Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 28/3/2007, 28 marzo 2007
Sapete perché l’Italia potrebbe veder bene un’Agenzia europea degli armamenti? Perché, investendo un quarto della media continentale pro capite, avrebbe voce in un capitolo ben maggiore
Sapete perché l’Italia potrebbe veder bene un’Agenzia europea degli armamenti? Perché, investendo un quarto della media continentale pro capite, avrebbe voce in un capitolo ben maggiore. Più influenza a parità di spesa. Non a caso Francia e Regno Unito, i due Paesi che più spendono per la difesa, diffidano dell’integrazione dei procurement, come i generali chiamano gli approvvigionamenti. Eppure, la tendenza mondiale dei produttori e dei mercanti di cannoni... Gli accademici usano le teorie per interpretare la realtà e vincere i duelli intellettuali. Gli uomini d’impresa cercano di risolvere i problemi asservendo allo scopo i modelli culturali. Per questo i primi scrivono e gli altri, di solito, no. Industriali, dirigenti e banchieri possono aprire i libri delle memorie o delle filosofie, ma evitano il presente e il futuro degli affari. Alessandro Pansa, con pochissimi altri, fa eccezione. Condirettore generale di Finmeccanica, Pansa pubblica ne La difesa europea (il Melangolo, pagine 205, e 25) un cospicuo saggio sull’industria delle armi accanto a un altro sulle politiche dello strategist Antonio Missiroli. Non parla, il top manager, di Finmeccanica, ma del suo mondo. Il che non è poco. Usa informazioni tratte da fonti aperte e però rilette con l’occhio dell’insider che individua senza fallo i rapporti di potere e le convenienze di un’industria dove l’economia si intreccia con la ragion di Stato. Pansa ha un’idea generale: l’Unione europea – magari solo con i soci più convinti – farebbe bene ad adottare il modello del Paese, il Regno Unito, che all’Europa crede meno. Ma a questa scelta arriva dopo aver esaminato laicamente i pro e i contro dei diversi sistemi nazionali: l’italiano, certo; ma anche e soprattutto quelli di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Russia che, per il Vecchio Continente, potrà diventare un soggetto più insidioso della Cina, rivale strategico della Casa Bianca. Benché le forze armate restino un cardine della politica estera, il crescente peso degli investimenti rende soffocanti sia la tradizionale autarchia che gli assetti proprietari chiusi dell’industria militare. Tranne il colosso americano e, un domani, la Cina, tutti cercano di condividere le spese e spalmarle su produzioni più ampie. L’affare è troppo pesante per lasciarlo alle famiglie o anche agli Stati, afflitti dal deficit della finanza pubblica. Pansa ritiene fatale, a gioco lungo, la supremazia di public company sopranazionali e, con garbo, protette. A Londra non interessa la proprietà delle imprese quanto la localizzazione sul patrio suol di ricerca e produzione. Bae System non ha padroni, ma gli azionisti istituzionali britannici non consegneranno mai i titoli a un raider senza l’assenso di Downing Street. L’ Europa può farcela se riuscirà a fare i conti con la Francia. Pansa rimette in luce i rischi della, peraltro, improbabile fusione tra Eads e Thales, i due colossi d’Oltralpe produttori l’uno di aerei e l’altro di sistemi d’arma e di comando, per sostenere l’integrazione transnazionale per specializzazioni, ovvero l’opzione Finmeccanica. Che, però, trova il suo limite nella mancata integrazione dei procurement. L’autore si ferma qui: l’industria militare, come osserva Missiroli, è più avanti della politica ma non può concludere da sola. I «costruttori di pace» avrebbero di che imparare, magari per smontare tutto. Chi ha responsabilità di governo avrebbe di che chiedersi se quest’Italia dal braccino corto possa bastare a Finmeccanica e se Finmeccanica – con lo Stato nella stanza dei bottoni – possa bastare all’Italia.