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 2007  marzo 28 Mercoledì calendario

MARINA VERNA

CORRISPONDENTE DA BERLINO
I pessimisti prevedevano un 2007 difficile per l’economia tedesca, frenata nei consumi interni dall’aumento dell’Iva del tre per cento - dal 16 al 19 - entrato in vigore a gennaio. Gli ottimisti speravano nella tenuta dell’export, che l’anno scorso ha raggiunto i 740 miliardi di dollari, facendo della Germania il campione mondiale davanti agli Stati Uniti, relegati a numero due con 720 miliardi di dollari. Si sbagliavano entrambi: l’economia tedesca tira oltre qualunque aspettativa, e a spingerla sono proprio i consumi interni. Ieri è arrivata la certificazione dell’Ifo, l’Istituto per l’Economia di Monaco che dal 1991 misura la fiducia delle aziende tedesche ed è considerato il principale barometro dei mercati tedeschi: nel mese di marzo il suo indice è salito a 107,7, mentre le previsioni degli analisti lo posizionavano sul 106,5. Appena è stato diffuso il nuovo dato, l’euro è salito contro il dollaro.
Dopo il record di dicembre - 108,7, l’indice più alto degli ultimi quindici anni (ma era imminente l’aumento dell’Iva e tutti anticipavano gli acquisti importanti) - c’era stata una flessione in gennaio e febbraio.Attesa, e dunque facilmente digerita, tanto più che comunque l’Ifo era sempre al di sopra della media del 2006. Adesso la sorpresa di primavera: la Germania è stabilmente ritornata al suo ruolo di locomotiva d’Europa. E in quella posizione resterà a lungo. «Lo sviluppo è forte e robusto - è stato il commento di Hans-Werner Sinn, presidente dell’Istituto Ifo -. Il boom potrebbe durare per tutto il decennio. A settembre i disoccupati scenderanno sotto la soglia dei quattro milioni».
L’ottimismo di Sinn è condiviso anche dagli altri istituti di ricerca. Mentre il governo si mantiene prudente e parla di una crescita dell’1,9 per cento, l’Ifw prevede per il 2007 una crescita del 2,8 per cento e il Rwi ha corretto nei giorni scorsi la sua previsione, portandola dal +1,9 al +2,3 per cento. Le aziende hanno il portafoglio ordini gonfio di nuove commesse.
I sindacati stanno chiedendo di far partecipare agli utili chi aiuta a produrli e, dopo anni di restrizioni per guadagnare in competitività, ora chiedono il 7 per cento in più. E i parsimoniosi tedeschi hanno smesso di rigirarsi tra il pollice e l’indice ogni euro prima di spenderlo. (Marina Verna)

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Oggi, «la Germania è un esempio classico di come devono essere condotte le riforme di mercato secondo le regole dell’unione monetaria e di come esse siano efficaci». Parole e musica della Bundesbank.
Erano dieci anni che la voce di ferro della banca centrale tedesca non faceva sentire i suoi moniti ai Paesi vicini. I peggiori dieci anni dell’economia tedesca. I suoi economisti, raccontava Rudi Dornbusch, dopo l’addio al marco ti inseguivano per offrirti un caffè pur di avere qualcuno che li ascoltasse ancora. Ora la Bundesbank ha rialzato la bacchetta magistrale: la Germania «è tornata la locomotiva per i Paesi partner» e questi non «hanno alternativa» che seguirne l’esempio. Già. Magari.
Negli ultimi sei anni, fatto 100 il costo unitario del lavoro in Germania, quello italiano è cresciuto oltre 120. Il deficit commerciale tedesco, pari a 6 miliardi nel ”98, oggi è un surplus di 61 miliardi (dati 2006), grazie anche al vantaggio competitivo ritrovato ai danni di Francia, Spagna, Italia, Belgio e Austria.
Noi ci consoliamo pensando che l’economia tedesca è la marea che alza tutte le barche, compresa l’Italia. Ma a guardare dietro i dati della Bundesbank, si vede che la locomotiva viaggia su un doppio binario: il primo, alimentato dal recupero di competitività del lavoro, mangia quote di commercio in Europa; il secondo, attraverso la riqualificazione delle produzioni di beni intermedi, conquista quote del commercio mondiale.

Secondo una stima - pur non dettagliata - dei dati disponibili, si può calcolare che la crescita dell’economia tedesca ha un effetto di trascinamento sulle economie vicine pari a poco più di metà di quello degli Anni Ottanta, con effetti di selezione tecnologica che si vedono bene anche nella ripresa italiana: solo le imprese che hanno saputo migliorare il contenuto della produzione tengono il passo della crescita globale, le altre chiudono.
La Bundesbank riduce la lezione tedesca a poche note: il corso moderato della politica salariale, la forte diversificazione internazionale della produzione e le recenti riforme del mercato del lavoro. Il vero epicentro del cambiamento tedesco è in realtà più remoto e traumatico: era il 1996 quando la società Viessmann annunciò che avrebbe spostato la produzione nei Paesi dell’Est se i sindacati non avessero accettato di allungare l’orario di lavoro senza compenso salariale. Cominciarono processi di moderazione sindacale e, successivamente, di rinnovamento tecnologico nelle imprese, che mutuavano credibilità l’uno dall’altro e che hanno portato alla nascita di una decina di distretti dell’alta tecnologia da Dresda a Düsseldorf, da Berlino a Monaco.
Si tratta di percorsi lunghi e dolorosi. La stessa Bundesbank riconosce che senza moderazione salariale la crescita economica sarebbe stata superiore, ma avrebbe poggiato su basi fragili. La minaccia della delocalizzazione è stata implacabile e la disciplina imposta dai fondi di private equity sanguinosa. La disoccupazione è salita sopra quota cinque milioni, più che ai tempi di Weimar, prima di scendere verso l’obiettivo dei tre milioni.
La lezione politica è per l’Italia altrettanto importante di quella industriale. Negli Anni Novanta, Berlino avrebbe voluto frenare il processo di ristrutturazione per governarlo, come avveniva negli Anni Settanta. Ma in un’economia aperta, ciò non poteva riuscire. L’errore di Schroeder è stato di dare credibilità al processo di riforma dell’economia solo negli ultimi anni alla cancelleria, rendendo più rapido l’ammodernamento del lavoro e del capitale. Solo allora la fiducia di imprese e consumatori è ripartita, anche se ne ha tratto beneficio Angela Merkel. C’è d’altronde una contraddizione tra le politiche di riforma strutturale e quelle di risanamento dei bilanci pubblici, sul breve termine le une possono non essere compatibili con le altre. E’ solo sul lungo termine che riforme e stabilità si rafforzano reciprocamente. I tempi possono essere più lunghi di quelli dettati dalle scadenze elettorali. in quei frangenti che gli uomini di Stato si distinguono.
Per un Paese come l’Italia, che vive perennemente sull’orlo della crisi di governo, è bene sapere che le conseguenze possono segnare il destino di un popolo. Oggi si stima che la crescita tedesca dei prossimi dieci anni sarà più alta di quella americana (Carlo Bastasin)

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«Lei ha molto coraggio, signor cancelliere. Sappia che l’aspetta il triste destino di tutti i riformisti liberisti: il successo arriva quando chi l’ha promosso non è più in carica da tempo». Così disse Michael Burda - direttore dell’Istituto di Teoria Economica all’Università Humboldt di Berlino - a Gerhard Schroeder il 17 maggio 2004, tre giorni dopo la presentazione ufficiale del suo programma di riforme, «Agenda 2010». La profezia si è avverata.
Professor Burda, è d’accordo che il merito della ripresa va alle riforme dei socialdemocratici?
«Certamente la riforma del mercato del lavoro è stata la premessa di questo successo. Ma il cancelliere Schroeder l’ha introdotta a dispetto del suo partito, che l’ha punito costringendolo a dimettersi da presidente. Anche se non ha fatto la Thatcher, anche se non ha imposto nessuna riforma radicale. Ma è una regola generale delle riforme, come si era già visto nel dopoguerra: inizialmente richiedono molto denaro e creano nuova disoccupazione, solo in un secondo tempo ripagano di tutto».
E all’attuale cancelliere, Angela Merkel?
«A lei va il merito di non aver cambiato la rotta. Con il suo silenzio, ha implicitamente rassicurato il mercato internazionale dei capitali sul fatto che le riforme erano irrevocabili. Ora deve completarle. Il momento è buono, le cose vanno bene, la gente non ha motivo di scendere in strada a protestare. Se non ora, quando?».
Riuscirà a riformare anche la burocrazia?
«Spero. Per aprire una nuova azienda in Germania occorrono 45 giorni, in Danimarca ne bastano quattro. In Germania si chiede un capitale di partenza troppo grande, il che frena molti piccoli imprenditori. Eppure sono le società piccole e medie che creano nuova occupazione. E.bay è un esempio interessante: in dieci anni ha creato in Germania ottocento posti di lavoro».
L’alto costo del lavoro e delle pensioni non è un freno?
«Se le pensioni e la sanità dipendessero dai propri investimenti, tutti diventerebbero molto più responsabili e molto più interessati a far funzionare bene l’economia. Si preoccuperebbero del valore delle azioni e della competitività globale. Molti invece temono che la reponsabilità personale significhi soffrire. Non è vero. Da quando è stato introdotto il ticket per le visite mediche, la gente va certamente meno dal dottore, ma non per questo è più malata di prima».
Che si deve fare delle maggiori entrate fiscali?
«Io credo che le maggiori entrate debbano servire a frenare l’aumento del deficit e a diminuire il costo del lavoro. Adesso c’è veramente la possibilità di abbassarlo e creare così nuova occupazione. Le aziende possono essere motivate a investire in Germania piuttosto che in Ungheria o in Polonia: ci vorranno anni prima che quei Paesi raggiungano il livello tedesco di infrastrutture e di istruzione e questi vantaggi possono controbilanciare gli stipendi più alti».
I sindacati chiedono aumenti del 7,5 per cento. praticabile?
«Negli ultimi sette anni gli aumenti sono stati contenuti al di sotto del tasso di inflazione, il che ha alzato il livello di competitività delle aziende tedesche e contribuito al boom. La richiesta dell’Ig Metall mi sembra però eccessiva e dannosa, può distruggere la congiuntura».
Questo momento felice durerà o è un fuoco di paglia?
«Potrebbe durare a lungo, anche se non ci sono certezze perché le fonti di turbolenze sono tante. Quello che succede in Asia o negli Stati Uniti potrebbe avere ripercussioni negative sugli investimenti in Germania, che sono il motore dell’attuale sviluppo. Io però sono ottimista». (Marina Verna)