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 2007  marzo 14 Mercoledì calendario

L’ uomo che ha salvato la Fiat non ama né i gessati né l’abbigliamento raffinato dei manager preferiti dalle riviste economiche e del lusso

L’ uomo che ha salvato la Fiat non ama né i gessati né l’abbigliamento raffinato dei manager preferiti dalle riviste economiche e del lusso. Sergio Marchionne, per il quale la sostanza ha un peso ben maggiore dell’apparenza, ha oramai una sua divisa: pantaloni grigi e maglione blu, con zip o girocollo. Che indossa praticamente sempre, con beffardo snobismo. Si diverte. Può permettersi di farlo, visto che ha preso la guida dalla prima industria italiana che, nel 2004, sembrava destinata a finire in mani straniere o a fallire. E l’ha rilanciata al punto che quest’anno, passata quota 2 milioni di automobili prodotte e messi a posto i conti, tornerà a distribuire dividendi agli azionisti. Marchionne’ plurilaureato nato a Chieti nel ’52 ma emigrato in Canada da bambino – sorride dei suoi successi, conscio del risultato imprevedibile raggiunto. Ma vuole andare oltre, per giungere a 3 milioni di auto prodotte nel 2010. Anche perché la Fiat, che era una scommessa, è diventata un amore. Dottor Marchionne, il suo ultimo miracolo annunciato è il lancio della nuova 500: doveva nascere a settembre, la vedremo il 4 luglio. Com’è stato possibile? «Hosemplicemente chiesto ai tecnici di farlo...». Dicono che accanto a lei si lavori 24 ore al giorno. «E’ impossibile lavorare per 24 ore, ma è vero che i miei collaboratori lavorano molto. Lavoriamo tutti molto. Abbiamo ragazzi eccezionali, competenti, appassionati, disposti a mettersi in gioco, a sfidarsi. E poi abbiamo anche magnifici fornitori che mantengono gli impegni. E’ con questa mentalità che si raggiungono i traguardi». Il 4 luglio la presentazione della 500: e la vendita? «Il 4 luglio stesso, naturalmente!». Ne avrà una anche lei? «Senza dubbio» vero che le piace molto la velocità «Sì...». Possiede una Ferrari. «Ne ho più di una. Le auto sportive mi sono sempre piaciute, ne ho sempre avute. Non le dico quali, erano della concorrenza...». Si sposta molto in auto? «Sono sempre in viaggio, guido sempre. Per spostarmi uso anche una Lancia Thesis. Da casa mia, vicino a Losanna, a Torino, vado in auto». Mai pensato di tornare a vivere stabilmente in Italia? «Sono sempre in Italia, ci lavoro» Ogni sua dichiarazione muove il titolo Fiat in Borsa: l’ultima volta che ha parlato al Salone di Ginevra, la Fiat è schizzata in su del 2,7%: non le fa paura? «Sì. E infatti se posso sto zitto (risata). Non voglio dare dritte al mercato. Noi abbiamo preso impegni, li stiamo rispettando. Poi il mercato reagisce a suo modo. E’ un mercato che va cercando una certa chiarezze di idee e di indirizzi. La Fiat negli ultimi tre anni ha fatto quanto aveva promesso, quindi ha una credibilità che pesa sulle spalle di tutti quanti, che avvertiamo tutti i giorni». La regina diGinevra è la Maserati GranTurismo. «La maggior parte della vettura era già stata disegnata, quando l’abbiamo presa dalla Ferrari. Però il grande passo avanti, sia sulla Quattroporte che sulla GranTurismo, è venuto dal punto di vista ingegneristico. Un enorme impegno per rafforzare il pianale, la trasmissione. La macchina è bellissima, è il più bel coupè del mondo, con quattro posti veri». La sua prima auto? «Una Fiat 124 coupè bianca, con sedili neri: fu la prima importata in Canada, nel 1968. Bella, ma non reggeva gli inverni canadesi». Il solito difetto di arrugginirsi... «A quei tempi sì. Ma non le facciamo più così, adesso, le Fiat. E’ un difetto che abbiamo eliminato» La prima auto in famiglia? «Una Fiat 500, abitavamo ancora in Italia. I primi 14 anni di vita li ho fatti in Italia, poi dal ’66 siamo andati in Canada. La 500 era la macchina di mio papà. Bianca. Poi ne prese un’altra. Mio padre era un pessimo autista, anche se la guidava con molta cura. Peraltro la 500 era una vettura indistruttibile». Come mai la sua famiglia finì in Canada? «E’ una lunga vicenda, mia madre è dalmata, la parte della famiglia che mi è rimasta era andata in Canada tanti anni fa. E’ una storia molto personale che non vorrei toccare». Di cosa si occupava suo padre in Canada? «Era già andato in pensione. Io cominciai a lavorare a 15 anni, facendo il garzone, nei week-end, in un enorme supermercato di Toronto: un’attività quasi istituzionale nel mondo anglosassone, era il 1967». Come vedeva l’Italia, da là? «Quando ero giovane aspettavo solo di tornare. Volevo andare alla Nunziatella a fare il carabiniere, l’ufficiale. Poi la storia ha preso un’altra piega». Il primo lavoro vero? «Commercialista, nel 1982». Come è avvenuta la conoscenza degli Agnelli? «Ho conosciuto solo il dottor Umberto, nel momento in cui gli Agnelli divennero azionisti della Sgs a Ginevra, dove lavoravo». Ha un’idea del perché Umberto Agnelli decise di puntare su di lei, come uomo guida della crisi Fiat? «Perché aveva visto quello che eravamo riusciti a fare con Sgs (società leader mondiale nella certificazione di qualità delle aziende; n.d.r.). Un lavoro grandissimo che ha portato a risultati incredibili in due anni». Pare che Umberto Agnelli, nei momenti in cui stava male, abbia detto: se dovesse succedere quello che io temo, il signore che dovrete chiamare è questo qui, riferendosi a lei. «Io avevo molto rispetto per Umberto. Lo conobbi meglio quando entrai nel cda Fiat, nel 2003. E’ un peccato che sia mancato e che non abbia visto il momento felice che stiamo vivendo». Come percepiva lei la Fiat, dal di fuori? «Era un’istituzione. La Fiat, all’estero, era l’Italia. Che poi sia finita così male è stato quasi inaccettabile». Le piace lo sport? «Seguo calcio e F.1 e ora anche la moto, con Valentino». Tifa? «Juventus. Ma da tempi non sospetti, quando ancora non ero in Fiat. Ero juventino già a 8 anni. Avevo un idolo, Omar Sivori, mi faceva impazzire. Lui e Charles, quello lungo, che bei ricordi! Mi sono proprio goduto quegli anni». Ha anche giocato a pallone? «Molto. Tecnicamente ero un terzino, poi mi spingevo avanti e tentavo di fare gol. Rompevo gli schemi». Quando la Juve è precipitata in B cos’ha provato? «E’ stato un fatto non piacevole. Detto questo, la Juve si deve rifare. Anche la Fiat era finita in basso e ora ne sta uscendo. Lo farà pure la Juve, perché certe cose sono quasi disegnate per provare la forza di reazione di chi ne è coinvolto». Lapo Elkann tornerà mai in Fiat? «Con Lapo sono stato estremamente chiaro: io credo che debba formarsi al di fuori della Fiat. Noi gli abbiamo dato tutto l’incoraggiamento possibile e l’appoggio mio e istituzionale. Si deve fare i muscoli altrove». Lei ha dei figli? «Due, di 11 e 17 anni, studiano» Che cosa fa sua moglie? «Dipinge, è artista. Per hobby». In realtà sembra che lei abbia contratto un altro matrimonio, con la Fiat... «E’ così» Quindi possiamo contare che fra tre anni Marchionne sarà ancora al timone, a Torino? «Sì, oramai...». GENIALE Sergio Marchionne, 54 anni, dopo aver sempre lavorato nel mondo della finanza e dell’economia, dal 1 ˚ giugno 2004 è amministratore delegato Fiat. Nato a Chieti il 17 giugno 1952, è anche laureato in lettere (LaPresse)