Gaia Piccardi, Corriere della Sera 29/3/2007, 29 marzo 2007
MILANO
Quanto dura un amore malato, misurato in metri e centesimi di secondo? Il tempo di una vasca: i 50 rana ai Mondiali di nuoto di Melbourne. Se vinci continuo a volerti bene, se perdi tutte le mie aspettative crollano. Kateryna è arrivata prima nella sua batteria, ma non si è qualificata per le semifinali. E papà si è arrabbiato, eccome se si è arrabbiato. Le è andato addosso come una furia, le ha strappato l’accappatoio di mano, l’ha insultata e schiaffeggiata mentre lei, una bambina di vent’anni in costume da bagno, gli lanciava l’accredito e cercava di scappare, scavalcando le sedie della saletta d’attesa dei nuotatori e l’enorme imbarazzo. Perché papà che ti sculaccia in mondovisione è troppo da reggere, per chiunque.
Kateryna Zubkova, nazionale ucraina, un oro e un argento agli Europei di Vienna 2004, in fondo, chiedeva solo di essere amata. In vasca e fuori, con o senza l’odore del cloro addosso, lontano da una competizione mistificata dal risultato a tutti i costi. E invece è finita in prima pagina sui giornali australiani, al centro di un caso triste e squallido: Mihail, 38 anni, il padre-padrone-coach, un passato da nuotatore frustrato (quarto a Seul ’88), è stato espulso dai Mondiali. Al centro di un’indagine penale per violenze (anche se la figlia non ha voluto sporgere denuncia), gli è stato intimato di tenersi ad almeno 200 metri da Kateryna.
Non è certo una storia inedita, nella vita e nello sport. Un investimento egoista scambiato per affetto, il fallimento di un figlio vissuto come proprio, l’atroce ricatto d’amore di chi vuole bene solo in cambio di qualcosa: il premio, un tempone da record, la medaglia. Il tennis è zeppo di anime in pericolo e coscienze tenute sotto scacco emotivo, come lo è quella di chiunque consegni a un genitore un potere così grande: se io vinco, tu mi ami? Mirjana Lucic, talento croato, perse un’intera stagione per confusione mentale («Voi non potete capire: mio padre mi ha picchiato più volte di quanto potreste mai immaginare»), Jelena Dokic lanciò il grido d’aiuto in mezzo a un torneo («Tenetemi lontani i miei genitori quando gioco») e da allora combatte con il fantasma di papà Damir. Jim Pierce, detto «Satana», si fece subito notare a bordo campo prima di essere bandito dai circoli di tutto il mondo. «Ammazza quella puttana!» gridava a Mary, che un giorno avrebbe vinto il Roland Garros ma che ancora oggi deve fare pace con quell’ingombrante figura paterna. Luis Bruguera salvò se stesso e Sergi, campione di Parigi ’93 e ’94, affidandolo a un coach estraneo: «Capii che era arrivato il momento di allontanarmi da lui quando, di fronte a un servizio sbagliato, sentivo prudere le mani...». Che indipendenza emotiva possono avere le sorelle Williams rispetto a papà Richard, un tipo che sostituì gli anticoncezionali alla moglie perché restasse incinta di una futura campionessa di tennis e che, a quattro anni, martellava quotidianamente Venus e Serena con duecento palle? E quale invisibile gioco di risonanze ha prodotto la coppia Steffi Graf-Andre Agassi: lei, figlia di un padre-padrone finito anche in galera, e lui, cresciuto da un ex pugile che, già in culla, aveva programmato giorno per giorno l’esistenza di Andre. Che, guarda caso, in prime nozze aveva sposato l’attrice Brooke Shields, in rotta totale con l’onnipresente, e possessiva, madre Teri. Magico, e crudele.
Non è di alcuna consolazione, ma Kateryna non è sola. Judit Polgar fu messa dal padre Laszlo a sedere davanti a una scacchiera quando aveva tre anni. Due ore al giorno fino a salire, progressivamente, a dieci. «Tutti i bambini – ragionava – sono potenzialmente dei prodigi. Basta specializzarli in qualcosa e poi lavorarci sopra». Un amore da catena di montaggio, o qualcosa del genere. A 15 anni e 4 mesi, Judit si laureò «grand master», la più giovane nella storia di alfiere e cavallo. Nel 2001 diventò la scacchista più forte del mondo. Batteva Fischer, Karpov, Spassky. Ma giocava con il terrore negli occhi. E un pensiero fisso: «Perdere, e poi dover tornare a casa». Da Laszlo. Dominique Moceanu, oro 14enne della ginnastica americana all’Olimpiade di Atlanta ’96, appena maggiorenne fece causa ai genitori: «Mi avete derubata dell’infanzia per inseguire le vostre manie di grandezza. Per voi sono solo un business miliardario».
No, Kateryna non è sola. «Ha vissuto una vergogna pubblica, non intima, amplificata dal contesto – spiega Rosa Maria Vijogini, psicoterapeuta del centro milanese Cuore di Smeraldo ”. La sua autostima è pesantemente minata. E il marchio che le rimane addosso è forte: rischia di non mostrare mai se stessa per paura di essere rifiutata». Tradita in diretta tv. Kateryna, e le sue sorelle.
Gaia Piccardi