La Repubblica 07/01/2007, pag.48 Natalia Aspesi, 7 gennaio 2007
Donatella Versace. La Repubblica 7 gennaio 2007. Milano - «Poi finalmente mi sono perdonata». Di che? «Di aver fatto cose che mi hanno segnato, di aver fatto del male alle persone cui volevo bene, di aver fatto male a me stessa»
Donatella Versace. La Repubblica 7 gennaio 2007. Milano - «Poi finalmente mi sono perdonata». Di che? «Di aver fatto cose che mi hanno segnato, di aver fatto del male alle persone cui volevo bene, di aver fatto male a me stessa». I giornali scrivono, «è la bionda più celebre del mondo», gli americani la chiamano con confidenziale venerazione, «the Donatella», o anche DV, come il marchio di una vita nuova che la separa finalmente dagli anni oscuri in cui pareva che tutto si stesse perdendo: l’ azienda, la famiglia, soprattutto lei, Donatella Versace. «Invece sono sopravvissuta: alla morte di Gianni, agli anni difficili della Versace, alla fine del mio matrimonio, alla paura di non farcela, alla fragilità di mia figlia, alla solitudine, alla cocaina. E se riesci a perdonarti ti senti fortissima, sai che puoi ricominciare da capo, andare avanti». Ci sono stati anni in cui incontrare Donatella era difficile, la obbligava il lavoro a certe stanche conferenze stampa in cui si facevano domande impacciate a questa signora addobbata da fashionstar, obbligata a impersonare una donna vincente, sicura di sé, mondanissima, di massima e invidiabile fortuna, regina di un suo mondo di vistose celebrità, divi del rock e del cinema, miliardari, top model: ma era il suo sguardo sfuggente, ferito, a far intravedere un’ altra storia, quella di una persona braccata, sofferente, con i pensieri lontani, tenebrosi e spaventati. Tutti immaginavano, tutti mormoravano, tutti tacevano, e non sempre per comprensione umana o per autentico affetto, ma perché, si sa, il mondo della moda con tutto il suo denaro, è sacro e intoccabile. Adesso davvero Donatella Versace è un’ altra donna, si è ricostruita (45 minuti di aerobica, 20 di pesi, tutti i giorni) un corpo sottile, scattante, impaziente: ha 50 anni, «ma l’ età anagrafica non conta, anche se io non mi sento obbligata ad essere giovane, non me ne importa niente. Conta invece l’ energia che ho ritrovato, che mi è indispensabile per tenere insieme tutto, per attraversare senza paura giornate pesanti di lavoro, di responsabilità, di creatività, di rappresentanza, soprattutto di amore per i miei figli che accompagnano ogni mio pensiero». L’ abbronzatura perenne, i tacchi estremi, l’ abito che la fascia, un tempo sempre nero, adesso nei colori luminosi, i gioielli della casa, le ciglia spropositate attorno agli occhi verdi ramati, e soprattutto la tenda di capelli biondo metallo copiata ovunque da milioni di ragazze, sono come una sua divisa da lavoro, sono l’ estetica della griffe, sono il fulcro della sua perenne, indispensabile riconoscibilità. Il suo corpo minuto e scolpito è di Donatella ma ancor più appartiene alla Maison Versace: è la sua visibilità che promuove il prodotto, ancora più delle meravigliose modelle che dilagano ovunque, dorate ed evanescenti, per lanciare borse e vestiti, profumi e scarpe, lenzuola e mobili, gioielli e occhiali e adesso anche gli alberghi a sette stelle (a Melbourne, a Dubai), e una flotta di jet privati di lusso assoluto. La vera Donatella si rifugia ancora una volta nello sguardo, libero adesso di far trapelare la timidezza, la riservatezza, le incertezze, il bisogno grande di affetto. Tra pochi mesi saranno dieci anni e pare impossibile che siano volati così veloci e crudeli, da quel mattino del 15 luglio 1997, quando nel sole terso di Miami, Gianni Versace cadde assassinato sui gradini della sua sontuosa villa, Casa Casaurina. Donatella stava preparando a Roma la sfilata televisiva di Piazza di Spagna quando le portarono la notizia; i suoi due bambini, Allegra, allora undicenne, e Daniel, di sei anni, seppero dalla televisione che quello zio favoloso, generoso, adorato, non li avrebbe mai più abbracciati, viziati, divertiti. Dieci anni non sono bastati a Donatella, al fratello Santo, ai ragazzi, a liberarsi dalle ombre di quella tragedia, e del resto per tanti restano indimenticabili le immagini di quel funerale nel Duomo di Milano con una partecipazione di star come la città non ne aveva mai vista. C’ era anche la principessa Diana, in lacrime, che aveva ancora solo poche settimane di vita. Gli opulenti, smemorati eccessivi anni ’90 finirono proprio nell’ estate del ’97: se ne erano andati l’ artista che aveva vestito la bellezza e la sfrenatezza di quel decennio, la principessa bella e nervosa che lo aveva illuminato con la sua infelicità e i suoi amanti. «Stiamo pensando a come ricordare Gianni, senza clamore, nel rispetto delle sue grandi passioni, la moda, l’ arte: vogliamo un curatore di talento e sensibilità che sappia restituire con una mostra la ricchezza di queste sue due passioni». Gianni e Donatella, dieci anni di differenza, arrivati dalla Calabria a conquistare quella "Milano da bere" che cercava una sua nuova visibilità travolgente, lussuosa, smodata: legati al fratello maggiore Sandro ma quasi in simbiosi tra loro, Donatella e Gianni, il creatore e la sua musa. «Poi, dopo la tragedia, a parte il dolore e il vuoto, mi piombò addosso la responsabilità di essere io la creativa, e senza neppure una musa: la paura del confronto mi terrorizzava, lavoravo non sentendomi all’ altezza, non fidandomi mai di me, continuando a pensare, ma lui cosa farebbe oggi? Gianni non si innamorava mai di quello che faceva, se ne dimenticava subito, preso da altre curiosità, molto attento alla realtà, ai cambiamenti». L’ azienda arrancava, il fatturato scendeva, il crudelissimo mondo della moda aspettava la fine: «La famiglia ha capito, ha fatto un passo indietro, abbiamo venduto case, opere d’ arte, tagliato rami secchi, soprattutto assunto un grande manager, Giancarlo De Risio, e oggi la Versace va benissimo». Le due ultime sfilate, uomo e donna, per la prossima primavera, sono state un grande successo, c’ è chi le ha definite le più belle delle stagione milanese. «Forse per la prima volta erano davvero mie. Ho messo dieci anni, e tanta sofferenza, per liberarmi dal Dna che mi ancorava a Gianni e mi impediva di essere me stessa, di andare avanti, di confrontarmi coi cambiamenti della società ma anche con i miei gusti più profondi. Oggi non è più tempo di top model, di esibizionismi, di volgarità, di nudo; ho capito che la bellezza femminile non è più solo esteriore, ma è fatta di contegno, di determinazione, di cultura, di interiorità. Anche il lusso è cambiato e la Versace punta ormai soprattutto sul grande lusso: non addobbi, non sfarfallio, ma pulizia, semplicità, taglio perfetto, tessuti meravigliosi». Lo si vedrà tra una settimana con la sfilata della nuova collezione maschile per il 2008. Si accusa la moda di essere tra le cause dell’ anoressia proponendo modelle magrissime. «è una stupidaggine, noi non facciamo sfilare modelle scheletriche, ma solo ragazze molto belle, molto giovani, alte e ovviamente sottili. L’ anoressia non c’ entra con la moda, quindi con l’ esteriorità: è una tremenda malattia dell’ anima, una nera sofferenza, collegarla ai vestiti, alle modelle, vuole dire essere molto superficiali, non sapere». Donatella sa: Gianni è morto in luglio, ad agosto Allegra si è staccata leggera dal cibo come da un nemico, con tutto lo sperdimento eppure la forza di una bambina sopraffatta da una perdita inaccettabile; farsi del male era il suo modo infantile e doloroso di difendersi dall’ angoscia oscura che la imprigionava. Allora: adesso Allegra ha 20 anni, vive negli Stati Uniti, frequenta corsi di finanza e di recitazione, è una ragazza dalla bellezza delicata, con una sua grazia aristocratica e misteriosa, begli occhi chiari dallo sguardo grave. Internet pullula di siti in cui appaiono sue foto, è un personaggio mediatico molto amato, molto ammirato, soprattutto i giovani la complimentano adesso per la sua avvenenza non più emaciata. A 18 anni Allegra è diventata la maggior azionista della Versace, zio Gianni, contro ogni aspettativa, aveva lasciato a lei, undicenne, il 50 percento dell’ azienda: «Tra qualche anno deciderà lei: se vorrà fare l’ attrice saremo felici, se vorrà occuparsi della Versace, ancora di più, anche perché suo fratello Daniel, che ha 16 anni, ha scelto la musica, compone, suona la chitarra, ha una sua band». è un ragazzone bello, gentile, educato, tanto più alto di sua madre cui sta vicino con gesti protettivi. «Sono fiera di lui, ha molto talento e io me ne intendo, adoro il rock, dai Red Hot Chili Peppers ai Killers». Madre e figlio sono legati da un affetto sereno, madre e figlia dal dolore che hanno attraversato. Una notte, una intera notte del 2004, gli amici, soprattutto Elton John, hanno lottato per convincere Donatella che così non poteva più andare avanti: la mattina dopo lei ha preso un aereo per l’ Arizona ed è entrata in una clinica per la disintossicazione: «Ero arrivata ad odiarmi, ma non riuscivo a modificare la mia vita: andavo alla deriva, ma non mi bastava saperlo, bisognava che trovassi il coraggio di ammettere i miei errori a voce alta, davanti a chi mi voleva bene, ai miei figli, e di scusarmi con loro. L’ ho fatto e sono ripartita da zero». La nuova Donatella ha riscoperto l’ amicizia femminile: «Miuccia Prada mi ha conquistato con la sua autonomia, il suo talento, la sua cultura, le sue risate. Gli opposti si attraggono, è vero, ma noi due alla fine siamo molto simili». All’ inaugurazione della Scala l’ accompagnava Rupert Everett, amico di sempre, che le ha dedicato un capitolo della sua divertente autobiografia, Red Carpets And Other Banana Skins (Tappeto rosso e altre bucce di banana). La ricorda anni fa, come «un kamikaze biondo in cuoio nero e tacchi a spillo, cui mancava solo una mitragliatrice», che entra nella stanza dove lui, Gianni «e un pio gruppo di barbuti come lui», stentano a conversare. «C’ era uno strano legame tra fratello e sorella, una trasmissione di energia. Apparivano formali, quasi militareschi uno con l’ altro, parlando sommessamente in italiano. Poi lei se ne andò. Probabilmente per assistere a qualche esecuzione, pensai». Dopo la tragedia, a poco a poco, Donatella ed Everett si sono legati sempre di più, negli anni delle follie, nella nuova maturità. Adesso «lei sembra felice e rilassata. E’ tornata in lei. è la sorellina e l’ icona, la madre e l’ amica, tutto insieme». Il passato si dissolve e comunque «Donatella non guarda mai indietro». è vero, oggi ha imparato a guardare solo davanti a sé: dice, «Adesso voglio rimettermi in gioco in tutto, anche in amore». Natalia Aspesi