Sergio Rizzo, Corriere della Sera 28/3/2007, 28 marzo 2007
ROMA – Nessuno è disposto ad ammetterlo pubblicamente. I diretti interessati, anzi, sostengono che è ancora prematuro parlare di soldi
ROMA – Nessuno è disposto ad ammetterlo pubblicamente. I diretti interessati, anzi, sostengono che è ancora prematuro parlare di soldi. In realtà le grandi manovre sono in corso da mesi. Si calcolano le quote, si fanno le stime dei costi, ci si esercita sulle forme, pure le più prosaiche, che potrà assumere il futuro Partito democratico. certo, per esempio, che non sarà una fusione come quelle che di solito avvengono fra due società che decidono di concentrarsi. Democratici di sinistra e Margherita daranno infatti vita a un nuovo soggetto giuridico nel quale non confluiranno i rispettivi patrimoni. Sarà una terza «società» che i due azionisti alimenteranno con denaro o risorse di altro genere, in rapporto alle rispettive quote «sociali». Certamente proporzionali al rapporto elettorale delle due formazioni politiche all’interno dell’Ulivo: 62% circa per i Ds e 38% circa per la Margherita. Tenendo conto dei possibili arrotondamenti il partito di Piero Fassino potrebbe avere in tasca il 60% delle «azioni» del Partito democratico e quello di Francesco Rutelli il 40%. La nascita del nuovo soggetto richiederà una iniezione di capitali, poi il Partito democratico dovrebbe via via essere alimentato dal tesseramento e dai rimborsi elettorali. E magari da qualche altro meccanismo, se andrà in porto il progetto di costituire fondazioni legate ai partiti destinatarie di contributi pubblici, su cui tutte le formazioni politiche di destra e di sinistra concordano, a eccezione dei Radicali e dell’Italia dei Valori. Ma che questa semplificazione politica del centrosinistra comporti anche qualche risparmio, è tutto da dimostrare. C’è pure chi è convinto dell’esatto contrario. Emanuele Macaluso, dirigente storico del Pci, lo ha scritto ieri in un articolo sul Riformista. Il direttore delle Nuove Ragioni del Socialismo ha preso spunto da un intervento del tesoriere della Quercia Ugo Sposetti, che qualche giorno fa sull’Unità aveva affermato la tesi che in Italia i partiti non sono adeguatamente sostenuti dal punto di vista economico, proponendo il ritorno al finanziamento pubblico (che in realtà non è mai stato abbandonato ma ha soltanto assunto la forma dei rimborsi elettorali). «Caro Sposetti, temo che con il Partito democratico aumenteranno le cordate e le cose peggioreranno», ha scritto Macaluso. Difficile dire se la profezia troverà conferme. Si tratterà innanzitutto di vedere che cosa resterà in vita degli apparati dei due partiti. Costretti a sopravvivere e non a dissolversi dentro il nuovo partito per una ragione molto semplice: perché un matrimonio in comunione dei beni in caso di divorzio potrebbe avere conseguenze devastanti. E chissà se l’ultima mossa dei Ds non sia anche motivata da questo pericolo. Sposetti è riuscito a riportare l’indebitamento della Quercia sotto controllo. L’esposizione con le banche, in gran parte rappresentata dai vecchi debiti dell’Unità, è scesa ormai al di sotto del 140 milioni. Non soltanto: a Natale dello scorso anno sono state rinegoziate le rate dei pagamenti con gli istituti bancari creditori. E il partito ha anche riacquistato quasi tutti gli immobili che erano stati ceduti per ridurre l’indebitamento. Una ragione in più per mettere il patrimonio al riparo da ogni possibile rischio, collocandolo in una Fondazione. Un’altra scatola ancora, ancora più lontana dai debiti residui ma anche da altri problemi. Che ci sono, eccome. Per quanto il piano di scorporo del patrimonio immobiliare sia mantenuto ancora rigorosamente top secret, la cosa non ha mancato di generare qualche allarme nel Correntone, quella parte della Quercia che fa riferimento a Cesare Salvi e Fabio Mussi, fermamente contraria al Partito democratico. Dove questa domanda circola ormai con insistenza: che cosa succederà nel caso di una scissione?