Varie, 27 marzo 2007
TE
TE ATA (Te Arikinui Dame Te Atairangikaahu) Waahi Marae (Nuova Zelanda) 23 luglio 1931, Turangawaewae Marae (Nuova Zelanda) 15 agosto 2006 • «Ha regnato su Maoridom per oltre quarant’anni. Ha cenato con l’imperatore del Giappone e con Bill Clinton, chiacchierato con Mandela e con Papa Wojtyla. Ha dato consiglio agli 11 primi ministri che si sono alternati durante il suo regno. [...] La regina premurosa [...] Aveva un bellissimo nome: ”Uccello che vola alto nell’alba”. Bellissimo e per noi pakeha (stranieri) impronunciabile: Te Arikinui Dame Te Atairangikaahu. Chi non ha mai sentito parlare di ”Te Ata” (come era normalmente chiamata) è scusato. La sua carica era simbolica. Non era un capo di Stato, non c’erano paparazzi intorno alla fattoria dove viveva con il marito Whatumoana, sposato nel ”52. Una regina ”minore”, comunque assai più rilevante per il suo popolo di quanto lo siano tanti monarchi decorativi e mondani d’Europa. Te Ata ha esercitato in patria ”un’influenza immensa” (così scrive il britannico Independent), soprattutto tra i 540 mila maori della Nuova Zelanda (il 15% dei circa 4 milioni di abitanti). Ha promosso la cultura, dato impulso alla lingua (che ora viene insegnata nelle scuole) e cementato l’orgoglio di un popolo che alla fine dell’800 molti ritenevano in estinzione. Regina di riconciliazione. [...] La genesi di questa monarchia polinesiana è singolare. Nel gennaio 1840 la regina Vittoria annuncia l’annessione della Nuova Zelanda all’Impero britannico. Le tribù indigene danno vita al Kingitanga, ”il movimento per il re”. L’obiettivo è unificare i maori per meglio contrastare la colonizzazione. Affrontare i bianchi con le loro stesse armi. I britannici hanno un monarca? I maori lo inventano. Il confronto porterà a una breve ma sanguinosa guerra nel marzo 1860. Vincono i bianchi. Ma il Kingitanga resiste ai tentativi dell’Impero di farlo sparire. E l’etnia maori non si disperde nemmeno dopo l’indipendenza. In questo processo la monarchia costituisce un collante e un punto di riferimento. [...]» (Michele Farina, ”Corriere della Sera” 17/8/2006).