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 2007  marzo 29 Giovedì calendario

In concomitanza con l’arresto in Brasile di Cesare Battisti, potrebbe spiegare brevemente come sia possibile che terroristi assassini abbiano trovato protezione in Francia con la non possibilità di estradizione? Per me una cosa del genere è incomprensibile

In concomitanza con l’arresto in Brasile di Cesare Battisti, potrebbe spiegare brevemente come sia possibile che terroristi assassini abbiano trovato protezione in Francia con la non possibilità di estradizione? Per me una cosa del genere è incomprensibile. Angelo Cannova acannova@ hispeed.ch Caro Cannova, lei vive in Svizzera, un Paese che ha spesso aperto le sue porte agli esuli politici, ma lo ha fatto generalmente con discrezione, prudenza e un pizzico di calcolo. La Francia invece considera l’accoglienza degli esuli un tratto distintivo della sua identità nazionale. la terra della libertà, della eguaglianza, della fraternità, dei principi universali nati dalla sua grande rivoluzione. In questo atteggiamento vi sono certamente molta retorica, un po’ di narcisismo e parecchie contraddizioni. Se leggerà le memorie di Leo Valiani e di Arthur Koestler lei scoprirà con quale durezza la Francia trattò gli esuli politici che erano sul suo territorio nel 1940, allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Ma non sarebbe giusto dimenticare l’accoglienza degli esuli russi dopo la Rivoluzione d’Ottobre, quella degli antifascisti nella seconda metà degli anni Venti e, prima ancora, degli esuli risorgimentali verso la metà dell’Ottocento. In un libro recentemente pubblicato dall’editore Franco Angeli, Nino Del Bianco ha raccontato la storia di Enrico Cernuschi, combattente delle Cinque giornate, patriota italiano e banchiere francese. Aveva preso parte alla resistenza contro la Francia a Roma durante gli ultimi giorni della Repubblica Romana ed era stato incarcerato a Civitavecchia. Ma furono gli amici francesi che persuasero le autorità di Parigi a liberarlo e a dargli un visto d’ingresso. Fu la Francia che riconobbe i suoi meriti di grande finanziere e gli dette, dopo la guerra franco-prussiana, la sua cittadinanza. Questo autocompiacimento ha giocato alla Francia qualche brutto tiro. Per alcuni anni, dopo l’inizio del terrorismo basco, le autorità di Parigi rifiutarono di collaborare con la polizia spagnola e lasciarono che i militanti dell’Eta attraversassero impunemente la frontiera per cercare rifugio fra i baschi francesi. Erano convinte che le responsabilità maggiori fossero del governo di Madrid e cambiarono linea politica soltanto quando si resero conto che il separatismo dell’Eta rischiava di contagiare i Pirenei francesi. Qualcosa del genere è accaduto con i terroristi italiani fuggiti in Francia durante gli anni Settanta e Ottanta. Anche in questo caso i francesi hanno creduto di essere fedeli ai loro principi e alla loro vocazione. A tale sentimento hanno molto contribuito i loro intellettuali, spesso di origine sessantottina, convinti che la rivolta contro lo «Stato democristiano» e i governi di solidarietà nazionale contenesse un legittimo e insopprimibile spirito di libertà. Grazie a questa solidarietà intellettuale e generazionale è accaduto in Francia qualcosa di simile a ciò che è accaduto in Italia per Adriano Sofri. Negli anni della sua presidenza François Mitterrand ha assecondato questa tendenza. Amava gli intellettuali, li frequentava, li chiamava alla sua corte e volle dare alla loro corporazione un segno della sua illuminata benevolenza dichiarando che la Francia avrebbe aperto le sue porte a coloro che non avevano le mani sporche di sangue: una distinzione che finisce per condannare gli esecutori e assolvere i mandanti. Sembra che la Francia sia ora disposta ad adottare una diversa linea politica e giudiziaria. Ma esistono sempre gli intellettuali. Sono brillanti, vezzeggiati dalla pubblica opinione e dal potere, segnati dalla loro formazione rivoluzionaria sulle barricate del ’68 e capaci, purtroppo, di tragiche sviste.