche vincenti.
Certo, è paradossalmente insicuro se rimanere orgogliosamente una minoranza di «veri credenti» o viceversa avanzare come unico rappresentante della «maggioranza degli italiani», che non sarebbero affatto rappresentati dai laici. La gestione di Camillo Ruini ha oscillato tra queste due concezioni. La prima uscita pubblica del nuovo vertice Cei non ha ancora sciolto questo nodo.

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Il Foglio, 29/3/2007 - Dice la nota dei vescovi italiani: ”Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli”. Non è semplicemente incontestabile, fatto salvo il diritto al libertinaggio, che però non riceve miglior senso dalla legge, anzi toglie senso alla legge?
La nota prosegue: ”Riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume (…) Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile”. Questo paragrafo, che discende logicamente dal precedente, si presta alla controversia, ma solo se venga contestato in nome di questo ragionamento: i desideri individuali e gli amori che abrogano la differenza sessuale naturale devono diventare fonte di diritto al pari della famiglia. Un po’ forte, no?
Più oltre si legge: ”Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive (…) senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia (…)”. Un punto di vista ragionevole, liberale.
Il politico cattolico, conclude la nota, ”non può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società”. Qui siamo al sublime, che alla cultura corrente appare sconcertante. Sono parole di Ratzinger, del 2002, dure e appuntite come il suo recente richiamo alla ”coerenza eucaristica”. Pluralismo e autonomia sono totem del moderno, e spesso alibi per esercitare un assoluto relativismo ideologico, che nega il conflitto tra le verità in nome della dittatura delle interpretazioni. Non è laicamente consolante, fatta salva la libertà civile di tutti i parlamentari di votare come desiderano, che qualcuno autorevolmente richiami quelli cattolici a votare secondo quello che credono, secondo la verità che professano? Nel mondo ci deve essere spazio per l’autonomia, per il pluralismo e anche per l’obbedienza e l’etica della convinzione o della fede. Così è fatto un mondo laico, sennò è un mondo governato dall’ideologia religiosa e dal conformismo, dall’ortodossia della scristianizzazione.

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Filippo Ceccarelli, la Repubblica 29/3/2007 - Ma poi: obbediranno? Nell´Italia politica di tanti anni orsono l´obbedienza dei potenti democristiani alle note di richiamo dei loro vescovi era data, almeno dall´esterno, per sicura. C´è in proposito un antico epigramma di Ennio Flaiano che descrive in modo addirittura plastico questo atteggiamento di specialissimo ossequio: «Sale sul palco Sua Eccellenza./ Esalta i valori della Resistenza./ S´inchina a Sua Eminenza».
Come si è capito poi, anche grazie a un´ampia messe di documenti e testimonianze, la faccenda era un po´ più complicata. Non che i tre movimenti di Flaiano fossero fasulli. Tutt´altro. L´iconografia della Prima Repubblica consegna una profusione di inchini, baci della mano e inginocchiamenti da parte di autorità civili, pure al massimo livello istituzionale (vedi il Capo dello Stato Gronchi) rispetto a vescovi, cardinali, papi. Ma quello che sfuggiva alla vista e andava dispiegandosi nelle segrete stanze in alcune circostanze storiche è arrivato a mettere addirittura in dubbio il concetto stesso di obbedienza. Che in certi casi, lo diceva chiaro don Lorenzo Milani, «non è una virtù, ma la più subdola delle tentazioni».
E insomma: dietro stereotipi e apparenze, tra democristiani e vescovi si è giocata per qualche decennio una sottile e superba partita che riguardava i voti e l´inferno, la coscienza e il potere. Non solo, ma nell´ambito di tale mistura spesso e volentieri la Chiesa e lo Scudo crociato erano costretti a misurarsi con la reciproca consapevolezza di avere dall´una e dall´altra parte teste fredde, teste calde, cuori pelosi e ispiratissimi, ma sempre abbastanza scomodi. E tra questi varrà la pena di comprendere don Primo Mazzolari, secondo cui occorreva sì obbedire, ma «in piedi». Espressione comprensibilmente risuonata in questi ultimi giorni da parte dei più dubbiosi fra i candidati alla disobbedienza sui Dico.
Storia vecchia, comunque, e storia lunga. Basti pensare a don Sturzo, che fondò il Partito popolare, ma che poi dovette obbedire, nel senso estremo di abbandonare l´Italia fascista aprendo il passo al Concordato. Destino ancora più triste quello di De Gasperi, che nel 1952, su indicazione ecclesiale, avrebbe dovuto assecondare un´apertura della Dc all´estrema destra denominata proprio «Operazione Sturzo». Ma non lo fece; disobbedì a Pio XII, e la pagò amaramente, fino a piangerne calde lacrime quando si vide rifiutare dal Papa un´udienza privata per un anniversario di matrimonio. «Come cristiano accetto l´umiliazione - scrisse poi in Segreteria di Stato - come Presidente del Consiglio l´autorità e la dignità che rappresento, e della quale non mi posso spogliare, mi impongono di esprimere lo stupore per un rifiuto così eccezionale».
Chissà se oggi c´è qualcuno che risponderebbe (o ha già risposto) in questo modo alla Nota della Cei. Ma intanto, sfogliando e risfogliando l´album della disciplina e delle ribellioni, obbedì Giuseppe Dossetti, che nel 1956 era e soprattutto si sentiva ormai ben fuori dalla politica, ma che il cardinale di Bologna Lercaro volle far scendere nuovamente in campo contro il sindaco comunista Dozza; e perse anche. Così come obbedirono ai rispettivi vescovi, due anni dopo, alle politiche del 1958, diversi esponenti della corrente più laica della Dc, la Base, che in pratica furono interdetti e quindi tolti dalle liste elettorali. Uno era Luigi Granelli, l´altro un giovane e promettente laureato della Cattolica, tale Ciriaco De Mita. Un altro dc leggermente più anziano, Flaminio Piccoli, aveva avuto anche lui i suoi guai a Trento, con Sua Eminenza. Con sempre maggiore insistenza gli chiesero di ritrattare su un certo punto: sì, rispose lui, ma vorrei poterlo fare con la stessa formula usata dai vescovi ortodossi costretti a giurare deferenza a Stalin.
D´altra parte disobbedì il più intelligente di tutti i democristiani, Aldo Moro. Ma lo fece così bene, così prudentemente, così al rallentatore, che forse nemmeno disobbedì. Si era messo in testa, Moro, di aprire al centrosinistra e l´allora presidente della Cei, Siri, che era un tipo tostissimo, gli mise alle calcagna il vescovo di Bari, monsignor Nicodemo. Con la seguente rinforzata avvertenza: «Abbiamo a che fare con una testardaggine tenacissima e sfuggente allo stesso tempo». Ha poi raccontato Siri di aver desiderato, una volta, di dare persino un pugno a Moro: «Mi trattenni perché le mie mani erano consacrate. Fortuna che non mi venne in mente - aggiunse - che i miei piedi non lo erano». Ma dopo tutto il cardinale era un uomo sincero. Non tutti, al di la del Portone di bronzo, lo erano come Siri. «Non so come possono, dicendo tante bugie - confidò un giorno il ministro degli Esteri all´ambasciatore italiano presso la Santa Sede - dire ogni giorno la messa».
Poi obbedì Fanfani, fermato sulla soglia del Quirinale perché stava spaccando la Dc: «D´accordo - disse lui - ma domani vengo al Concilio e insegno ai vescovi come si fa la messa». E chissà se obbedì il ministro Sullo, che era partito sulla riforma dei suoli, ma una sera fu portato su una terrazza da un cardinale e guardando il panorama: «Guardi, ministro, quante lucette dietro le finestre. Lo sa quanti buoni cristiani e quanti suoi elettori rovinerebbe con la sua legge?».
Certo disobbedì Nino Andreatta, che al Tesoro non si fece scrupoli rispetto al crack Ambrosiano (e alla finanza vaticana); e in qualche modo disobbedì anche Scalfaro, che è mariologo di fama, che ha passato una vita a far conferenze sui santi, che si è inventato delle preghiere, ma agli occhi di monsignor Ruini ha forse ispirato e certamente coperto il ribaltone del 1994. Questo per dire il timore reverenziale, ma anche il sistema negoziale. E la solitudine, la fede, la discrezione, il sacrificio: quello che, a pensarci bene, contribuisce a forgiare una classe dirigente, che oggi non c´è più.