Elisabetta Rasy, Corriere della Sera 29/3/2007, 29 marzo 2007
Nel romanzo che gli ha dedicato Jean Echenoz, Maurice Ravel entra in scena uscendo da una vasca da bagno: è uno degli ultimi giorni del 1927 e il cinquantaduenne musicista sta per lasciare la sua piccola e bizzarra casa di Montfort-L’Amaury non lontana da Parigi e partire per un lungo viaggio che lo porterà per la prima volta (sarà anche l’ultima) negli Stati Uniti
Nel romanzo che gli ha dedicato Jean Echenoz, Maurice Ravel entra in scena uscendo da una vasca da bagno: è uno degli ultimi giorni del 1927 e il cinquantaduenne musicista sta per lasciare la sua piccola e bizzarra casa di Montfort-L’Amaury non lontana da Parigi e partire per un lungo viaggio che lo porterà per la prima volta (sarà anche l’ultima) negli Stati Uniti. Viaggerà a bordo di una nave lussuosa come il più fastoso dei grand-hotel, il piroscafo «France». Duemila passeggeri, cinquecento uomini di equipaggio, ventiduemilacinquecento tonnellate che avanzano nell’Oceano ad ammirevole velocità, questo piroscafo offre alla vista ogni genere di lusinga e conforto, legni pregiati, pareti con intarsi di madreperla, arredi di bronzo, ori e damaschi. Ma soprattutto il «France» sembra fatto apposta perché, sballottato tra le onde oceaniche e l’effimera compagnia dei passeggeri mondani e sconosciuti, Ravel manifesti il suo carattere, in cui il culto di una ricercata eleganza sostenuta da uno sterminato guardaroba e una noia lacerante sono lo sfondo, o il supporto, dell’estro creativo. Un estro capriccioso, latente o esuberante a seconda dei momenti, anche ora che Ravel insieme a Stravinskij è il musicista più apprezzato del mondo. Sicuramente il Ravel raccontato dal cinquantanovenne autore francese ha le sue pezze d’appoggio biografiche, ma non è questo che conta. Echenoz è una figura di riferimento della letteratura d’Oltralpe e ha costruito la sua storia di narratore fin dall’esordio, nel 1979, schivando mode e tendenze, e seguendo la traccia di se stesso: fare una biografia non era certo il suo obiettivo. Ma in questo libro non ha però neanche fatto un’anti-biografia. Echenoz procede per dettagli, li sceglie accuratamente ma con leggerezza, come se seguisse il filo di una conversazione mentale tra sé e sé, e li trasforma in epifanie rivelatrici nel caos di un’esistenza. Tutto è casuale (anche incontri che dovrebbero essere memorabili, per esempio quello con Conrad) e il genio – sembra dirci Echenoz – sta proprio in un talento particolare nel cogliere e accogliere il disordine della vita. La materia contemplata sono gli ultimi dieci anni di Ravel, ma il progetto letterario di Echenoz non punta affatto a esaltarne gli aspetti salienti: è l’irrilevante, piuttosto, ad assumere una sua luminosa consistenza. Perché si tratta di trasformare una persona in personaggio, dargli cioè l’agio di eludere il proprio schema biografico e di forzarne i confini per assumere la natura di un’incarnazione perenne. un modo, attuale, di fare un’epica sommessa: ricostituire nel cielo secolarizzato della nostra epoca un pantheon, un olimpo di divinità che ci riguardano da vicino e che, come gli dei omerici, hanno le loro strade e strategie per comunicare con noi. Dunque Ravel: un piccoletto di un metro e sessantuno, quarantacinque chili e settantasei centimetri di perimetro toracico, un’angustia che nessuna delle sessanta camicie che porta sempre con sé quando si sposta riesce a nascondere. Nulla ci viene esplicitamente detto delle sue caratteristiche psicologiche, ma si capisce che è testardo. Durante la prima Guerra Mondiale voleva a tutti i costi combattere, e per convincere gli ufficiali ad arruolarlo suggeriva che il suo scarso peso era perfetto per l’aviazione. Invece lo misero a guidare autocarri, e quando rimase isolato per un bombardamento un’intera settimana in una campagna nei pressi di Verdun non perse tempo a spaventarsi, ma si mise a trascrivere il canto degli uccelli. Non ha grandi legami, non ha moglie; leggenda o pettegolezzo (ma nel Novecento incalzante tendono ad assomigliarsi sempre di più) vuole che frequenti prostitute e bordelli – del resto sono molti, da Satie a Alma Mahler, a sparlare di lui a proposito dei più svariati soggetti. Però, oltre ai tanti ammiratori, come quelli che lo accolgono nella trionfale tournée negli Stati Uniti (per esempio Gershwin che viene trattenuto nei suoi ardori di devoto con gentile insofferenza), ha degli amici e una fitta rete di relazioni. per certi occasionali stimoli mondani che, proprio negli anni finali della sua vita, mentre una malattia neurodegenerativa trasforma la sua abituale spossatezza in un desolante e aggressivo smarrimento, compone il celebre Concerto per la mano sinistra (per Paul Wittgenstein, il fratello di Ludwig, che è mutilato di un braccio), e l’opera che lo farà conoscere ben oltre la cerchia d’intenditori del classico moderno, la musica che diventa il refrain di un certo ardore esotico e nostalgico novecentesco, il Bolero. Dopo, tutto preannuncia la fine. La memoria gli viene meno persino quando sta nel paese della sua infanzia, Saint-Jean-de-Luz, nella regione basca, e il mare lo conforta mentre nuota verso l’orizzonte, e gli amici di sempre lo portano in giro in completo elegante ma leggero, spesso senza cappello, tra i giocatori di pelota con l’immancabile gauloise tra le dita. In seguito a un incidente di macchina le sue condizioni si aggravano: le idee gli restano imprigionate nel cervello, il pianoforte – che lo ha sempre affaticato e un po’ confuso – ormai è perduto, e gli spartiti gli riescono indecifrabili. « sempre stato solo, ma sospeso alla musica»: la musica lo abbandona insieme alla vita, in un rapido crepuscolo che Echenoz fa passare sotto i nostri occhi senza sottolineature come a significare che la morte, anche la morte di un genio, non è che una dissolvenza. • Il libro: Jean Echenoz, «Ravel – Un romanzo», traduzione di Giorgio Pinotti, Adelphi, pp. 116, Ravel (1875-1938)