Corriere della Sera 07/01/2007, pag.33 Sergio Romano, 7 gennaio 2007
Come tenere lo Stato fuori da Palazzo Koch. Corriere della Sera 7 gennaio 2007. Il governatore Draghi ha recentemente parlato della proprietà della Banca d’ Italia
Come tenere lo Stato fuori da Palazzo Koch. Corriere della Sera 7 gennaio 2007. Il governatore Draghi ha recentemente parlato della proprietà della Banca d’ Italia. Credo che la maggior parte degli italiani, come me, abbia sempre pensato che la Banca d’ Italia fosse di proprietà dello Stato. Posso chiederle in che modo la Banca d’ Italia è diventata privata? O meglio, è mai stata davvero di proprietà pubblica? O ancora, se mai è stata ceduta dallo Stato alle banche private, quando e a quali condizioni ciò è avvenuto? Ma a partire da questo dato storico: quali pretese potrebbero accampare i proprietari privati della Banca d’ Italia per restituirla allo Stato? edopilia@tiscali. Caro Pilia, la Banca d’ Italia fu figlia di uno delle peggiori vicende della storia nazionale. Nell’ anno della sua costituzione (1893), l’ Italia aveva sei istituti di emissione: la Banca Nazionale nel Regno, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e, dal 1870, la Banca Romana. Fu quest’ ultima, alla fine degli anni Ottanta, la pietra dello scandalo. Quando una ispezione ministeriale accertò nel 1889 che l’ istituto romano aveva emesso denaro al di là del limite consentito e addirittura stampato «doppioni» per una somma pari a nove milioni, la rivelazione travolse il governo Giolitti, sfiorò la monarchia e intaccò l’ immagine di alcuni fra i maggiori uomini politici italiani. Il grande merito di Giolitti, prima delle dimissioni, fu quello di preparare una legge sul «riordinamento degli istituti di emissione» che venne approvata nell’ agosto del 1893. Fu deciso che tre banche (la Banca Nazionale e le banche toscane) si sarebbero fuse e avrebbero creato una società per azioni denominata Banca d’ Italia a cui fu affidato, dieci mesi dopo la sua nascita, il servizio di tesoreria dello Stato. L’ Italia ebbe quindi da quel momento una banca centrale privata, autorizzata a svolgere, per conto e nell’ interesse dello Stato, un certo numero di funzioni. Tralascio i passaggi successivi, caro Pilia, e vengo alla legge bancaria del 1936, adottata dal governo Mussolini dopo il terremoto industriale e finanziario provocato dalla grande crisi americana del 1929, ma scritta in buona parte dai vertici della Banca. Come ricorda Alfredo Gigliobianco nel suo libro su «Via Nazionale» edito da Donzelli nel 2006, la Banca d’ Italia «fu riconosciuta formalmente come un istituto di diritto pubblico: le azioni in mano ai privati furono rimborsate e le quote di partecipazione al capitale furono riservate solo a particolari enti (casse di risparmio, istituti di credito di diritto pubblico, banche di interesse nazionale, istituti di previdenza e di assicurazione)». E la sua azione creditizia «prima estesa a tutti gli operatori (industrie, privati ecc.) fu limitata al settore bancario». La situazione oggi è quella di allora, ma con una importante differenza: le banche proprietarie sono diventate, negli anni Novanta, private. Non è opportuno, naturalmente, che la Banca centrale sia posseduta da coloro su cui deve esercitare il suo controllo. Per la verità questo potenziale conflitto d’ interessi non ha mai impedito a Via Nazionale di fare il suo lavoro. Ma certe promiscuità è meglio evitarle. Si è tentato di farlo con la legge sul risparmio, approvata nell’ ultima legislatura e dovuta in buona parte a Giulio Tremonti, che prevede il trasferimento coatto delle quote detenute dagli attuali proprietari per la somma di 800 milioni di euro. Come ha spiegato Massimo Mucchetti in un articolo apparso nel Corriere del 10 dicembre, la legge suscita qualche obiezione. La Banca è preoccupata soprattutto della propria autonomia e non vuole diventare «statale», mentre le banche sostengono che l’ istituto di Via Nazionale non vale 800 milioni, ma fra i 12 e i 15 miliardi, se non addirittura 40. probabilmente vero, ma Mucchetti ricorda che le attività della Banca d’ Italia sono svolte «in regime di esclusiva per conto dello Stato» e che «l’ investimento reale fatto dai quotisti è pari a 156 mila euro del ’ 36 che equivalgono a 275 milioni di oggi». Alla fine del suo articolo l’ autore si chiede quale sia il modo migliore per assicurare l’ autonomia della Banca d’ Italia e garantire ai proprietari un equo rimborso. La risposta, se ho ben capito, è questa. Bisognerebbe anzitutto che i proprietari si accontentassero di una somma più modesta, anche se superiore a quella prevista da Tremonti. E si potrebbe permettere «il riacquisto delle quote a opera della Banca d’ Italia (che ne avrebbe i mezzi) e la loro contestuale riassegnazione all’ intero sistema bancario in tante piccole carature con rigidi vincoli al possesso e al commercio delle medesime». Insomma la Banca d’ Italia, se ho ben capito, diventerebbe una sorta di public company, vale a dire un istituto in cui il vero responsabile, di fronte al Paese è il suo vertice. Sergio Romano